IAI
Le forze convenzionali in Europa

L’insipienza della Nato dà una mano alla Russia

25 Lug 2007 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Era una decisione annunciata. La Russia aveva avvertito la Nato, sin dal Vertice dell’Osce dello scorso aprile, a Vienna, di essere pronta a uscire dal Trattato Cfe (Conventional Forces in Europe), ma la Nato aveva preferito fare orecchie da mercante. Il paradosso è che la nuova versione del Trattato, originariamente firmato nel 1990, completamente rinegoziata per tenere conto dei mutamenti sopravvenuti in Europa (tra l’altro, della scomparsa del Patto di Varsavia e della fine dell’Urss), firmata a Istanbul nel 1999 da Clinton, Yeltsin e da tutti gli altri Stati interessati, era stata ratificata dalla Russia, ma non dai membri della Nato. Quegli stessi che oggi si lamentano della decisione unilaterale russa di sospenderne la validità.

Strategia autolesionista
È un vero gioco di specchi. Nel 1999 la Nato aveva deciso di ritardare la ratifica della nuova versione in attesa che Mosca ritirasse l’eccesso di truppe e di armamenti che aveva concentrato nel Caucaso, per combattere i ribelli ceceni. Allora era stato raggiunto anche un accordo per iniziare a ritirare le truppe russe dalla Georgia, mentre non si era raggiunto alcun accordo per un eguale ritiro dalla Moldavia. Col tempo la Nato si è adagiata su questa posizione attendista, anche se la questione della Cecenia diveniva meno attuale, mentre cresceva l’attenzione su Moldavia e Georgia.

Ma già nel 2002 George W. Bush annunciava il ritiro degli Usa dal Trattato Abm, sostenendo che si trattava di un accordo legato a tempi e problemi ormai superati: e pochi anni dopo annunciava di voler installare in Europa, e proprio ai confini con la Russia, parte del suo nuovo mini-scudo antimissile, ignorando sia le proteste che le controproposte di Mosca. Come meravigliarsi dunque se lo stesso argomento viene ripreso dal Cremlino? Tanto più se, ancora oggi, l’unica versione del Trattato ratificata dalla Nato è ancora quella vecchia e totalmente assurda e inapplicabile del 1990, e non quella più ragionevole del 1999.

Essere giunti a questo punto è un capolavoro di insipienza della diplomazia occidentale in genere e della Nato in particolare. L’idea che la Nato avrebbe dovuto ratificare il Trattato solo dopo che la Russia lo avesse applicato in tutte le sue parti, ritirando le sue Forze Armate dal Caucaso e dalla Moldavia, è quanto meno sorprendente. Essa sembrava basarsi sull’assunto che il Trattato Cfe beneficiasse più la Russia che il resto dell’Europa: una valutazione già dubbia nel 1999, quando le Forze Armate russe erano arrivate a uno dei loro più bassi livelli di efficienza (e potevano quindi essere teoricamente interessate a una auto-limitazione delle Forze della Nato), divenuta del tutto assurda oggi che le Forze russe si stanno modernizzando, le Forze americane in Europa vengono ridotte unilateralmente (e indipendentemente da quello che decidono a Mosca) e gli europei non hanno chiaramente intenzione di dedicare maggiori risorse alla difesa.

Insistendo sulla sua posizione la Nato si è così fatta male da sola. Ora Mosca è più libera di prima di concentrare a suo piacimento le sue truppe ovunque desidera, all’interno dei suoi confini nazionali, verso il Caucaso, la Moldavia o persino il Baltico, senza che la Nato abbia alcuno strumento giuridico o legittimità per contestarne le decisioni, e senza neanche più l’obbligo di avvertire gli altri paesi dei movimenti delle sue truppe, né accettare ispezioni. Certo, tutto questo oggi è molto meno minaccioso di ieri, quando un imponente esercito del Patto di Varsavia era presente al centro dell’Europa. La Russia di oggi non ha le capacità militari convenzionali dell’Urss di ieri. Ma non è neanche priva di denti, e comunque oggi è libera di affilarli come meglio crede.

Possibili vie d’uscita
Fortunatamente Mosca non ha ancora formalmente denunciato il Trattato Cfe, ma si è limitata a annunciarne la sospensione unilaterale, che entrerà realmente in vigore solo verso fine anno. Ha quindi lasciato aperta la porta a possibili negoziati. Peccato però che, almeno sinora, da Bruxelles, non vengano segnali di interesse in questo senso, ma ci si limiti pedantemente a stigmatizzare la decisione russa. Molti paesi europei, a questo punto, cominciano ad essere preoccupati dell’improvviso raffreddarsi delle relazioni con la Russia.

Interpellato in proposito il Presidente Bush ha affermato più volte di non essere preoccupato perché gli Usa hanno la forza e la capacità di gestire ogni possibile reazione di Mosca. Ma il fatto è che in prima linea non sono tanto gli Usa quanto gli europei. In altri termini, la questione Cfe si aggiunge a quella sui sistemi antimissili, alle divergenze politiche su alcune scelte di Washington in Medio Oriente, o persino alla possibilità che Usa ed europei non vadano pienamente d’accordo sulla questione del Kosovo, per indebolire l’unità e la solidarietà della Nato e dei rapporti transatlantici. Un bel colpo di boomerang, certo molto apprezzato da Vladimir Putin.