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Medio Oriente

L’inaspettata stabilità del Libano

13 Lug 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Un mese fa l’esercito libanese si è impegnato in una lunga e distruttiva battaglia contro un misterioso gruppo terrorista annidato nel campo di rifugiati palestinesi della città di Tripoli, nel nord del Libano. Lo scontro è rapidamente divenuto una vera guerra in miniatura e la tensione si è estesa agli altri campi nel paese, dove circa trecentomila palestinesi vivono da quaranta anni in condizioni miserrime. Molti hanno allora ritenuto che il Libano avesse ormai imboccato la strada di un definitivo collasso. L’Esecutivo è infatti da tempo semi-paralizzato dal contrasto tra Governo filo-occidentale e coalizione filo-siriana diretta dagli Hezbollah, gruppi rivali che contemporaneamente bloccano totalmente il Parlamento. Dall’esterno Siria e Iran perseguono i loro particolari obbiettivi. Dopo l’Iraq e la Palestina ecco dunque che anche il Libano sembrava pronto a entrare nell’area della regione in completo collasso politico e sociale. Sorprendentemente, invece, il paese tiene.

Caratteristiche interne
Non sono stati sufficienti a squilibrare totalmente il Libano né l’estensione della battaglia a Tripoli, né le successive appendici di crisi nel sud, con il lancio di razzi contro Israele da parte di ignoti e l’attentato con sei morti ai soldati dell’Unifil. Cosí almeno sembra. Una speranza e una evoluzione regionale importante, se essa si consolida. Per noi italiani in particolare, avendo l’Italia la direzione e il contingente piú numeroso, 2.500 militari, dei 13.000 soldati Unifil presenti nel sud del paese.

La spiegazione di questa inaspettata resistenza ai colpi del terrorismo e delle divisioni interne o internazionali, va ricercata in due elementi. Innanzitutto, contrariamente alla situazione precedentemente esistente in Iraq, la popolazione libanese è stata “vaccinata” da 15 anni di violentissima guerra civile, dal 1975 al 1990. I libanesi assolutamente non vogliono altre edizioni di quell’evento e questo è un dato che non puó essere ignorato da nessuna forza politica del paese. Ivi compreso quella degli Hezbollah, che si basano essenzialmente su poverissimi e provatissimi sciiti. Inoltre malgrado le differenze religiose, le manovre esterne ed i contrasti politici ed economici, in qualsiasi circostanza è presente un sentimento nazionale libanese.

L’appoggio all’esercito e alla sua azione a Tripoli è stato dunque il punto centrale che ha accomunato in questo periodo tutte le forze politiche libanesi, Per quanto riguarda in particolare gli Hezbollah in relazione a questo aspetto, non bisogna dimenticare che nell’attuale esercito libanese gli sciiti sono presenti in una proporzione superiore a quella della popolazione libanese in generale, sia nelle fila dei soldati che in quella degli ufficiali stessi. E poi i palestinesi sono malvisti da tutte le comunitá libanesi, ma in piú gli sciiti Hezbollah non dimenticano che essi sono sunniti.

Dopo la battaglia di Tripoli l’esercito sta ora tentando di capitalizzare l’aumentato capitale politico. Certo ora si provvederà a un suo rafforzamento, rimediando alle numerose pecche di armamento e di organizzazione mostrate nel corso dello scontro. A questo scopo copiosi aiuti occidentali stanno già giungendo, ma la forza interna dell’esercito libanese è fondamentalmente basata sulla neutralitá mostrata in tutti gli interventi effettuati nel corso degli scontri tra i due gruppi rivali in lotta nel paese. Senza i quali le manifestazioni sarebbero facilmente precipitati in irrimediabili scontri a fuoco. L’esercito manterrà dunque sicuramente la sua caratteristica di organo solo di ultimo ricorso.

Aspetti esterni
È stata la Siria ad armare e incoraggiare gli estremisti di Tripoli, che tra l’altro non erano nemmeno tutti palestinesi? Tutto sembra indicare di sí. Altra questione è se Damasco volesse infliggere un colpo distruttivo al paese, o si è trattato di un altro segnale ai dirigenti libanesi, nell’usuale stile siriano, magari sfuggito di mano nelle sue dimensioni e durata nel tempo. Nella prima ipotesi si è avuta conferma che attualmente gli Hezbollah sono degli alleati, ma non più dei semplici strumenti dei desiderata siriani. Nella seconda, la piú probabile, Damasco dovrà tirare le conseguenze della inaspettata prova di esistenza del sentimento nazionale libanese e della sua struttura militare, la cui ricostruzione su base nazionale e non piú settaria era stata da Damasco stessa favorita negli anni Novanta, ma che probabilmente potrebbe adesso perdere quelle caratteristiche di debole forza di polizia armata che i siriani gli avevano conferito. Quanto all’Iran non pare sia stato presente in questi eventi. Gli estremisti islamici, cosí, non hanno ottenuto la guerra civile che cercavano.

Il discorso ritorna qui nuovamente al ruolo dell’unica militarmente imbattibile milizia esistente nel paese, quella degli Hezbollah. Nasrallah, il loro capo, ha dato dunque ulteriore prova di mirare soprattutto a obiettivi nazionali. I legami con altri gruppi estremisti sono tattici o propagandistici. Talvolta le relazioni con alcuni di loro sono ostili, ritenendo gli Hezbollah che in Libano spetti a essi solo e a nessun altro movimento arabo, islamico o laico, interferire nella sicurezza del paese e gestire il conflitto fondamentale con Israele.

In particolare, per quanto riguarda le forze collegate ad al-Qaeda, una certa propaganda fortemente presente in Occidente tende ad accomunare tutti gli estremisti in un unico gruppo. É questo uno sbaglio che porta a errori di azione politica. Fondamentalmente i dirigenti di al-Qaeda sono seguaci di una ideologia manichea che considera gli eretici sciiti persino peggio dei nemici dichiarati, gli ebrei ed i “crociati”. Così si esprimeva il leader di al-Qaeda in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi nel 2006, poco prima di esser ucciso dagli americani. Nasrallah, da parte sua, in un commento dopo l’attacco alle Torri di New York, aveva definito i militanti di al-Qaeda “una entità prigioniera di una mentalità medioevale impegnata a uccidere mussulmani innocenti”. L’evoluzione della situazione in Iraq e del terrorismo nel mondo ha talvolta confuso il quadro dei rapporti tra i vari movimenti, ma non ha smentito l’esistenza di forti rivalità ideologiche e strategiche tra di loro.

Un programma di azione per il Libano
Da quanto precedentemente esposto, sono chiare le linee del programma politico italiano per il Libano. Esso parte naturalmente dal ruolo dell’Unifil e dalla necessità di garantirne la sicurezza. L’estensione e la varietà delle nazionalità presenti nel contingente internazionale è di per sè una garanzia di sicurezza. È probabile che gli attentatori dei giorni scorsi avessero predisposto l’attacco a un veicolo delle Nazioni Unite condotto da spagnoli e colombiani, evitando di fare vittime tra i mussulmani indonesiani o tra i soldati di nazioni come la Cina o la Russia. Variare frequentemente i movimenti logistici e la distribuzione geografica tra le diverse forze del contingente è uno strumento di difesa sul terreno che complicherebbe i piani dei terroristi. Di fondo, però, è chiaro che la sicurezza dell’Unifil dipende soprattutto dagli stretti contatti con l’esercito libanese, ma anche con gli Hezbollah.

Così è sempre stato anche in passato. Spesso questo dato non era gradito agli israeliani, ma come precisò su questo punto Timor Goksel, per oltre venti annni il portavoce dell’Unifil, i corpi delle Nazioni Unite non hanno nemici a priori e non possono essere la forza delegata di combattimento o anti-terroristica di nessun paese in particolare. Il loro compito è quello di mantenere la pace tra parti in conflitto e sono essi a dover scegliere, in ogni situazione, i mezzi più adatti a raggiungere il compito. Gli israeliani non riuscivano ad impedire con la forza il traffico d’armi degli Hezbollah nemmeno quando avevano il loro stesso agguerritissimo esercito sul terreno. Inutili dunque ora pretendere ciò dall’Unifil e premere con Risoluzioni in tal senso da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Se non si può abbattere il regime al potere in Siria, ipotesi attualmente scartata anche dagli americani, se non altro per l’evoluzione della crisi irachena, allora è con Damasco che la questione libanese deve essere trattata. La resistenza strutturale di cui sta dando prova il Libano apre nuove prospettive in questo campo. Gli italiani non devono temere di di essere considerati nemici di Israele, difendendo questa tesi. Sarà tra poco la tesi degli israeliani stessi. I termini dell’accordo, scambio tra Golan, sicurezza di Israele e indipendenza del Libano sono noti da tempo. Gli israeliani sono naturalmente i soli a dovere scegliere i modi ed i tempi di questo scambio. Ma essi hanno interesse a non arrivare a questo passo quando gli americani non avranno più una presenza militare rilevante in Iraq.