IAI
Verso il nuovo trattato europeo

Per l’Italia un’opportunità da cogliere

2 Lug 2007 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

A qualche giorno di distanza dal Consiglio Europeo di Bruxelles, che ha sbloccato dopo più di due anni di “riflessione” il dossier istituzionale, è possibile trarre alcune considerazioni per il futuro dell’Unione e valutare il ruolo che potrà giocarvi l’Italia.Cominciamo subito con il dire che il Trattato Riformato (ma che infelice espressione si è mai scelta!) non è per nulla semplificato. Anzi, l’inserimento nel vecchio testo “costituzionale” delle clausole previste nel mandato del Consiglio ha già messo in allarme giuristi e politici di tutta Europa per l’ambiguità e la complessità del compito che li aspetta: rendere comprensibili e trasparenti le nuove norme sarà quasi impossibile. Accantoniamo quindi lo slogan elettorale sul Trattato semplificato del neo presidente Sarkozy e apprestiamoci a convivere con un testo largamente incomprensibile.

Doppio scopo
L’operazione condotta a Bruxelles ha ottenuto un doppio scopo. Innanzitutto si è voluto dare ragione agli europeisti e a coloro che avevano già ratificato il vecchio Trattato sulla necessità di una riforma che desse efficienza alle istituzioni dell’Unione. Il fatto che la maggioranza del Consiglio, guidata dalla Germania, sia riuscita a salvaguardare nella sua interezza le norme che tendono a rendere più efficace la politica estera e di difesa dell’Unione, uno degli aspetti più innovativi del Trattato costituzionale, va esattamente in questa direzione. Analogo discorso può essere esteso al campo della giustizia e degli affari interni, dove malgrado l’opt out della Gran Bretagna si potrà procedere alla “comunitarizzazione” di un settore di enorme importanza anche per i cittadini dell’Unione alle prese con fenomeni di immigrazione e di lotta alla criminalità, comuni a quasi tutti. Ciò risponde al nuovo paradigma dell’integrazione europea, meno rivolto alla creazione interna dell’Europa e più alle prese con le responsabilità e i compiti da svolgere all’esterno dell’Ue.

Il secondo scopo è stato quello di rassicurare gli stessi cittadini, ma questa volta nella loro veste nazionale, che gli Stati membri sono ancora saldamente al comando dell’Unione europea e che l’intero processo di integrazione è sotto il controllo stretto dei Governi. Di qui la decisione di eliminare dal testo del nuovo Trattato i simboli dell’Unione, di modificare, su suggerimento britannico, il nome del “ministro degli Esteri” in qualcosa che non facesse ombra a quelli nazionali (ma a proposito, quello inglese non si chiama “Secretary of State”?) e soprattutto un maggiore ricorso alle cooperazioni rafforzate fra gruppi di paesi, alla possibilità di opting out dalle politiche e a un ruolo ancora maggiore dei Parlamenti Nazionali in funzione di controllo sulla legislazione comunitaria.

La posizione italiana
Questi ultimi aspetti ci portano al discorso sull’Italia. Se il futuro dell’Unione europea si baserà essenzialmente sul varo di cooperazioni rafforzate, l’Italia potrà dirsi soddisfatta di avere fatto passare una “filosofia” di integrazione che le eviterà l’imbarazzo di assistere, senza parteciparvi dall’inizio, alla nascita di direttori o di accordi interstatali (tipo Pluem, Schengen e altro) al di fuori della cornice dei Trattati. Ma ciò a due condizioni. Innanzitutto, che il ricorso alla cooperazione sia semplificato al massimo; ma ciò non è evidente né nel mandato (dove si accenna solo a un numero minimo di 9 Stati membri per dare avvio alla cooperazione), né nel testo di riferimento del vecchio Trattato. Se il ricorrervi dovesse essere troppo complicato, il rischio di fare risorgere il fantasma dei direttori o dei gruppi extra-trattato potrebbe essere ancora elevato.

Ma anche se le cooperazioni rafforzate, ed è questo il secondo punto, dovessero divenire la regola dell’Unione, per l’Italia si porrà il problema di valutare tempestivamente e con realismo se farne parte o meno. Di volta in volta, quindi, il Governo dovrà soppesare i pro e i contro dell’adesione a un gruppo rafforzato in base agli interessi nazionali. Più in generale, il Paese sarà chiamato a dimostrare la propria capacità di partecipazione, oltre alla volontà di aderirvi. Sarà infatti il criterio dei “willing and able” a dettare le regole di partecipazione e il nostro Paese ha dimostrato in molti casi una scarsa capacità di adeguamento alle politiche e regole comuni, malgrado tutta la buona volontà del caso.

Sul fronte del Parlamento italiano, cui sarà attribuita una maggiore responsabilità nel controllo della legislazione comunitaria il discorso non è molto diverso. La scarsa attenzione con cui si seguono le vicende dell’Ue (e le commissioni Affari esteri e comunitari di Camera e Senato lo sanno bene) non è certo un fatto tranquillizzante per il futuro. Si vedano i tempi lunghi e la difficoltà con cui si elabora e si approva la cosiddetta “legge comunitaria”, mai davvero collocata su una corsia preferenziale, come dovrebbe.

Ma c’è di più. Pur rimanendo materie largamente bipartisan, le questioni europee sono ormai fattore di divisione all’interno delle maggioranze parlamentari. Sia la lega Nord ai tempi di Berlusconi che l’estrema sinistra nell’attuale maggioranza sono divenute un ostacolo spesso insuperabile nel fare passare determinate posizioni. Ne è recente testimonianza la risoluzione che le commissioni Esteri e Affari comunitari della Camera hanno cercato di fare approvare alla vigilia del Consiglio europeo: ci sono riuscite dopo un estenuante braccio di ferro con la sinistra estrema, ma annacquando talmente il testo da renderlo pressoché inutile. Al Senato la risoluzione di forte sostegno al Governo non ha neppure potuto essere discussa. Figuriamoci quando si dovrà decidere se rallentare una legge comunitaria o approvare una cooperazione rafforzata. Purtroppo, anche in Italia il cammino dell’Europa è divenuto drammaticamente difficile.

Foto Source: The Council of the European Union