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Afghanistan

La Nato e la costruzione della società civile

5 Ott 2007 - Alessandro Minuto Rizzo - Alessandro Minuto Rizzo

Non si è mai cercato di andare troppo a fondo sulle ragioni dell`impegno dell’Occidente nella causa afghana. La cronaca quotidiana è stata vista in prevalenza con gli occhi delle varie parti politiche. All’origine la presenza di Osama Bin Laden e l’organizzazione dell’attentato alle due torri di New York, aveva provocato nel 2001 la risposta armata americana. La Nato non vi era stata coinvolta perché sembrava, a Washington, che in quel momento fosse più importante muoversi in fretta: una presenza multilaterale avrebbe forse rallentato le decisioni e il suo valore aggiunto appariva limitato. Probabilmente si trattò di un errore.

Le ragioni alla base della lotta al terrorismo internazionale sembravano quindi un po’ affievolite quando, nell`estate del 2003, venne presa la decisione di un ruolo diretto dell’Alleanza Atlantica. Esso era, peraltro, ampiamente legittimato da esplicite risoluzioni delle Nazioni Unite.

Quegli anni hanno inoltre rappresentato un passaggio di grande importanza storica: quasi di colpo, il concetto di globalizzazione si è esteso dall’economia e dall’informazione alla sicurezza internazionale. Da allora si è andata affermando la convinzione che la geografia non serve più a proteggere una nazione. Contrariamente a quello che avevamo sempre studiato, le montagne, i mari, la distanza o la contiguità territoriale servono oggi a poco.

L’impatto sull’Alleanza Atlantica
Nell’agosto 2006, le forze Nato che entrarono al sud furono prese di sorpresa dall’entità dell’opposizione e dalla fredda accoglienza delle tribù locali. Mentre si aspettavano di essere accolti da liberatori, vi furono invece aspri scontri e serie perdite umane, in particolare per i canadesi e gli inglesi.

È presto per dire quale sarà l`impatto di questa serie complessa di avvenimenti sull’Alleanza Atlantica. È un’organizzazione che negli ultimi anni ha avuto una profonda trasfomazione, per restare il migliore strumento a disposizione della comunità internazionale nella gestione delle crisi. Un momento viene data per morta, il giorno successivo si dice che è insostituibile e il terzo che in Afghanistan vede il suo declino. Essa rimane l’unica a unire le democrazie ai due lati dell’Atlantico.

Chiaramente si tratta di un tema difficile, perché bisognerebbe capire rispetto a quali parametri e a quali obiettivi si misura il successo o l’insuccesso. I mezzi di comunicazione, dal canto loro, sono costretti a semplificare i messaggi nella quotidianità dell’informazione.

Avanzerei l’ipotesi che con poco la Nato fa molto. Quel paese è uno dei più difficili al mondo, completamente privo di infrastrutture, un livello di povertà impressionante e tanti altri problemi dopo due generazioni di guerre civili. L’Alleanza vi ha delle forze tutto sommato modeste. Per converso, Kabul è uno dei luoghi più costosi dove inviare soldati e mezzi. Le stesse spese di trasporto sono altissime, per mancanza di vie di comunicazione dirette e di mezzi adatti al trasporto a lunga distanza.

I pezzi di un difficile mosaico
A sua volta, l’esercito afgano è in via di ricostruzione, ma è chiaro che fare rinascere da zero un esercito nazionale richiede necessariamente vari anni. L`armamento non è neanche la cosa più importante, quanto invece la ricostituzione di valori perduti, di senso di identità, di strutture gerarchiche moderne, dell`abitudine a operare sotto un’unica bandiera, di un addestramento efficace.

È evidente che un paese non può essere ricostituito solo per via militare. È necessaria un’azione molto più ampia e bisogna che anche le istituzioni afghane facciano la loro parte, poiché la società locale ha ormai aspettative crescenti di buon governo.

Dopo le prime elezioni e l’invito da parte delle democrazie occidentali agli afgani perché diventino una società moderna, è ora difficile tornare indietro. Se il mondo è davvero diventato «piatto», come dice un titolo di successo di Thomas Friedman, esso lo è anche a Kabul. Nel tempo stesso, la mancanza di risorse umane, la povertà, i costumi, la tradizione autoritaria e non unitaria del paese rappresentano dei freni potenti che nessuna forza esterna può invertire in poco tempo.

Vi è stata, negli ultimi mesi, la tendenza a mettere la Nato al centro degli avvenimenti afgani. In parte è logico, perché un paese non può sviluppare la democrazia, né la propria economia, se non ci sono le condizioni base di sicurezza. D`altra parte, se l’Alleanza avesse avuto più esperienza nella regione, avrebbe potuto fin dall’inizio,invitare le componenti civili a fare meglio.

Nel gennaio 2006 la Conferenza di Londra aveva raccolto tutti gli attori internazionali, stabilendo una linea di azione verso l`Afghanistan. Il principio condiviso da tutti è di un approccio d’insieme che comprenda gli elementi civili, quello militare, la ricostruzione e lo sviluppo. Si è visto bene, però, che in pratica questa architettura non funziona adeguatamente.

Mentre le forze armate hanno dietro di sé la tradizione di essere inviate fuori dai confini e hanno l’abitudine a essere organizzate secondo criteri operativi, questo non è vero per le altre componenti dell’amministrazione dello Stato. Proprio quelle che servirebbero di più nel caso afgano, come la giustizia, la sanità, l’istruzione o i trasporti.

Quindi, anche solo un programma integrato da parte di un singolo paese è difficile da realizzare. Immaginiamoci cosa succede se i paesi da mettere insieme sono 40, aggiungendoci le tante organizzazioni non governative. Ne deriva un eccessivo numero di attori in loco, mal coordinati e tutto sommato inefficienti malgrado le buone intenzioni.

Un paese migliore
Malgrado la difficile situazione e i problemi strutturali che affliggono il paese, l`Afghanistan di oggi è di gran lunga migliore di quello dei Talebani o dei governi che si sono succeduti dopo la tragica invasione sovietica, all’origine di tutti i mali.La sicurezza interna è migliore che nel 2003. L’istruzione pubblica e le strutture sanitarie sono già ben diverse ed è diventata una cosa normale, a Kabul, vedere gruppi di bambine che vanno a scuola. Comincia a svilupparsi una normale dialettica politica fra partiti. Vi è un Parlamento nazionale eletto in regolari elezioni, l`unico in Asia Centrale, che sta iniziando ad affermare il suo ruolo. La stampa e la televisione sono di discreto livello e anche sul piano economico vi è ogni anno un miglioramento verificabile. È un parametro bizzarro per misurare la normalità , ma a Kabul si vedono sempre più spesso degli ingorghi di traffico.

Non si può avere nessun tipo di rimpianto per il regime dei Talebani e per la sua quotidiana violazione su larga scala dei diritti umani. Né si può dimenticare che il paese era diventato la base di sanguinose azioni terrroristiche in tutto il mondo.È un errore pensare in termini di insuccesso, se si pensa alla dimensione delle sfide.Il ruolo della Nato è importante, ma è solo una parte del tutto, perché si è sempre saputo che l’azione militare non è sufficiente a costruire una nazione e che solo i suoi abitanti possono riuscirci. Nel 2003, quando l’Alleanza Atlantica vi ha messo piede, la sfida era rappresentata dalla sopravvivenza fisica degli afgani e dalla presenza di eserciti privati che controllavano i tre quarti del paese, il quale si trovava in una indicibile situazione di miseria materiale e spirituale da oltre 30 anni.

La sfida di oggi è soprattutto il buon governo e il consolidamento di una società civile. Lasciare le cose a metà e andarsene sarebbe una sconfittta per la comunità internazionale e un brutto precedente. Meglio imparare le lezioni e raccogliere la sfida. In certi casi vi sono state vittime civili e occorre fare di tutto per evitarlo in futuro. Gli afgani devono assumere un profilo piu alto e le istituzioni locali accelerare il loro cammino. Coloro che criticano l’azione militare dovrebbero promuovere un aumento sostanziale dell’azione civile e di aiuto allo sviluppo. Un migliore coordinamento delle tante attività internazionali è essenziale e bisogna incitare le Nazioni Unite ad assumere questo ruolo.

L`exit strategy dovrebbe, insomma, puntare sul rafforzamento delle istituzioni nazionali e sullo sviluppo della società civile, in un quadro di sicurezza dignitoso.