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Politica estera

La missione di Prodi in Kazakhstan

18 Ott 2007 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Tra l’8 e il 10 ottobre una delegazione italiana, guidata da Prodi, dal ministro per il Commercio con l’Estero, Bonino e dal presidente di Confindustria, Montezemolo, ha avuto nella capitale del Kazakhstan un’importante serie di incontri con le autorità e la comunità economica locali. Ad Astana il premier ha parlato con il Presidente kazako Nazarbayev di diversi temi: dalla proposta italiana di una moratoria internazionale sulla pena di morte, cui il Kazakhstan ha garantito il suo sostegno, all’appoggio di Roma alla candidatura kazaka all’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e alla presidenza dell’Osce. Il tema principale degli incontri è stata però l’economia. Oltre 200 imprenditori hanno partecipato alla missione, e importanti accordi commerciali sono stati firmati da Confindustria, UnionCamere e Abi. In particolare l’associazione degli industriali italiani ha firmato con la sua omologa kazaka Atameken un accordo che permetterà di rafforzare la cooperazione bilaterale tra i due sistemi imprenditoriali, istituendo un canale preferenziale per le imprese che necessitano di assistenza.

Una realtà in crescita
Considerato il suo quadro economico, il Kazakhstan potrebbe risultare un importante mercato per le imprese italiane. Secondo un rapporto del 2006 dell’Istituto per il Commercio con l’Estero, dal 2000 la crescita del Pil kazako è sempre stata superiore al 9%, la disoccupazione è scesa al 7,8% e la percentuale di poveri al 15%. Per quanto riguarda la composizione dell’economia del paese, il settore agricolo è sceso dal 35% del Pil registrato nel 1990 al 6,5% del 2005, mentre l’industria ha raggiunto nel 2006 il 30% del Pil, trainata dai settori metallurgico, edile e tessile e dei trasporti.

Considerate le grandi disuguaglianze sociali tra i suoi 15 milioni di abitanti, si delinea quindi il tipico quadro economico di un paese emergente con una forte, ma disordinata crescita industriale nei settori a bassa tecnologia ed alta intensità di fattore lavoro. Le imprese di paesi industrializzati come l’Italia hanno perciò l’opportunità sia di esportarvi macchinari e attrezzature di cui necessita il crescente sistema industriale, sia beni di consumo la cui domanda è in aumento.

A differenza di altri paesi emergenti, tuttavia, l’economia kazaka, come quella di altri paesi dell’Asia centrale, è fortemente dipendente dallo sfruttamento delle risorse energetiche: basti pensare che nel 2005 due terzi delle entrate fiscali kazake sono venuti dal settore petrolifero. Ciò rappresenta un’ulteriore importante opportunità per le compagnie italiane alla ricerca di nuovi giacimenti. Il governo kazako ha perseguito sin dagli anni ’90 una politica di privatizzazioni, liberalizzazioni e soprattutto di apertura agli Investimenti Diretti Esteri (Ide), i quali nel 2006 si sono indirizzati per il 32,9% al settore petrolifero e del gas naturale e sono aumentati del 45,1% rispetto al 2005. L’Italia, nel 2006, era il quarto maggiore paese di provenienza degli Ide, con una forte presenza di compagnie energetiche, ma anche di gruppi specializzati nelle costruzioni. Nello stesso anno l’Italia è salita con il 6% al quarto posto tra i paesi esportatori in Kazakhstan, (confermandosi al 2° tra i paesi europei), grazie prevalentemente a macchinari, attrezzature e altri componenti per l’industria e l’agricoltura kazaka. Poco significativi sono invece i dati più recenti sulle importazioni italiane dal Kazakhstan, perché il petrolio e le altre risorse energetiche passano prima per altri paesi terzi, come la Russia e l’Arabia Saudita.

La legislazione sull’energia
Proprio il settore energetico è stato recentemente oggetto di contrasti tra Roma e Astana. La legge kazaka del 2002 sugli investimenti esteri, accanto alle tutele standard (indennizzo immediato pari al valore di mercato in caso di nazionalizzazione, diritto di ricorrere ad arbitrati internazionali, etc.) ha previsto che le attività dell’investitore estero debbano essere soggette alle stesse condizioni di cui beneficiano gli omologhi kazaki “salvo per quanto previsto dalla legislazione in materia di investimenti”. Proprio tale legislazione è stata modificata dal Parlamento kazako, che a fine settembre ha approvato un emendamento che conferisce al governo il diritto di annullare o modificare i contratti sull’uso delle risorse naturali che danneggino la sicurezza economica del paese.

Tale legge attende il nullaosta presidenziale per entrare in vigore, e se venisse ratificata rappresenterebbe chiaramente un vulnus alla certezza del diritto garantita dagli standard internazionali agli investitori stranieri. Come nota il Financial Times del 5 ottobre, “la tempistica dell’azione parlamentare solleva il sospetto che essa miri a mettere pressione sull’Eni ed i partner del suo consorzio, mentre continuano i negoziati per ridefinire il contratto sul Kashagan”. L’Eni guida il consorzio Kco (cui partecipano Total, Exxon Mobil, Shell, ConocoPhilips, Impex e la compagnia kazaka Kazmunaigaz), che nel 1997 è stato incaricato dal governo di sfruttare diversi siti petroliferi tra cui quello di Kashagan nel Mar Caspio. Nei mesi scorsi sono sorte delle controversie tra gli investitori stranieri e la controparte kazaka sui costi crescenti dell’impianto di Kashagan. Casualmente, il 27 agosto il governo di Astana ha deciso di sospendere per tre mesi i lavori di estrazione del campo gestiti dall’Eni per una “violazione delle leggi ambientali”, motivazione abbastanza inusuale in un paese che ha permesso il disastro ecologico del Mare d’Aral. I sospetti del Financial Times non sarebbero dunque privi di fondamento, considerando anche che il Kazakhstan non eccelle per trasparenza istituzionale, autonomia dei poteri statali e maturità democratica: Nazarbayev è ininterrottamente presidente dal 1991, è stato rieletto nel 2005 col 91% dei voti, e alle elezioni parlamentari di agosto il suo partito ha ottenuto il 100% dei seggi. Senza contare che Nazarbayev ha emendato la costituzione attribuendosi il diritto di rimanere presidente a vita. In tale contesto, è chiaro che il negoziato economico assume anche un carattere politico. Non a caso l’11 ottobre si è tenuto un incontro tra la delegazione dell’Eni e quella kazaka, e in quest’ultima il vice presidente della compagnia Kazmunaigaz era affiancato dal premier Masimov. Al termine dell’incontro, una nota dell’Eni ha affermato che “si sono create le condizioni per attivare un negoziato tra il consorzio Kco, di cui Eni è operatore, e le autorità kazake”.

L’influenza italiana
È difficile dire se e quanto abbia influito la visita ufficiale della delegazione guidata da Prodi e Montezemolo sull’andamento del negoziato in questione. Si può tuttavia rilevare come, in generale, sia importante il supporto del proprio governo per le società italiane impegnate all’estero, specie in paesi dove è più debole lo stato di diritto e più forte il controllo politico sull’economia. Innanzitutto per aiutare la raccolta di informazioni sulla realtà locale, per promuovere le produzioni italiane e per allacciare rapporti costruttivi con le autorità del luogo. Ma soprattutto per inserire i casi specifici nel quadro del più generale rapporto bilaterale economico e politico: quando, come in questo caso, l’imprenditore italiano ha di fronte il presidente della compagnia locale spalleggiato dal suo primo ministro, è importante far capire alla controparte che la correttezza del comportamento adottato influirà sul clima del rapporto con l’Italia, e quindi sui vantaggi complessivi che potranno o no derivare per entrambi.

La separazione tra l’aspetto economico e quello politico delle relazioni con gli altri paesi ha indebolito in passato il sistema-paese italiano: da un lato ha lasciato più soli gli imprenditori che si arrischiavano ad investire all’estero, e dall’altro ha menomato un’azione diplomatica che in tutti i grandi paesi persegue anche gli interessi economici nazionali. Dalla fine degli anni ’90 l’Italia ha fatto dei passi avanti per superare la separazione tra i due ambiti, anche grazie a una maggiore consapevolezza da parte di entrambi gli schieramenti politici dell’importanza del “fare squadra” nella competizione sui mercati globalizzati, ma molto andrebbe ancora fatto.

In questa direzione è sempre più necessaria anche una azione politica a livello di Unione Europea, perché sul giacimento di Kashagan come nel resto dell’Asia centrale sono spesso impegnate insieme diverse compagnie europee che, senza il supporto congiunto dei loro paesi, sono più deboli rispetto a concorrenti, come Gazprom, sostenuti con tutti i mezzi dal proprio governo. Basti pensare che l’Italia, come tutti i paesi europei tranne la Germania, al momento non ha una rappresentanza diplomatica in ognuno dei cinque “stan states” (Kazakhstan, Kirgistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan), mentre la Russia sta ristabilendo la sua sfera di influenza sulle repubbliche ex sovietiche, e la Cina sta diventando un concorrente temibile nella corsa alle materie prime nell’Asia centrale.