IAI
Bilancio della Difesa

La Torre di Babele

23 Ott 2007 - Michele Nones - Michele Nones

Appena cominciato l’esame della Finanziaria e del Bilancio dello Stato per il 2008 sono iniziate le tradizionali polemiche sulle spese militari italiane. Il dibattito è, come sempre, un po’ surreale perché, ancor prima che opinioni diverse, si confrontano numeri diversi, col risultato che è quasi impossibile capire come stanno effettivamente le cose.

A voler essere seri bisognerebbe, innanzi tutto, definire una metodologia di calcolo e di analisi condivisa e poi continuare ad utilizzarla. In realtà, invece, si continua a piegare i dati a sostegno di tesi precostituite e a percorrere la facile scorciatoia del confondere le acque alla ricerca di un maggiore consenso. Nulla impedisce di proporre un basso livello di spese per la difesa, ma bisognerebbe farlo apertamente e non, invece, cercando di far credere che la nostra spesa è elevata ed allineata con quella dei nostri partner e che, quindi, vi sarebbero dei margini per ridurla. E, soprattutto, bisognerebbe chiarire quali sono i rischi che il paese correrebbe sul piano della sua sicurezza.

Un perimetro frastagliato
Volendo tentare un approccio corretto si può procedere per passaggi successivi, che aiutino, chi lo vuole, a farsi un’idea più chiara della realtà.

Il primo passaggio riguarda il perimetro della spesa militare. Il nostro Bilancio della Difesa comprende voci che non riguardano direttamente l’attività militare, come, soprattutto, gran parte delle spese per i Carabinieri. Questo ha portato a suddividere in più voci il Bilancio, individuando al suo interno, a partire dalla Nota Aggiuntiva per il 1990, la Funzione Difesa, che ne rappresenta solo poco più del 70%. Questo sforzo di chiarezza e trasparenza, offerto volontariamente dalla Difesa al Parlamento, è, a parole, apprezzato da tutti, salvo poi non utilizzarlo quando si vuole sostenere che l’Italia ha un elevato livello di spesa militare e, quindi, si preferisce citare il dato complessivo. Per correttezza, bisognerebbe, però, considerare anche gli investimenti gestiti dal Ministero dello Sviluppo Economico. Sono un po’ più difficili da quantificare per le loro modalità di erogazione: si tratta, infatti, di limiti di impegno, cioè veri e propri mutui contratti dallo Stato col sistema bancario per farsi anticipare le risorse necessarie. Inoltre, non possono essere meccanicamente assimilati agli investimenti della Difesa perché la loro erogazione ha come obiettivo primario il sostegno allo sviluppo tecnologico e solo secondariamente si traducono in ammodernamento dello strumento militare. Si può stimare che l’apporto sia ammontato nell’ultimo triennio a circa l’8% della Funzione Difesa. Nel complesso, quindi, tenendo conto delle due variazioni, più del 20% dell’attuale spesa per la difesa andrebbe scorporato perché estraneo.

Europa lontana
Il secondo passaggio riguarda il confronto internazionale. Va subito detto che la nostra situazione è quasi unica all’interno della Nato, col risultato che i dati raccolti non tengono conto di questa anomalia italiana e ci attribuiscono un livello di spesa pari al Bilancio (più le pensioni definitive), che lo fa risultare molto più alto di quanto non sia in realtà. Inoltre, più che un confronto generale con i valori medi, bisognerebbe comparare le spese italiane con quelle dei paesi a noi più vicini. In questo caso il livello italiano (considerando anche l’apporto dell’Mse) risulta il 55% della Germania, il 48% della Francia e il 30% del Regno Unito. Sul totale delle spese europee incidiamo per il 9% contro il 15% tedesco, il 18% francese e il 28% inglese. Se, infine, confrontiamo le sole spese per la funzione difesa col personale militare, spendiamo per ogni soldato il 75% dei tedeschi, il 59% dei francesi e il 33% degli inglesi. Spendiamo, quindi, molto meno degli altri paesi europei con cui vogliamo confrontarci. Un confronto che peggiora ulteriormente se ci si limita agli investimenti, compresa la ricerca e considerando anche l’Mse: l’Italia contribuisce alla spesa europea col 7% contro il 14% tedesco, il 31% francese e il 36% inglese.

Segnali di miglioramento
Il terzo passaggio riguarda l’esame del Bilancio 2008. Misurare l’incremento rispetto allo scorso anno è utile per misurare la tendenza in atto, ma non per dare un giudizio sul livello della spesa. Dopo alcuni anni la caduta libera del Bilancio della Difesa è stata bloccata con la scorsa manovra finanziaria. Quest’anno si sta cercando di assicurare una minima ripresa degli investimenti, volta a garantire la prosecuzione dei programmi internazionali in corso e ad avviare qualche nuova iniziativa soprattutto nel campo terrestre. In quest’ultimo settore, infatti, le carenze si fanno particolarmente sentire sia per il forte impegno nelle operazioni internazionali a supporto della pace, sia per la mancanza di programmi internazionali dovuta all’impostazione ancora fortemente nazionale delle forze terrestri e alla scarsa concentrazione industriale dello specifico comparto. Quest’ultima caratteristica ha fatto sì che i programmi terrestri siano stati ancora meno tutelati nelle passate generali riduzioni.

Più in generale bisogna poi tenere presente che il ricorso ai limiti di impegno, attuato in tutto il decennio per sopperire alla scarsità delle risorse finanziarie assegnate, ha di fatto “ingessato” il bilancio, vedendo crescere progressivamente la parte assorbita dal pagamento delle rate del debito a discapito della possibilità di partecipare alle nuove iniziative attraverso cui si sta costruendo l’Europa della difesa. L’indispensabile ammodernamento delle nostre Forze Armate richiede nuove risorse finanziarie ed è in questa direzione che il nuovo Bilancio della Difesa cerca di muoversi.

Siamo ancora ben lontani dai livelli di spesa dei nostri partner e da quelli che tutti i governi e le maggioranze hanno fino ad ora prospettato, ma si registra, comunque, qualche miglioramento. Qualcuno dall’opposizione ne critica oggi l’esiguità: sarebbe certamente più credibile se il ricordo della scorsa legislatura non fosse ancora ben vivo. Speriamo che non se lo dimentichi se, in futuro, dovesse tornare al governo.