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Medio Oriente

Il gioco politico è nelle mani di Israele

25 Lug 2007 - Raffaello Matarazzo - Raffaello Matarazzo

Intervista a Ibrahim Saif, direttore del Center for Strategic Studies di Amman

AMMAN – L’espulsione violenta da Gaza delle forze di Fatah per opera delle milizie di Hamas ha riacceso l’attenzione internazionale sul conflitto israelo-palestinese, rischiando di dividere l’Europa e la comunità internazionale su quale sia la migliore strategia da perseguire per rilanciare il dialogo tra le parti. Mentre il governo Olmert, indebolito da difficoltà politiche interne legate anche agli insuccessi del conflitto nel Sud del Libano dell’estate scorsa, ha assunto una forte iniziativa diplomatica nei confronti del presidente palestinese Abu Mazen e ha nettamente isolato Hamas, il Quartetto (Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e Russia) ha nominato l’ex premier inglese Tony Blair come “inviato speciale” per il Medio Oriente con l’ambizioso mandato di ristabilire l’economia e il buon governo a Ramallah. Come viene vissuta questa ulteriore frattura del tessuto di sicurezza della regione nei paesi dell’area? Ne parliamo con Ibrahim Saif, direttore del Center for Strategic Studies di Amman, che incontriamo nell’Università di Giordania, una delle più floride e affollate di tutto il Medio Oriente.

Dottor Saif, qual è il quadro complessivo della situazione in Medio Oriente dal punto di vista della Giordania?
Il contesto regionale oggi è caratterizzato da tre fronti esplosivi: l’Iraq, il Libano, i territori occupati con il drammatico isolamento di Hamas nella striscia di Gaza. Il minimo comune denominatore dei tre fronti è la sostanziale imprevedibilità della loro evoluzione. Queste tre situazioni, soprattutto quella irachena, hanno una forte influenza sul clima interno della Giordania. Dall’inizio della guerra sono arrivati in Giordania circa cinquecentomila rifugiati iracheni, che si aggiungono al milione e mezzo di rifugiati palestinesi: dati molto rilevanti per un paese che conta complessivamente poco più di cinque milioni di abitanti. Tutte le infrastrutture del paese, fra cui scuole, ospedali e altre strutture di assistenza, risentono moltissimo di questo sovraffollamento. Per non parlare del significativo aumento subito dal prezzo del petrolio e delle altre conseguenze economiche legate alla prossimità con le zone di guerra. L’impatto di tutto questo su un paese piccolo come la Giordania rischia di essere molto destabilizzante. A ciò va aggiunta la crescente influenza che l’Iran sta acquisendo nella regione, attraverso i legami che sta sviluppando in Iraq, il rafforzamento dei rapporti con Hezbollah in Libano e con Hamas nella striscia di Gaza.

In un quadro così complesso, quali possibilità di successo può avere Tony Blair nel suo nuovo ruolo di inviato speciale del Quartetto, e da dove si può pensare di ripartire per rilanciare il processo di pace?
La gestione politica resta nelle mani di Israele, che a mio avviso ha ancora molte carte da giocare. Da parte di Tony Blair ci si attende un serio e consistente impegno politico, che deve avere l’obiettivo di ridare forza ai palestinesi moderati per permettergli di avviare un dialogo e un possibile negoziato con Israele. Il vero punto da cui ripartire sono gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che determinano un crescente livello di sofferenza nella popolazione palestinese, sempre più inaccettabile anche per le altre popolazioni arabe dell’area. Da questo punto di vista l’iniziativa di pace saudita, nata nel 2002 e rilanciata durante l’ultimo summit dei paesi arabi a Riad (che prevede il pieno riconoscimento dello Stato di Israele in cambio del suo ritiro entro i confini precedenti il conflitto del 1967, ndr.), costituisce un buon presupposto per la ripresa del dialogo fra le parti. Blair dovrebbe attivarsi il più possibile per far procedere questa iniziativa negoziale. Ad oggi, essa costituisce l’unico vero orizzonte politico credibile.

In seguito all’espulsione violenta da Gaza delle forze di Fatah, in Europa si è aperto un dibattito sulla strategia da assumere nei confronti di Hamas. La preoccupazione è che il totale isolamento di Hamas nella striscia di Gaza possa ulteriormente rafforzare le componenti più radicali e disperate di quel movimento, motivando iniziative terroristiche anche di altri gruppi ed anche al di fuori di Gaza. A suo avviso quale strategia bisogna avere nei confronti di Hamas?
Non condivido affatto la scelta compiuta da Israele e da molta parte della comunità internazionale, di chiudere qualunque forma di dialogo nei confronti di Hamas. Da ciò potrà nascere solo un ulteriore rafforzamento delle sue componenti più estremiste. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la leadership di Hamas è divisa fra una parte più radicale ed una più moderata che invece non esclude il riconoscimento dello Stato di Israele e la soluzione dei due Stati. La Comunità internazionale sbaglia a boicottare personalità ufficialmente elette dalla maggioranza della popolazione palestinese. Credo che definire il perimetro e le condizioni per il dialogo sarebbe molto più utile che escluderlo in modo così netto e radicale. Dialogare solo con il Presidente Abu Mazen non è detto che contribuisca a rafforzarne la legittimità e a sostenere il processo di pace.

Il 25 aprile scorso, prima della rottura violenta tra Hamas e Fatah, gli Stati Uniti hanno sottoposto ai dirigenti di Israele e alla Presidenza dell’Anp un piano di lavoro elaborato dal coordinatore della sicurezza Usa, il generale Keith Dayton e dall’ambasciatore in Israele, Israel Dick Jones, volto a favorire la ripresa del processo di pace con immediati passi concreti. Pensa che alcune parti di questo piano rimangano attuali anche oggi?
Il piano presentato dagli americani contiene alcuni punti che possono essere recuperati, anche se il quadro complessivo è molto più difficile e compromesso. Il piano chiede a Israele di rimuovere in tempi brevi i principali posti di blocco in Cisgiordania, di aumentare il volume di lavoro di tre valichi di Gaza e di istituire un corridoio terrestre fra Gaza e la Cisgiordania, sospeso da tempo per ragioni di sicurezza. Israele dovrà inoltre consentire il passaggio di forniture di armi, munizioni ed equipaggiamenti destinati alle forze di polizia fedeli ad Abu Mazen. Molto più complessa, alla luce di quanto accaduto, è la parte che chiedeva ai servizi di sicurezza palestinesi di mettere a punto piani attendibili per porre fine ai lanci di razzi Qassam da Gaza verso Israele e per la cessazione del contrabbando di armi dal Sinai egiziano verso Gaza. Subito dopo la presentazione del piano, Israele aveva comunicato di non poterlo accogliere integralmente per motivi di sicurezza. Ma al di là dei dettagli negoziali, a mio avviso Israele deve dimostrare di volersi impegnare realmente nel processo di pace. Se si dimostrerà disponibile in questo senso la Giordania, e sono certo anche altri paesi arabi, saranno disposti a sostenerlo.

Ritiene che la strategia degli Stati Uniti verso il Medio Oriente negli ultimi tempi sia diventata più aperta e propositiva?
Da quando le difficoltà della missione americana in Iraq sono divenute più evidenti, l’amministrazione americana ha avviato una serie di iniziative diplomatiche in Medio Oriente, fra cui la recente proposta di una conferenza internazionale di pace. Fino ad oggi questo parziale cambiamento di rotta non ha prodotto risultati concreti, perché l’amministrazione Usa ha perso credibilità in tutta l’area. La debolezza americana, tuttavia, ha fatto si che la politica verso i palestinesi sia stata gestita quasi esclusivamente da Israele, le cui condizioni politiche interne sono altrettanto deboli e incerte. Non è chiaro infatti quali conseguenze potranno avere le attuali difficoltà del governo Olmert, e c’è il rischio che una crisi di governo possa portare al potere una coalizione ancora più radicale, con tutte le complicazioni che questo comporterebbe.

L’Unione europea si è spesso mostrata debole e divisa nei confronti del Medio Oriente. Come viene percepita l’iniziativa europea da parte dalle popolazioni locali e quale è, se c’è, la valutazione specifica che viene data del ruolo italiano?
Fino ad oggi l’Europa in Medio Oriente non ha giocato il ruolo che potrebbe. Gli europei lo sanno, ma non sembrano in grado di assumere iniziative rispetto alla progressiva radicalizzazione culturale e politica che si registra in tutta la regione, con una crescente chiusura e avversione da parte delle popolazioni locali non solo verso gli americani, ma anche verso gli stessi europei, in passato percepiti come più vicini alle ragioni degli arabi. La politica italiana viene genericamente percepita all’interno di quella europea, anche se in Giordania è stato molto apprezzato lo specifico ruolo svolto la scorsa estate in occasione del conflitto fra Israele e le milizie di Hezbollah nel Sud del Libano, con l’invio di oltre duemila militari italiani, insieme ad altri europei, sotto la bandiera dell’Onu. Da parte dell’Unione europea, in realtà, la gente di qui si aspetterebbe un’iniziativa analoga anche in Cisgiordania e a Gaza, con l’invio di una forza multinazionale delle Nazioni Unite.

Perché si è interrotto il lento processo di democratizzazione della Giordania che era stato avviato negli ultimi anni?
Nei prossimi mesi in Giordania si svolgeranno le elezioni amministrative e alla fine dell’anno quelle per l’elezione del Parlamento. La Giordania si sta muovendo verso una graduale democratizzazione. Ma è chiaro che il paese non è indifferente a quello che accade nell’area circostante, e le crescenti minacce alla sicurezza interna (penso ad esempio agli attentati terroristici contro tre alberghi di Amman nel 2005) ed esterna, fanno anteporre la stabilità e la richiesta di sicurezza alle istanze di apertura democratica. La dicotomia tra stabilità politica e democrazia è un paradosso, ma in questo momento i cittadini giordani sono disposti ad accettare anche un rallentamento del processo di democratizzazione in cambio di una maggiore stabilità politica. L’esempio di molti paesi vicini, infatti, insegna che le aperture democratiche non sempre coincidono con la stabilità politica.