IAI
Bilancio della Difesa

Un paradosso nazionale

23 Ott 2007 - Mario Arpino - Mario Arpino

A via XX Settembre si continua a teorizzare la “trasformazione dello strumento militare”, ma la dura realtà del bilancio, evidenziata ancora una volta dalla “nota aggiuntiva” del Ministero della Difesa, continua a mostrare un piatto che piange. Se da un lato, infatti, va dato atto al ministro Parisi di essere forse riuscito, Parlamento permettendo, a rallentare ancora una volta la frana della “funzione Difesa”, dall’altra bisogna ammettere che in ogni caso continueremo a vestire, senza rivali in Europa e nella Nato, la maglia nera degli ultimi della classe in termini di rapporto tra spese per la difesa e prodotto interno lordo. Scarse saranno le risorse dedicate alle componenti che nobilitano il bilancio, come l’ammodernamento e la ricerca e sviluppo, e scarsissime quelle dedicate all’esercizio, ovvero alla vita, l’addestramento ed il mantenimento in efficienza delle Unità operative. E il grosso, dove finisce? È succhiato dalle spese per il personale, che ammontano a circa il 70% del totale. Se è vero, quindi, che la discesa si è un po’ attenuata, è altrettanto vero che il problema resta irrisolto.

Una scarsa cultura di sicurezza e difesa
Nell’ambito dell’industria per la difesa, vi è da tempo la consapevolezza che la difficoltà a tenere il passo con l’alto costo dell’energia e le continue riduzioni delle poste in bilancio non sono certo fattori che contribuiscono a tenere accesi i riflettori sulle capacità delle singole industrie nazionali ed i rispettivi prodotti. Queste realtà, tuttavia, mettono in risalto, ma non giustificano, il paradosso della forte differenza tra ambizioni e risorse. Il fatto è che, sotto un profilo culturale, da noi la Difesa interessa assai poco e, di riflesso, così è per il suo bilancio. Il nodo del problema non è quindi solo finanziario, ma è politico e culturale in termini di rischi che ci rifiutiamo di analizzare nelle sedi dovute. Siamo afflitti da una grave carenza di cultura della sicurezza e della difesa, senza la quale è difficile impostare un serio dibattito nazionale sulle priorità da affrontare, sulle loro motivazioni e sui metodi migliori per farvi fronte. Invece, tutto continua a riproporsi, stancamente e ritualmente, sull’unico piano in cui siamo abilissimi a discutere e polemizzare: quello ideologico. Ma è un piano inclinato, che continua a farci rotolare sempre più in basso, sino al momento irreversibile in cui le forze armate, mal ridotte e peggio addestrate, saranno davvero uno spreco. È necessario, allora, trovare un motivo, un concetto, che possa essere di incentivo. Il trade – off di qualità per quantità, assieme ai concetti di innovazione e di trasformazione, potrebbero essere la chiave di volta per una vera inversione di tendenza.

I costi dell’innovazione
Abbiamo iniziato parlando di “trasformazione”. Potrebbe essere questa la parola magica, ancorché ormai abusata, che vale per tutti, dagli americani agli iracheni, dai mezzi agli uomini, dalle Unità complesse ai singoli soldati, dalle grandi dottrine alle tecniche di impiego, in grado di dare anche a noi la spinta per procedere, per programmare e pianificare in funzione di obiettivi reali. Dobbiamo però renderci conto che, al di là del vero significato di questo verbo, sempre interpretabile, ciò che è certo è che, almeno inizialmente, “trasformare” costa. Per risparmiare, bisogna prima investire. Solo i maghi riescono a trasformare con abracadabra e bacchetta magica. Tutti gli altri hanno bisogno di nuove poste in bilancio. Ammettiamo che uno dei significati sia la proiettabilità delle forze, cosa che è necessario fare, in un contesto di sicurezza, per assolvere quelle missioni internazionali in cui siamo così bravi e che servono così tanto ai Governi per fare politica estera. Allora, il significato di trasformazione si sposta, oltre che, ovviamente, sui mezzi di trasporto, sull’applicazione delle Information Technologies (IT) alla conduzione delle operazioni, con tutto quel che ne consegue in termini di armamento intelligente, sistemi spaziali, C,4-I (comando, controllo, comunicazioni, computer e intelligence), che oggi sono i veri moltiplicatori di forze. Ma non basta. Dopo Iraq e Afghanistan, sta infatti prepotentemente prendendo senso, in aggiunta, anche l’esigenza di poter proiettare un maggior numero di scarponi sul terreno, il cui costo è elevato, come quello dei mezzi. Perché ormai anche i soldati devono essere tecnologici.

Maggiore pianificazione
Può tutto ciò, se rappresenta una tendenza, applicarsi anche a noi? Sì, se riuscissimo ad essere coerenti con le scelte politiche che abbiamo fatto a suo tempo, e che sinora nessun Governo ha avuto il coraggio di disconoscere apertamente. Salvo affossarle nei fatti. I nostri bilanci della difesa ne sono un esempio. Per “trasformare”, infatti, occorre che le forze oggetto di modifica, e l’industria che le sostiene, rispondano in termini di “missione “ ad obiettivi politici chiari e inequivocabili. Serve rendere le nostre forze più expeditionary? È questo che richiedono le nostre scelte politiche?Allora facciamolo, consentendo ai militari di pianificare i tempi e la spesa in modo adeguato. Le economie verranno, ma dopo. In alternativa, accettiamo senza vergogna di diventare “spreco”, smettendola però di lamentarci se le Forze Armate, su 200 mila uomini, riescono a mandarne in missione solo 10.000.