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Pakistan

Tra terrorismo e democrazia

30 Lug 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Il Pakistan è tornato agli onori delle cronache nei giorni scorsi quando l’esercito pachistano ha attaccato la Moschea Rossa situata al centro della capitale, sloggiando i fanatici militanti che vi si erano asserragliati. L’operazione ha comportato circa duecento morti e la fazione islamica estremista ha, per reazione, dichiarato guerra al Governo, rompendo l’accordo di tregua che aveva con esso. Ne sono seguiti attacchi terroristici, con oltre centocinquanta morti, in gran parte militari, soprattutto al nord del paese, dove sono presenti sia i militanti di al-Qaeda che i Talebani.

Per posizione geografica, dimensioni e caratteristiche della sua popolazione, quanto avviene in Pakistan ci riguarda direttamente. Innanzitutto gli eventi in quel grande paese islamico sono determinanti nella battaglia ingaggiata in Afghanistan, al fine di frustrare il tentativo talebano di riconquistarlo. Inoltre il paese è al centro della battaglia internazionale contro il terrorismo islamico, che vi ha le principali basi di organizzazione e di acquisizione di volontari per attentati in qualsiasi parte del mondo. Se poi si installasse in Pakistan un regime islamico fondamentalista, al confine dell’India e non lontano dalla Cina, conflitti e riflessi si riverserebbero anche in Asia.

È stato spesso sottolineato il rapporto ambiguo tra i militari pachistani e il movimento estremista islamico, con i relativi corollari sulla possibilità di un ritorno alla democrazia e, quindi, sulla sorte del Presidente stesso, il generale Pervez Musharraf, già indebolito dal precedente scontro con la parte urbanizzata e moderna della società pakistana allorquando in marzo dimise il giudice Chaudhry. Una situazione complessa e per molti versi confusa. Cosa può venirne fuori?

Il quadro politico
Il Generale Musharraf giungerà a ottobre al temine del suo mandato. Due mesi dopo dovrebbero seguire le elezioni generali, che sarebbero sicuramente perse dal partito al governo, se le elezioni si svolgessero liberamente e correttamente. Per rimanere al potere, come di regola tutti gli uomini politici vogliono fare, Musharraf potrebbe utilizzare le regole attualmente esistenti e farsi eleggere dall’Assemblea di rappresentanti nazionali e regionali. Una decisione, però, di dubbia costituzionalità, che rischia di incontrare una fortissima opposizione da parte della élite della società pachistana, che ha mostrato nel caso Chaudhry, recentemente reinstallato al suo posto dalla Corte Suprema, una capacità di mobilitazione di massa.

Se il Presidente scegliesse questa strada dovrebbe successivamente truccare anche le elezioni. Non sarebbe certo la prima volta in Pakistan, ma le forze di opposizioni, da un lato e dall’altro, non renderebbero facile l’operazione. L’esercito vorrà, probabilmente, evitare questa soluzione, foriera di disordini di imprevedibile dimensione e potrebbe decidere di forzare la battaglia elettorale con un accordo preventivo con uno o con tutti e due i Partiti dei precedenti Primi Ministri in esilio, Benazir Butto e Nawaz Sharif. Un ritorno alla democrazia, dunque. Ma in ogni caso parziale, perché il nuovo governo civile governerebbe, come nei precedenti casi, in stretto contatto e sotto il controllo dei militari.

Militari ed estremisti islamici
I militari pachistani hanno avuto sempre rapporti ambigui con gli estremisti islamici, con un’alleanza più o meno aperta su centrali questioni di politica estera. Al solito è stata l’Arabia Saudita a finanziare generosamente scuole e moschee, ma fu un Generale-Presidente, Zia-ul-Haq, a dare loro negli anni Ottanta un ruolo nella società e nella politica del paese. L’esercito ha poi sfruttato i movimenti islamici e il loro spirito di jihad sia nella guerra contro i sovietici in Afghanistan, sia in quella contro l’India in Kasmir. Un controllo relativo, ora venuto meno, che ha accentuato pericolosamente il contrasto con gli Stati Uniti. Nel periodo precedente alla battaglia della Moschea Rossa gli estremisti avevano irritato anche un altro potente alleato del Pakistan, la Cina, sequestrando cittadini cinesi accusati di prostituzione o altri commerci immorali. La loro prepotenza nella capitale stessa aveva reso lo scontro inevitabile Ma nelle elezioni del 2002 Musharraf li aveva aiutati e i contatti, e probabilmente anche i finanziamenti, continuavano tramite i servizi segreti, e la mano libera concessa loro nel Waziristan aveva permesso ai Talebani di rafforzare la loro capacità di guerriglia in Afghanistan.

Naturalmente ora anche negli Stati Uniti, preoccupati del crescente indebolimento politico di Musharraf, alcuni auspicano il ritorno al potere dei partiti politici tradizionali e dei loro leader storici. Questo sarebbe anche il metodo migliore per porre freno ai debordanti estremisti islamici, secondo il principio che la democrazia è il migliore sistema politico per sconfiggere gli estremisti. Le esperienze fatte nel mondo musulmano negli ultimi decenni dovrebbero avere, però, insegnato che le cose non sono così semplici. Se il Pakistan tornasse alla democrazia, numerosi altri elementi dovranno intervenire perché l’assioma democrazia = moderazione si realizzi. Tra di essi non è detto che quelli economici siano i più importanti.

Per esempio, per le famigerate “aree tribali”, dove è dominante l’etnia Pushtun, dalla quale proviene il contingente principale della guerriglia talebana, gli americani hanno reso disponibili mezzi ingenti per migliorare le infrastrutture e le condizioni di vita dei suoi abitanti. L’appoggio della popolazione locale alle azioni dei guerriglieri sarebbe così diminuito. Ma date le condizioni locali, non si è riuscito ad utilizzarli nel timore, tra l’altro, che i leader tribali utilizzino questi aiuti per aumentare loro autonomia dal governo centrale e magari anche aiutare di più i talebani.

Il dilemma politico centrale
È però vero che in Pakistan la democrazia ha già fatto i suoi esperimenti. Anche se non di successo, essi hanno comunque insegnato molto a dirigenti e popolazione sul funzionamento di questo delicato strumento politico. Esiste inoltre nel paese una classe media abbastanza colta e con notevoli mezzi economici. Soprattutto, la popolazione pakistana non ha mai dato ai movimenti islamici più del 15% dei voti, spesso anzi meno, malgrado l’appoggio ricevuto dai militari. Tra gli stessi movimenti religiosi, inoltre, l’opposizione ai metodi di azione violenta è ben presente. Tra l’altro i tentativi fatti dal gruppo politico asserragliato nella Moschea Rossa di introdurre a Islamabad lo stile di vita dei puristi islamici, con saccheggi di negozi di musica, incursioni contro case di prostituzione e altro, non ha giovato alla loro popolarità nella capitale.

È però importante chiarire un punto. Un governo democratico, a prescindere dal controllo militari, non sfugge al dilemma fondamentale dei dirigenti del paese. Gli estremisti non sono popolari in Pakistan, ma la maggioranza della popolazione è anche contraria a operazioni di controllo e repressione dei Pushtun nelle zone di frontiera. Esse sarebbero sanguinosamente distruttive per il paese, con il rischio di dare vita a una guerra civile nel nord del Pakistan. Gli interessi e le preoccupazioni principali dei paesi occidentali, cioè, non sono quelle ritenuti prioritari dai pachistani. Perché un governo democratico dovrebbe, più dei militari, ignorare gli orientamenti della popolazione che li vota?

Chiunque governi il Pakistan sarà quindi costretto a cercare di barcamenarsi tra esigenze contrastanti. Non vi sono perciò soluzioni chiare ai nostri problemi con il Pakistan. Saperlo, e scegliere con intelligenza le posizioni adatte alle circostanze sarà una prova di maturità internazionale, non meno difficile di quella interna che affronterà tra breve il governo pakistano, vecchio o nuovo che sia.

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