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Cina

Se l’Italia gioca la carta degli investimenti cinesi

22 Ott 2007 - Nicola Casarini - Nicola Casarini

Il 17º Congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc) ha offerto nuovi spunti di riflessione sull’ascesa della potenza cinese e, in particolare, sulle opportunità – e le sfide – che la nuova strategia di investimenti globale di Pechino produrrà per l’Europa e l’Italia. Questo articolo analizza tale nuova strategia con l’intento di individuare alcune possibili opzioni che il governo italiano potrebbe intraprendere al fine di conseguire un duplice obbiettivo: cogliere le opportunità redditizie per le nostre imprese e, più in generale, per il sistema paese derivanti dal crescente interesse della Cina ad investire in Europa e, allo stesso tempo, innalzare il profilo della nostra politica estera.

La Cina pensa in termini globali
I 2.200 delegati riuniti in occasione del congresso del Pcc dal 15 al 20 ottobre 2007 hanno discusso le nuove sfide interne provocate dall’impetuosa crescita economica della Cina. Dallo sviluppo sostenibile alla corruzione, dalla stabilità sociale al risparmio energetico e la preservazione dell’ambiente sono molti e complessi i temi che la dirigenza cinese ha messo all’ordine del giorno al fine di promuovere uno “sviluppo scientifico” e una “società armoniosa” che permetta di garantire un livello di vita sempre più elevato alle masse cinesi e, grazie a questo, mantenere il Pcc alla guida del paese. A fianco delle sfide interne, tra l’altro ben descritte nell’ultimo libro di Maria Weber, è apparso anche un chiaro disegno volto a una sempre maggiore internazionalizzazione del sistema paese cinese, in particolare per quanto riguarda gli investimenti all’estero. Il Congresso del Pcc ha infatti inscritto la nuova agenzia governativa per l’utilizzo delle ingenti risorse in valuta – la China Investment Corporation (Cic) lanciata ufficialmente il 29 settembre – nella più ampia strategia cinese cosiddetta di “uscita” – zouchuqu, ovvero investire oltre le frontiere della Cina .

Questa strategia era stata inizialmente enunciata nel decimo piano quinquennale del 2001 come uno dei quattro pilastri che avrebbero permesso alla Cina di adeguarsi in maniera efficace al fenomeno della globalizzazione economica. Con la creazione del fondo sovrano, il governo cinese accentra in un unico organo funzioni che erano assolte in precedenza da altre branche dell’amministrazione in maniera da rendere più efficace ed incisiva la conquista di mercati ed aziende estere.

Conquistare il mondo attraverso gli investimenti
Guidato da Lou Jiwei, uno dei vice segretari generali del Consiglio di Stato (l’organo di governo cinese) ed ex ministro delle finanze, la neonata agenzia avrà il compito di investire all’estero le ingenti riserve internazionali accumulate dalla Repubblica Popolare negli ultimi anni. A fine settembre 2007, tali riserve avevano toccato la cifra di 1,4 trilioni di dollari (le più alte del mondo). Gli analisti si aspettano che entro la fine dell’anno si arrivi a 1,5 trilioni. Inizialmente la Cic è stata dotata di 200 milioni di dollari che secondo fonti ufficiali saranno via via aumentati in base agli investimenti che la nuova agenzia governativa effettuerà. Secondo uno studio di Chatham House pubblicato a settembre 2007, la nuova compagnia di investimenti cinese sarà presto il numero due del mondo, dietro solo all’Adia, il fondo degli Emirati Arabi. La questione centrale è pertanto dove e verso quali settori e industrie si indirizzeranno le ingenti riserve valutarie cinesi. È opinione degli addetti ai lavori che la Cic procederà lungo un doppio binario: da una parte accompagnerà il governo e le grandi imprese statali nel loro shopping mondiale di materie prime, soprattutto energetiche, nei paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti del Sud-Est asiatico, America latina ed Africa. Allo stesso tempo, investirà in tecnologie avanzate, know-how, stabilimenti di ricerca e sviluppo e marchi internazionali nelle economie avanzate dell’occidente, Giappone ed Australasia. In particolare, l’Europa è vista dalla dirigenza cinese come fonte di grandi opportunità.

Se la Cina guarda all’Europa
Se negli Stati Uniti le tendenze protezionistiche che stanno accompagnando la campagna per le elezioni presidenziali potrebbero creare qualche difficoltà alla Cic, l’Europa sta lentamente emergendo come il luogo più favorevole per investire i capitali cinesi, in particolare nell’Ict, energia, aerospaziale e bio/nano tecnologie. Tali settori sono interessanti sia per i possibili ritorni sull’investimento che per l’acquisizione di conoscenze e tecnologie di grande valore strategico e con possibili ricadute sul settore della difesa. Alcuni policy makers europei si sono già espressi a favore dei capitali cinesi. Il ministro dell’economia italiano, Tommaso Padoa-Schioppa, ha giustamente invitato le autorità di Pechino a venire ad investire in Italia. Similmente hanno fatto altri ministri europei. Allo stesso tempo, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, si sono espressi a favore di una sorta di ‘golden share’ europea esprimendo preoccupazione che i fondi statali come quello cinese possano acquisire partecipazioni e financo quote di controllo in settori industriali europei ritenuti di interesse strategico. Al fondo, c’è una domanda latente che attende risposta: che tipo di potenza è la Cina per gli europei?

In Europa il dibattito si è incentrato prevalentemente sugli aspetti economici inerenti alle opportunità del mercato cinese per le nostre esportazioni e i rischi derivanti dalla produzione cinese di manufatti a basso costo. È appena agli inizi un serio dibattito sulla Cina in quanto potenza non solo economica, ma anche politico-militare. Tra Europa e Cina non c’è solo una grande distanza geografica, ma sono anche assenti questioni che potrebbero provocare un conflitto tra le due parti, come potrebbe essere il caso di Taiwan per gli Stati Uniti. Gli europei guardano alla Cina quasi esclusivamente in termini di mercato. Washington e i suoi alleati asiatici considerano la Cina anche, e soprattutto, come una formidabile potenza militare in gestazione. I policy makers americani fanno continue connessioni tra crescita delle capacità industriali, tecnologiche e militari cinesi, l’ordine strategico in Asia orientale e la stabilità regionale. La quasi totale assenza in Europa di tali preoccupazioni non potrà che facilitare gli investimenti cinesi in tecnologia europea. Le grandi opportunità economiche che si aprono all’Europa impongono allora, a quest’ultima, la responsabilità di cominciare a pensare alla potenza cinese in maniera globale e non solo in termini di tornaconto economico.

Per l’Italia una carta da giocare
Andrebbe incontro all’ interesse nazionale se l’Italia intraprendesse un’azione chiara, efficace ed incisiva al fine di cogliere le opportunità derivanti dal crescente interesse della Cina ad investire in Europa e, allo stesso tempo, promuovere l’elaborazione di una strategia comune europea verso Pechino nel campo degli investimenti in settori tecnologici sensibili. Una mossa, insomma, che tenga conto della potenza cinese anche nella sua dimensione politico-militare visto che Pechino potrebbe trovarsi, un giorno, in conflitto con il nostro alleato americano. Un’eventuale utilizzo da parte cinese di tecnologia avanzata europea e/o la vendita di tale tecnologia ai nemici dell’occidente avrebbe importanti ripercussioni sulle relazioni transatlantiche. Una carta, allora, da giocare sue due tavoli: a Pechino e a Bruxelles – e con un occhio rivolto a Washington. Non per giocare doppio. Ma, al contrario, per rilanciare la nostra politica estera come ponte tra Cina e occidente.

Dal punto di vista economico, sappiamo bene che il sistema paese Italia è arrivato buon ultimo tra i grandi paesi europei ad investire sul mercato cinese. Le aziende italiane, spesso lasciate a sé stesse, scontano ancora mille difficoltà nell’immenso mercato cinese, come ben documentato dal libro di Romeo Orlandi e Giorgio Prodi sulle imprese italiane in Cina . La creazione della Cic e l’interesse ad investire in Europa offrono pertanto all’Italia l’opportunità di guadagnare in casa quel terreno che si è perso per vari motivi in Cina. Uno scatto in avanti per cogliere al meglio i flussi finanziari provenienti dal gigante asiatico. Dagli investimenti delle sue riserve valutarie, le più cospicue al mondo, possono infatti derivare grandi opportunità per le imprese e l’intero sistema paese italiani. In tal senso va il quarto convegno annuale di Osservatorio Asia dell’8 novembre dedicato appunto all’”incontro” tra Cina e Italia.

Allo stesso tempo, il governo italiano potrebbe giocare la carta degli investimenti cinesi sul tavolo europeo, magari prima del prossimo summit Ue-Cina in programma a novembre. Una proposta semplice, che proponga linee guida di coordinamento europeo sugli investimenti cinesi. In quali settori saranno ben accolti e in quali saranno domandate maggiori garanzie. In maniera da essere chiari con Pechino, cercare di parlare su pochi temi chiave con una sola voce ed evitare, per quanto possibile, una competizione accesa tra i partner europei per accaparrarsi i capitali cinesi e che potrebbe essere utilizzata dalla dirigenza cinese come leva per dividere l’ Europa. Alcune linee guida andrebbero, invece, nella direzione dell’interesse comune. E poi, ovviamente, tutti liberi di competere per i capitali cinesi. Ma all’interno di un quadro di riferimento chiaro e condiviso. Una tale azione aprirebbe la discussione, in Europa, sulla Cina in quanto potenza politico-militare. Contribuendo a lanciare un messaggio a Washington che il vecchio continente prende in seria considerazione l’equilibrio strategico in Asia orientale e le responsabilità degli Stati Uniti nell’area.

Una giocata su due tavoli. Chiara ed aperta. In maniera da cogliere al meglio le opportunità dei capitali cinesi. Ma anche capace di guardare al di là di un semplice tornaconto economico immediato. Contribuendo all’elaborazione di una strategia europea. E tenendo d’occhio, da una parte, alla relazione transatlantica e, dell’altra, all’equilibrio in Asia orientale. Il tutto al fine di innalzare il profilo della politica estera italiana in Europa e negli Stati Uniti. E del sistema paese italiano presso i cinesi. Contribuendo a fare del luogo natio di Marco Polo e Cristoforo Colombo il ponte tra Cina e occidente.