IAI
Darfur

Timidi segnali di miglioramento

4 Set 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Gli eventi in Darfur sono sempre presenti nelle opinioni pubbliche e nelle agende politiche dei paesi occidentali. L’arrivo al potere di Sarkozy a Parigi e di Brown a Londra, li hanno riportati in primo piano come la più grave questione umanitaria nel mondo attuale. Gli appelli umanitari si susseguono. La Cina è stata sollecitata ad assumere in questa vicenda un ruolo adeguato alla sua posizione di difensore del governo sudanese e di nuova potenza che agisce nello scenario africano. A questo punto qualcosa si è mosso nel Sudan stesso. Ma si è vicini ad una soluzione del problema e le condizioni di vita dei suoi sventurati abitanti sono adesso meno gravi ?

Gli ultimi eventi
Khartum ha finalmente accettato in luglio l’invio nella regione di un corpo di spedizione misto, delle Nazioni Unite e dell’Unione africana, di 26.000 persone. Una cifra, osservano tutti, non sufficiente a controllare una regione semidesertica con una dimensione equivalente a due volte la Francia. Ma comunque un notevole passo in avanti, rispetto agli attuali 7.000 soldati, mal diretti e mal equipaggiati, della sola Unione africana. La presenza di queste truppe sarà un intralcio notevole alla libertà di uccidere di cui attualmente sembrano disporre tutti in Darfur, sospinti dal Governo o meno. Tuttavia il presidente sudanese, Bashir, è uno specialista di accordi accettati e successivamente impunemente ignorati. E l’attuale Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha mostrato una tendenza ad accettare rispettosamente le assicurazioni di Bashir. In effetti l’Unione africana ha già dichiarato, sicuramente su spinta di Khartum, che non v’e bisogno dei militari francesi, danesi ed indonesiani, basteranno quelli africani. Il che non è vero.

Comunque, se non sopraggiungono ulteriori ostacoli il nuovo Corpo di spedizione sarà presente sul terreno a fine anno. Nel frattempo si è tentato di sistemare un altro importante tassello della questione Darfur. All’inizio di agosto i capi dei principali movimenti di opposizione al governo sudanese hanno raggiunto un accordo di principio ad Arusha, in Tanzania. Essi hanno deciso di nominare un “leader”, o un “comitato”, che dovrebbe condurre le negoziazioni per un accordo con Khartum. Questo è una problema ancor più difficile da trattare. Infatti i movimenti di guerriglia anti-governativi si sono frazionati e sono aumentati dagli originali due a oltre tredici, spesso in conflitto tra loro. Tra l’altro i loro mezzi di lotta non sono diversi da quelli usati dai predoni armati dal governo sudanese per devastare i villaggi degli abitanti ritenuti di razza non araba. Il governo sudanese, poi, non ha alcuna voglia di trattare con loro, ammesso che ciò divenga possibile. Tuttavia i colloqui di Arusha, con la presenza di rappresentanti Onu e di paesi occidentali, potrebbero far diminuire gli attacchi dei movimenti ribelli ai convogli di aiuti umanitari.

Piccoli passi
Le condizioni sul terreno potrebbero dunque migliorare. Si tratterà di piccoli passi, che il governo sudanese potrebbe accettare, anche perché giungono nuove allarmanti notizie di anarchici scontri tra le stesse milizie considerate arabe. A questo punto, del resto, Khartum ha ampiamente dimostrato alla popolazione locale che gli interventi esterni non cambiano la situazione politica. In questi anni di razzie e uccisioni, il governo sudanese avrebbe così raggiunto l’obiettivo primario: chiarire ai sudanesi nelle altre regioni del suo enorme territorio che quanto avvenuto al Sud nel 2005, la fine della guerra civile con la nascita di una nuova entità autonoma ed autogovernata, non si ripeterà altrove.

Se quindi tutto va bene, una parte degli abitanti del Darfur e i circa due milioni di persone raccolte nei campi dei rifugiati, non saranno più in immediato pericolo di vita. E poiché intanto territori a suo tempo abbandonati da terrorizzati abitanti sono occupati da altri, una maggioranza di loro dovrà trovare altrove nuovi luoghi e mezzi per sopravvivere. Magari aumentando la popolazione delle bidonville che circondano la capitale, in pieno boom economico grazie ai redditi del petrolio.

Ma come mai la ribellione in Darfur non ha avuto un successo analogo a quella del sud del Sudan? Eppure anche lì il governo sudanese aveva utilizzato lo strumento delle milizie locali e del terrorismo, anzi nel sud l’esercito regolare stesso era impegnato a fondo. Il punto è che in quel caso la divisione delle forze in campo era chiara: musulmani arabizzati di Khartum contro africani animisti o superficialmente cristianizzati. Inoltre dal punto di vista geografico gli africani si muovevano tra savane e paludi contro arabi usi solo ad aree aride o semidesertiche. Infine il sud, dopo conflitti interni talvolta sanguinosi, si era dotato di un capo assoluto, John Garang, appartenente al gruppo etnico maggioritario, quello dei Dinka.

In questi condizioni e con l’appoggio prima dell’Urss e dopo, paradossalmente, degli Stati Uniti, i guerriglieri nel sud erano divenuti centomila, ineliminabili quindi con la forza. Quando allora si è posto al governo sudanese il problema dello sfruttamento del petrolio, i cui proventi erano divenuti determinanti per la sua stessa sopravvivenza, è stato giocoforza accettare un accordo di pace, con cessioni di potere locale e divisione dei redditi del petrolio. I giacimenti, infatti si situano appunto nell’area di confine tra nord e sud. In Darfur, invece, non vi sono pozzi di petrolio.

Le azioni internazionali
Quanto avvenuto in Darfur prova che le lodevolissime intenzioni dei Capi di governo occidentali, a meno di essere veramente capaci di azioni di forza, conseguono solo quello che permettono le forze in campo locali.

In effetti risulta che Condoleezza Rice ha più volte frenato il suo Presidente, segnalandogli che, data la situazione in Iraq, non erano possibili ulteriori interventi di forze armate Usa in un altro paese musulmano. Khartum, inoltre, collabora da anni con la Cia nella ricerca e repressione degli estremisti islamici e l’agenzia di spionaggio americano ha da parte sua sempre segnalato, non a torto, che un crollo del regime al potere in Sudan, aprirebbe la porta a una nuova gigantesca Somalia nell’area di confine tra mondo arabo e mondo africano. Interventi autonomi di francesi o inglesi non sono possibili. Infine le sanzioni internazionali, tramite le Nazioni Unite, richiedono l’assenso della Cina che compra il petrolio sudanese e che sostiene, per se e per gli altri, la tesi del rispetto delle singole sovranità nazionali. In questo quadro Khartum poteva essere indotta o “comprata”, ma non forzata a modificare la sua criminale politica.

L’incognita del sud
La colpa politica dei dirigenti sudanesi è quella di non utilizzare parte dei crescenti redditi di petrolio per migliorare le condizioni di vita degli abitanti delle regioni più povere. Invece di limitarsi ad assassinarli o semplicemente a ignorarli. Alla base v’è una arcaica cultura di potere, miscelata a una notevole dose di razzismo, che tuttavia non manca di tenacia e di moltissima abilità diplomatica. Ma problemi seri per Khartum potrebbero venire nuovamente dal sud.

Dal 2005 il sud si autogoverna. Il presidente del governo regionale, Salva Kiir, è anche uno dei due vice-presidenti del governo centrale e la regione è in pace. Organizzazioni o enti di aiuto umanitario, Nazioni Unite e Unione Europea in primis, partecipano allo sforzo di far funzionare embrionali strutture amministrative e sanitarie. Ma parlare di sviluppo economico sarebbe eccessivo e ciò sconcerta molti, tenendo conto che la metà di quei redditi di petrolio, che stanno arricchendo Khartum, dovrebbe andare al sud. Dove in base all’accordo di pace si deciderà nel 2011, con un referendum, se accedere o meno all’indipendenza.

Al sud la stragrande maggioranza vuole l’indipendenza. Garang, il leader del movimento Splm che ha vinto la guerra e che morì pochi mesi dopo l’accordo di pace, voleva mantenere l’unione col Sudan, coltivando il sogno di diventarne il presidente. Salva Kiir, suo successore, non ha il suo prestigio e potere politico, ma è un politico intelligente ed abile. In mancanza di un deciso miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti della regione, egli vorrà o dovrà cavalcare il movimento maggioritario per l’indipendenza. Intanto nel 2009 vi saranno le elezioni generali in Sudan e l’Splm potrebbe avere un successo elettorale tale da cambiare il quadro politico del paese.

Che farà allora il gruppo dirigente sudanese di fronte a questi eventi? Riaprire il conflitto nel sud, nella zona del petrolio? Scelta difficile, avendo già persa lì una guerra di venti anni. Dunque, riconoscere l’indipendenza di un terzo del paese e con ricchezze notevoli. Ma con quali contraccolpi in una comunità araba non usa a concessioni, in un paese dove distanze e differenze di tutti i tipi rendono difficilissimo il mantenimento di una comune organizzazione politica? Forse i futuri eventi nel sud renderanno giustizia alle martoriate vittime del Darfur.