IAI
Birmania

Potere militare e calcolo economico

8 Ott 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

I generali birmani sembrano aver superato un’altra rivolta popolare. Essi potranno così proseguire con il progetto di risolvere il problema dell’isolamento internazionale adottando la nuova “costituzione disciplinata”, una relativa democratizzazione con tempi indefiniti che garantisce loro un lungo periodo di controllo formale o sostanziale del potere.

Alcune caratteristiche della ribellione popolare non sono diverse da quelle delle volte precedenti. Innanzitutto una decisione di politica economica con pesanti riflessi sulla parte più povera della popolazione. Alla fine degli anni Ottanta, con il precedente dittatore Ne Wi, vi fu l’improvvisa demonetizzazione delle banconote, questa volta l’adozione di riforme che hanno comportato l’aumento del prezzo del petrolio ed ancor più del gas, indispensabile ai birmani per cucinare. Anche l’opposizione ha visto protagoniste le medesime forze, con la ricomparsa di alcuni leader reduci da lunghi periodi di carcerazione. In aggiunta naturalmente alla presenza nello sfondo della carismatica e affascinante figura della “dame”, come viene chiamata anche dai birmani la prigioniera Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace. Ma che è anche figlia dell’eroe della indipendenza Aung San, assassinato nel 1947, ma mai dimenticato dai birmani. Questa volta, inoltre, i rispettatissimi duecentocinquantamila monaci buddisti, soprattutto i più giovani, erano in prima fila a galvanizzare le colonne di manifestanti. Pochi regimi politici al mondo avrebbero resistito ad una tale miscela di opposizione. Ma non in Birmania, o Myanmar, come i generali hanno ribattezzato il paese.

Le basi del potere militare
La Giunta militare che dirige il paese non da segni di sbandamento. I suoi membri sono ovviamente tenuti insieme dall’interesse di casta a mantenere i vantaggi economici ed il prestigio sociale inerenti alla gestione del potere. Crescenti, in un paese la cui popolazione rimane povera, ma che beneficia di fonti di valuta estera in grande aumento. Non vi è però soltanto questo.

I birmani veri e propri costituiscono l´80% circa della popolazione e controllano vasti territori periferici i cui abitanti in passato sono stati più volte indipendenti o inglobati nei reami dei paesi confinanti. La produzione e il commercio dell’oppio fornivano ai ribelli di queste aree inesauribili fonti di finanziamento per una endemica guerriglia che ha messo in difficoltà tutti i precedenti Governi. Ma l’attuale gruppo dirigente è riuscito a porre fine a queste ribellioni, con l’approvazione dei paesi confinanti non più interessati a mantenere focolai di disordine alle loro frontiere. L’esercito birmano si è sempre sentito difensore della integrità territoriale del paese e l’attuale Giunta ha vinto la guerra. Un dato che rende difficile i dissensi in seno ai militari. Tra i buddisti, infine, non mancano forse dirigenti anziani i quali ricordano che alle pagode non sono mancati finanziamenti governativi per il loro mantenimento.

Vi sono poi i metodi classici e brutali di tutte le dittature: censura, arresti, uccisioni, squadre di picchiatori e schiere di informatori. La Giunta birmana li usa tutti e con una spietatezza……asiatica. Giungono così dalla Birmania dati terribili in relazione a questo aspetto, sulla cui fondatezza numerica non si hanno elementi certi di valutazione, ma è probabile che siano dell’ordine di centinaia di morti e di arrestati. Il mondo internazionale è quindi giustamente allarmato ed indignato. Ma quale influenza ha avuto in Birmania questo elemento e quale potrà esso avere in futuro ?

I rapporti economici internazionali
Generale è la convinzione che solo la Cina e gli altri paesi confinanti della Birmania abbiano un potere di pressione sulla Giunta militare. E che gli interessi economici abbiano in questa questione un’influenza determinante. Sappiamo che la Tailandia ha legami economici vitali con la Birmania. Dai dati del Fmi si rileva che il 34% delle importazioni birmane provengono dalla Cina, il 21,4% dalla Tailandia e il 15,8% da Singapore. Delle relazioni convenienti, dunque, per i vicini, ma con cifre d’affari in definitiva minori, a meno che non si prenda in considerazione il potenziale futuro di un paese che ha una popolazione di 47 milioni di abitanti. Ma che attualmente sono poveri e consumano poco. Più significativi sono i dati delle esportazioni birmane, 43% verso la Tailandia, 12% verso l’India e 5,3% con la Cina. Si tratta di legna, pietre preziose e soprattutto gas e petrolio E in queste cifre rientra il 20% dell’intero consumo di energia della Tailandia, gran parte di esso utilizzato nella stessa Bangkok.

È dunque comprensibile che la Tailandia sia impegnata in lavori di costruzione di dighe e altre strutture in Birmania. Seriamente interessati al gas ed al petrolio birmano sono anche India e Malesia. Ma è soprattutto la Cina la più presente nei lavori di sviluppo delle fonti di energia del paese.

Il quadro internazionale
Mentre gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali applicavano alla Birmania pesanti sanzioni economiche, insistendo nella necessità di rispettare il risultato elettorale del 1990 vinto dal partito di Suu Kye, i paesi vicini hanno piuttosto approfittato dello spazio economico così lasciato a loro. Naturalmente, sia pure per ragioni e con modulazione diverse, i governi cinesi, indiani e tailandesi, ma anche altri, disapprovano i metodi del regime al potere a Rangoon. Quando nel 1997 essi accolsero la Birmania nell’ambito dell’Asean, la Association of South-East Asian Nation, in aggiunta a qualche calcolo cinico vi era anche il desiderio di favorire cambiamenti nel paese con una politica di “constructive engagement”. Tentativo fallito, come del resto pochi risultati hanno avuto le sanzioni economiche.

Realisticamente, dunque, le pressioni future sul governo birmano devono basarsi su un approccio multilaterale che coinvolga più seriamente i paesi vicini. Questo comporterà dei compromessi, visto che questi ultimi non vogliono comunque la caduta del regime al potere. E lo provano bloccando regolarmente il sistema delle Nazioni Unite, allorquando si tenta di adottare in quella sede misure punitive nei confronti della Birmania. Perché mai la Cina che garantisce la sopravvivenza anche di regimi paranoici come quello del Nord-Corea dovrebbe adoperarsi seriamente per cambiare una situazione dalla quale essa ricava solo vantaggi? Per stabilire un esempio che potrebbe un giorno essere copiato anche nel loro paese? Un altro tipo di Governo, poi, sarebbe più vicino non solo alle idee politiche ma, fatalmente, anche agli interessi economici degli Stati Uniti e dell’Europa. L’India, infine, paese convintamente democratico, oltre agli aspetti economici tiene conto del fatto che il governo birmano ha certo legami stretti con la Cina, ma fa attenzione a non divenirne vassallo.

Le sanzioni economiche, infine. In un epoca nella quale è la globalizzazione a farla da padrone, questo strumento va rivisto, e non solo nel caso della Birmania. Se le sanzioni non possono essere adottate da tutti, si dovrebbe allora colpire solo interessi specifici dei gruppi dirigenti. Altrimenti l’economia in generale del paese sanzionato si limita a dirottarsi altrove, evoluzione spesso non conveniente per i fini stessi che si vogliono raggiungere. In fondo la recente ribellione popolare ha provato che quando il regime birmano cadrà, ciò avverrà perché l’economia del paese è molto cambiata e le comunicazioni con il resto del mondo saranno divenute ancora più intense.