IAI
Lotta al terrorismo

Tra integrazione e repressione

31 Lug 2007 - Nicoletta Pirozzi - Nicoletta Pirozzi

La lotta al terrorismo internazionale è da tempo diventata un’area prioritaria di intervento a livello globale, regionale e nazionale per il mantenimento della sicurezza dei cittadini. Ben 13 convenzioni internazionali relative a specifiche attività terroristiche sono state elaborate nell’ambito delle Nazioni Unite dal 1963 a oggi. Manca tuttavia una convenzione globale sul terrorismo internazionale: le negoziazioni per la sua adozione si sono arenate sull’importante e imprescindibile questione della definizione del terrorismo internazionale e dell’esclusione da tale fenomeno delle lotte per l’autodeterminazione.

All’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 e di quelli più recenti a Madrid (2004) e Londra (2005), la reazione immediata ai diversi livelli è stata in primo luogo caratterizzata da un irrigidimento delle misure di controllo e protezione delle frontiere, dei trasporti, delle infrastrutture critiche, dei trasferimenti finanziari. Sono state inoltre promosse azioni di coordinamento tra le autorità nazionali competenti per favorire lo scambio di informazioni per il perseguimento e la cattura di terroristi, nonché la loro consegna alle autorità giudiziarie di Stati esteri, e ovunque si è registrato un inasprimento dei metodi di indagine e di interrogazione dei sospetti.

Tali interventi, prioritariamente diretti alla tutela della sicurezza pubblica e finalizzati alla repressione del terrorismo internazionale, sono oggetto di attenzione sotto due aspetti principali: in primo luogo, essi hanno posto spinosi problemi di compatibilità con la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli individui; inoltre, dubbi sempre più forti sono stati sollevati rispetto alla loro efficacia, se non accompagnati da misure di più lungo periodo che si focalizzino sui fattori che stanno alla base della radicalizzazione e del reclutamento di terroristi.

Diritto alla sicurezza e sicurezza dei diritti
Sotto il primo aspetto, esempi significativi sono due vicende che hanno generato forti tensioni nell’ambito dell’Unione Europea e nelle relazioni transatlantiche: la prima riguarda l’accesso da parte delle autorità federali statunitensi ai dati dei passeggeri delle compagnie aeree operanti in territorio Usa; la seconda si riferisce alla presunta complicità di Stati membri dell’Unione Europea con la Cia (Central Intelligence Agency) per il trasferimento illegale di individui sospettati di terrorismo verso Stati terzi accusati di utilizzare la tortura ed altre pratiche crudeli, inumane o degradanti negli interrogatori.

La prima vicenda scaturisce dall’emanazione di una normativa interna statunitense, successiva all’11 settembre, che imponeva ai vettori aerei di comunicare all’Ufficio doganale statunitense i dati personali dei passeggeri – denominati Passenger Name Records (Pnr). Tale normativa risultava in contrasto con le regole vigenti nell’Ue in materia di tutela della privacy, al cui rispetto le compagnie aeree europee sono tenute sulla base della Direttiva sulla protezione dei dati 95/46/CE (così come modificata dal regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 settembre 2003 n. 1882). Nel tentativo di trovare un punto di equilibrio tra la tutela della sicurezza dei cittadini da un lato e del diritto alla riservatezza dall’altro, la Comunità europea e gli Stati Uniti avevano concluso nel 2004 un discusso accordo destinato a garantire l’accesso del governo statunitense ai dati dei passeggeri delle compagnie aeree che operano in territorio Usa, pur nel rispetto di una serie di clausole, non vincolanti giuridicamente, relative alla protezione dei dati. L’accordo è stato impugnato dal Parlamento europeo perché non garantiva un’effettiva protezione per i passeggeri europei; la Corte di giustizia delle Comunità europee ha annullato le decisioni di Commissione e Consiglio sulle quali detto accordo si fondava, prolungandolo, nel contempo, fino al settembre del 2006.

La sentenza della Corte si basava però non sul presunto contrasto dell’accordo in esame con la Direttiva europea e con la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, bensì sulla inadeguatezza della base legale utilizzata. Sono rimaste dunque irrisolte importanti questioni di natura politica e giuridica, tanto che nell’ottobre del 2006 la Commissione, supportata dal Consiglio, ha concluso un nuovo accordo con gli Stati Uniti con un contenuto sostanzialmente non dissimile dal precedente, ma fondato su una nuova base legale e in vigore fino alla fine del luglio 2007: si ripropone dunque l’esigenza di arrivare a un accordo di lungo periodo, che sappia equilibrare la necessità di una regolamentazione giuridica, con un alto livello di sicurezza e un’adeguata protezione dei dati.

Il Parlamento europeo ha anche sollevato critiche pesanti su accordi che sarebbero stati conclusi tra Stati Uniti e alcuni Paesi europei e relativi al trasferimento illegale di persone sospettate di terrorismo sotto custodia della Cia e dell’esercito statunitense o di altri Paesi (tra cui l’Egitto, la Giordania, la Siria e l’Afghanistan) “che usano sovente la tortura negli interrogatori”. Le pratiche delle “consegne speciali” di presunti terroristi “fanno sì che i sospetti non siano sottoposti a processo, bensì siano trasferiti verso Paesi terzi per esservi interrogati, eventualmente torturati e detenuti in strutture controllate dagli Stati Uniti o dalle autorità locali” e costituiscono pertanto una violazione dei diritti fondamentali in virtù del diritto internazionale. Il Parlamento europeo ha denunciato il coinvolgimento e la complicità di alcuni Stati membri dell’Ue in tali pratiche, quali il rapimento del cittadino egiziano Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 ad opera di agenti della Cia, trasportato prima ad Aviano e poi a Ramstein, e l’espulsione di due cittadini egiziani da parte delle autorità svedesi, consegnati ad agenti della Cia e successivamente trasferiti in Egitto.

Alle radici del terrore
I recenti attacchi condotti o sventati in vari Paesi europei (Gran Bretagna, Spagna e Italia) hanno mostrato aspetti per certi versi inediti delle attività del terrorismo internazionale. Si impone allora la necessità di una strategia di lungo periodo, concertata a livello internazionale, che si focalizzi sui fattori della radicalizzazione e del reclutamento dei terroristi. Il fenomeno della radicalizzazione, in particolare tra le giovani generazioni, sembra coinvolgere sempre più non soltanto i Paesi islamici dell’area nordafricana e mediorientale, ma anche le comunità islamiche presenti in numerosi Paesi europei. Esso è già stato individuato come una priorità nella Strategia dell’Ue per la lotta al terrorismo dell’1 dicembre 2005 e nella Strategia Globale per la lotta al terrorismo adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite l’8 settembre del 2006.

In particolare, la mancata rappresentanza a livello politico e la marginalizzazione sociale ed economica sono stati indicati come alcuni dei fattori che generano sentimenti di frustrazione e di alienazione. Tali sentimenti sono alimentati da un’abile campagna di radicalizzazione gestita dai gruppi estremisti, finalizzata al reclutamento di nuovi adepti. Si tratta di una campagna che fa spesso un largo e accorto uso dei dei mezzi di comunicazione di massa, e in particolare di Internet.

Al-Qaeda e altre organizzazioni terroristiche gestiscono ciascuna centinaia di siti che vengono appositamente ideati per diverse tipologie e categorie di utenti e finalizzati a reclutare, formare e organizzare potenziali terroristi. L’obiettivo è di far leva sul senso di esclusione e di ingiustizia percepita e mira al rafforzamento del sentimento di appartenenza, offrendo possibilità di coinvolgimento attivo e di protagonismo in azioni di rivendicazione violenta. Alle reclute vengono promesse ricompense quali diventare martiri ed eroi della lotta contro l’Occidente, una vita migliore dopo la morte e sostegno economico alle famiglie per la perdita subita.

Fondamentali nella formazione e nel reclutamento di futuri terroristi sono anche i centri educativi e religiosi, dove l’insegnamento tradizionale dei precetti religiosi alimenta il senso di disorientamento e favorisce la mancata accettazione dei giovani musulmani delle dinamiche della società occidentale contemporanea. In alcuni casi, questi luoghi costituiscono veri e propri centri di addestramento per la preparazione di attacchi terroristici, come ha dimostrato il recente caso della moschea di Ponte Felcino, nei pressi di Perugia.

Cambio di rotta
Il terrorismo ha cambiato pelle: sistema senza gerarchia, esso impone un concreto e deciso cambio di rotta, con l’obiettivo di trovare risposte diverse per fronteggiare adeguatamente la diffusione delle nuove dinamiche di radicalizzazione nel seno delle società europee. Impone in primo luogo di adeguare le normative legali a una nuova situazione di multiculturalità, ma nello stesso tempo esige una convinta e convincente collaborazione delle comunità islamiche.

Strategie di integrazione nella vita economica del Paese di accoglienza dovrebbero essere elaborate per gruppi particolarmente vulnerabili all’interno delle comunità islamiche in Europa, quali i giovani e le donne e dovrebbero includere istruzione adeguata, formazione e promozione di forme di imprenditorialità nuove. Tuttavia, l’integrazione economica non può da sola generare un sentimento di appartenenza alle società europee in cui gli islamici vivono; occorre andare oltre e sviluppare approcci integrati che possano fronteggiare le differenze di tipo sociale, culturale e religioso. Le comunità islamiche devono concorrere a rompere la logica dell’isolamento e puntare a una maggiore partecipazione politica, promuovendo l’accesso alle istituzioni politiche e creando organi consultivi di rappresentanza.

Gli organi di informazione possono giocare un ruolo di primo piano in questa strategia di integrazione: occorrerebbe dare alle voci moderate dell’Islam più spazio e visibilità nei media e promuovere esempi positivi di dialogo tra le culture e le religioni evitando l’equazione tra Islam e terrorismo.

Risulta, peraltro, urgente arrivare a limitare l’utilizzo di Internet a scopi terroristici attraverso nuove forme di regolamentazione a livello internazionale, superando l’opposizione di chi concepisce la rete come un universo assolutamente libero e privo di vincoli. Il costante controllo e monitoraggio dei siti creati dalle organizzazioni terroristiche potrebbe aiutare le autorità competenti a capire e identificare i responsabili e a promuovere una campagna attiva di contrasto che enfatizzi la criminosità degli atti terroristici e proponga modelli alternativi di comportamento.