IAI
Transatlantic Trends e European Elites Survey 2007

Il rapporto con l’America divide gli europei

6 Set 2007 - Pierangelo Isernia - Pierangelo Isernia

Un recente articolo del New Yorker sul neo-eletto presidente francese riportava questo scambio di battute tra Sarkozy e il Segretario di Stato americano. Alla Rice che lo accoglieva chiedendogli “Cosa posso fare per lei?” Sarkozy pare abbia risposto “Migliori l’immagine dell’America nel mondo. È difficile quando il paese più potente del mondo, il paese di maggior successo – quello che, di necessità, è il leader della nostra parte – è anche il meno popolare. Questo presenta enormi problemi per voi ed enormi problemi per i vostri alleati. Perciò, fate tutto ciò che potete per migliorare il modo in cui siete percepiti: questo è quello che lei può fare per me”.

Doppio divario
I risultati del Transatlantic Trends Survey 2007 – l’inchiesta di opinione pubblica condotta dal German Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di San Paolo –– e del parallelo European Elite Survey 2007 – che sonda le élite parlamentari e amministrative europee – confermano in pieno il divario esistente tra le élite e il pubblico sui temi transatlantici*. Al più tradizionale gap tra i due lati dell’Atlantico, gap che i dati di questa inchiesta registrano e, in certa misura, ridimensionano, un altro divario sembra succedere – quello tra le élite politiche europee e le loro opinioni pubbliche. Da un lato, l’European Elite Survey mostra che le élite europee hanno una immagine largamente positiva del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Dall’altro lato, il Transatlantic Trends Survey segnala che il pubblico europeo resta fondamentalmente scettico sulle motivazioni e sul ruolo della politica estera americana nel mondo. Le implicazioni di questo divario tra le élite, politiche e amministrative, che da Bruxelles coordinano gli sforzi europei, e l’opinione pubblica dei paesi membri sono ancora poco chiare, e ancor meno approfondite, ma i dati sembrano inequivocabili.

Solo il 36% del pubblico europeo dei nove paesi membri dell’Unione Europea esaminati sia dal Transatlantic Trends Survey che dall’European Elite Survey ritiene desiderabile una forte leadership americana nel mondo, a fronte del 74% dei parlamentari europei di questi stessi paesi e del 77% degli alti funzionari del Consiglio e della Commissione dell’UE. Solo il 38% del pubblico europeo pensa che le relazioni tra Unione Europea e Stati Uniti miglioreranno dopo le elezioni presidenziali americane del 2008, mentre la maggioranza dei parlamentari europei (58%) e degli alti funzionari dell’UE (65%) ritiene che ciò accadrà.

La convinzione delle élite europee che gli Stati Uniti debbano avere un ruolo attivo e positivo nel mondo non scaturisce da un atteggiamento di maggiore simpatia per l’attuale amministrazione americana. Solo il 24% dei parlamentari europei e il 12% dei funzionari europei approva la politica estera dell’amministrazione Bush. In questo, le opinioni delle élite non si discostano da quelle del pubblico. Solo 1 europeo su 5 approva infatti la politica estera del presidente americano.

Ciò che distingue le élite dai pubblici europei è la convinzione dei primi – non condivisa dai secondi – che i problemi internazionali attuali possano essere risolti solo sulla base di una stretta cooperazione tra i due lati dell’Atlantico e attraverso le istituzioni esistenti. Mentre il 44% del pubblico europeo ritiene che l’Unione Europea debba affrontare le minacce mondiali in maniera indipendente dagli Stati Uniti, solo il 28% dei parlamentari europei e il 20% degli alti funzionari la pensa allo stesso modo. Coerentemente, mentre il 58% dei cittadini dei 9 paesi europei sondati dall’EES e dal TTS ritiene la Nato “ancora essenziale,” il 70% dei parlamentari e il 78% degli alti funzionari pensa che lo sia.

È difficile dire se questo divario sia frutto della maggiore conoscenza dei problemi internazionali da parte delle élite politiche e amministrative europee, o di una tendenza delle élite a rispondere in modo diplomatically correct. Siano le risposte il frutto di convinzione o di convenzione, gli atteggiamenti delle élite europee restano comunque saldamente pro-americani nella loro impostazione, mentre le opinioni pubbliche, pur con differenze nazionali anche rimarchevoli, sono sostanzialmente distanti dagli Stati Uniti, nel 2007 tanto quanto lo erano negli anni precedenti.

Nel 2002, il primo anno di questa inchiesta, il 64% del pubblico europeo riteneva desiderabile la leadership americana nel mondo. Nel 2003 questa percentuale scendeva al 46%, per effetto della crisi irachena, e nel 2004 al 36%. Da allora, questa percentuale non è più risalita. Nel 2007 la percentuale di intervistati che ritiene la leadership americana desiderabile è esattamente uguale a quella del 2004. Questo declino è stato particolarmente drammatico proprio in quei paesi, la Germania, l’Italia, la Polonia, l’Olanda e il Regno Unito, in cui i sentimenti erano più calorosi. Apparentemente, nulla di quello che l’amministrazione Bush ha fatto, o pensato di fare, è stato sufficiente a rovesciare questo trend.

Le implicazioni di questo diverso orientamento verso gli Stati Uniti sono complesse da decifrare. I dati dell’inchiesta di questo anno indicano che, nel pubblico europeo, il sentimento critico verso gli Stati Uniti non si traduce inevitabilmente nell’indisponibilità a cooperare con gli Stati Uniti o in “splendido isolamento.” Quantunque risicata, la maggioranza del pubblico europeo continua a ritenere la partnership transatlantica la strada migliore per affrontare le minacce mondiali. In questo, tra l’altro, in sintonia con il pubblico americano. Allo stesso modo, pur con alcune differenze di enfasi – maggiore preoccupazione per il riscaldamento del pianeta in Europa e per l’Iran negli Stati Uniti – le minacce mondiali sono percepite in maniera abbastanza simile dai due lati dell’Atlantico.

Resta il fatto che gli europei sono saldamente ancorati ad una visione “civile” – per quanto fumoso sia ciò che si nasconde dietro questa espressione – della potenza europea, mentre gli americani a una visione più muscolare. Ma le divisioni tra marziani e venusiani sono meno nette di quanto lo erano alcuni anni fa, anche negli stessi Stati Uniti, sul tema centrale di frattura transatlantica: quando e come usare la forza militare. L’Iraq è stato una lezione per tutti.

Indicazioni per il futuro
Le future conseguenze di questo divario tra élite e opinione pubblica possono ovviamente essere solo oggetto di congetture. Non sappiamo cosa la Rice abbia risposto a Sarkozy, che gli domandava di migliorare l’immagine dell’America nel mondo. Ma i dati delle inchieste del 2007 suggeriscono che l’amministrazione Bush può fare ben poco per migliorare questa situazione. Più interessante, forse, è stabilire se i dati del Transatlantic Trends Survey e dello European Elite Survey ci possono aiutare a rispondere ad un’altra domanda, più importante, relativa a quello che succederà dopo che l’amministrazione Bush sarà andata via. Quanto, della presente crisi transatlantica, è il riflesso di un cambiamento strutturale negli atteggiamenti del pubblico e quanto è invece legato alle scelte del presidente Bush e della sua amministrazione?

I dati sembrano suggerire che il pubblico europeo e quello americano sono ancora sostanzialmente in consonanza. Non più di un quinto degli intervistati nei 12 paesi europei (e l’11% degli americani) si aspetta che le cose non cambieranno nel 2008, qualsiasi sia il futuro presidente degli Stati Uniti, perché le relazioni sono diventate troppo tese per poter recuperare. Tuttavia, come in ogni coppia che si rispetti, il rapporto non dipende solo da uno dei due partner, ma dal comportamento di entrambi. E cosa gli europei possono fare per migliorare queste relazioni dipende dalla capacità della leadership europea di interpretare i sentimenti del pubblico europeo e di fornire ad esso un indirizzo adeguato. Ed è qui, che il divario tra il pubblico e le élite è suscettibile di valutazioni molto differenti.

Il gap élite-pubblico può essere interpretato con preoccupazione, se il crescente scetticismo sulle capacità di gestire in partnership con gli Stati Uniti i problemi mondiali diminuisce la disponibilità del pubblico europeo a sostenere scelte impegnative dei governi europei nelle crisi internazionali, come alcuni dati sembrano indicare, ad esempio a proposito dell’Iran e del Medio Oriente. Ma d’altro canto, i sentimenti fortemente pro-americani delle élite possono essere di conforto a quelli che ritengono che comunque gli orientamenti del pubblico seguono inevitabilmente quelli delle élite.

Se alla fine sarà il pubblico a riorientarsi nella direzione prefigurata dalle élite o saranno le élite a doversi adattare alle percezioni dei loro elettorati è non solo interessante – almeno per tutti coloro che ritengono che, in democrazia, le politiche siano in ultima analisi legittimate dalla congruenza con le opinioni del pubblico – ma anche politicamente molto attuale – per l’importanza che una sana relazione transatlantica ha tuttora sulla capacità di affrontare i problemi mondiali. Le inchieste dei prossimi due anni potranno fornire utili elementi per gettare una luce su questi importanti processi.

* Il Transatlantic Trends Survey (TTS) è un’inchiesta annuale che, dal 2002, esamina gli atteggiamenti del pubblico di alcuni paesi europei e degli Stati Uniti sui rapporti transatlantici. Nel 2007 l’inchiesta è stata condotta in 12 paesi europei (Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Slovacchia, Spagna e Turchia) e negli Stati Uniti. L’European Elite Survey affianca dal 2006 il TTS, esaminando gli atteggiamenti di un campione di parlamentari europei dei 9 paesi membri dell’UE che sono parte del TTS e di un campione di alti funzionari della Commissione e del Consiglio dell’Unione Europea. I commenti in questo articolo si soffermano sui 9 paesi sondati contemporaneamente dalle due inchieste, tranne dove esplicitamente menzionato il contrario.

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