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America latina

L’America Latina corre, ma il suo futuro resta incerto

2 Ago 2007 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

L’area latinoamericana è tornata a crescere con forza in questi ultimi tre anni grazie a un po’ di fortuna, ovvero il favorevole ciclo internazionale ed a politiche macroeconomiche “giudiziose”. Gli affari prosperano in molti paesi della regione e attirano sempre più capitali e imprese multinazionali. Quanto durerà? Se si guarda alle aspettative degli investitori non molto, purtroppo.

La crescita è robusta, spinta dalla domanda di materie prime
Dopo il forte incremento dello scorso anno la crescita del Pil dell’America Latina dovrebbe rallentare in misura lieve quest’anno e il prossimo, mantenendo comunque dinamiche di tutto rispetto superiori al 4 per cento annuo (4.6% nel 2007 e 4.1% nel 2008). Sia la frenata in corso nell’economia americana, sia alcuni fattori interni meno favorevoli dovrebbero contribuire a questo leggero calo.

Le economie della regione continueranno comunque ad essere tra le maggiori beneficiarie della forte domanda di materie prime (rame, minerali ferrosi, zinco, bauxite, semi di soia) proveniente dalle economie asiatiche e in particolare dalla Cina, anche se i prezzi delle materie prime non energetiche dovrebbero rallentare la loro frenetica corsa degli ultimi anni che ha determinato nel 2006 un formidabile incremento (+49%).

Nel periodo che va dal 1999 al 2005 il valore delle importazioni cinesi dall’America Latina è aumentato in misura siderale (+783%) e la Cina è diventata il secondo più importante partner commerciale del Brasile e del Perù, il terzo per il Cile e il quarto per l’Argentina. Ma le distanze nei confronti dell’interscambio dell’area con gli Stati Uniti restano molto forti.

Il ruolo delle politiche economiche “giudiziose”
A dispetto della deriva populista di alcuni paesi, la maggior parte delle economie latinoamericane ha continuato a praticare in quest’ultimo periodo politiche economiche uniformate a un sano realismo che hanno accresciuto la credibilità complessiva dei paesi e aiutato la loro crescita. Sono stati così in molti ad aver adottato e/o mantenuto sistemi di cambi flessibili e accumulato, anche attraverso consistenti avanzi commerciali, ragguardevoli riserve di valuta estera. Anche i disavanzi pubblici di molte economie sono migliorati e il debito estero – storica spina nel fianco dei paesi dell’area – è nel complesso diminuito. Tutto ciò induce a ritenere che anche in presenza di condizioni monetarie più restrittive, quali quelle attuali, le probabilità di nuove crisi finanziarie per le maggiori economie della regione siano a breve molto basse, sebbene non potranno più attingere a piene mani, come in questi ultimi anni, dalla liquidità abbondante e a basso costo disponibile a livello internazionale.

Restano le incertezze sul futuro a medio termine
Ma l’attuale favorevole corso dell’economia non può certo indurre a sminuire le molteplici incognite e incertezze che continuano a gravare sul futuro a medio termine dell’area.

In primo luogo per le politiche di stampo populista e nazionalista adottate da alcuni importanti paesi come il Venezuela, la Bolivia e il Perù. La finalità comune di tale corso politico radicale è cercare di utilizzare le risorse derivanti dalle abbondanti fonti energetiche nazionali per finanziare politiche economiche redistributive. Soprattutto il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, si è spinto molto avanti sulla strada dei progetti di nazionalizzazione di imprese di “settori strategici”, a partire dall’energia. Ha parlato di un socialismo per il XXI secolo. In realtà, i suoi piani non sono né nuovi né originali ed evocano altre nefaste esperienze del passato del continente latinoamericano. E alla lunga finiranno per incidere negativamente sugli investimenti della regione.

Poi vi sono le debolezze strutturali di antica data che continuano a penalizzare negativamente la performance economica dell’America Latina. In testa la mancanza di infrastrutture, materiali e immateriali. Ancora l’eccesso di regolazione e di vincoli amministrativi che, pur attenuatosi nella fase delle riforme e privatizzazioni degli anni Novanta, continua a gravare pesantemente sul funzionamento dei mercati dell’area. Unitamente al basso tasso di risparmio e agli inefficienti sistemi fiscali, tali rigidità contribuiranno a deprimere a medio termine la dinamica – peraltro già insufficiente – degli investimenti in America Latina. Essa è da tempo la maggiore causa della crescita potenziale bassa dell’area.

Ma si continuano a fare buoni affari
Comunque resta un fatto positivo e da sottolineare: gli sviluppi economici favorevoli di questi ultimi anni hanno creato e continuano a creare molteplici opportunità di buoni affari nell’area latinoamericana, sia per le imprese locali sia per le multinazionali, americane, europee e di molti altri paesi. In testa alle piazze preferite dagli investitori ci sono ovviamente il Brasile e il Messico; mentre nella lista dei settori prescelti l’energia e, poi, le infrastrutture si staccano nettamente da tutti gli altri. Ancora, il clima favorevole e i notevoli incrementi registrati negli ultimi tempi dalla raccolta del risparmio, soprattutto grazie all’avanzata dei fondi pensione, stanno allargando notevolmente la gamma delle opportunità d’investimento, sia a comparti quali il manifatturiero e la distribuzione commerciale, sia a nuovi paesi, quali la Colombia, ad esempio. Tanto più che alle tradizionali fonti di finanziamento si è aggiunto più di recente un forte aumento delle rimesse degli emigranti latinoamericani: nel 2006 hanno superato i 62 miliardi di dollari catapultando la regione al primo posto tra le aree del mondo in termini di afflusso di rimesse.

D’altra parte, i tassi di rendimento degli investimenti a breve termine in America Latina sono oggi davvero allettanti: il 30 per cento per impieghi a un anno (oltre il 5 per cento in più della media dei mercati emergenti) e il 14 per cento per quelli a tre anni. Il problema è che guardando un po’ più lontano, a cinque e dieci anni, tornano a dominare i fattori di incertezza e i rendimenti attesi dagli investitori scendono drasticamente e diventano addirittura negativi.