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Terrorismo e sequestri

Di pesi e di misure nei casi di rapimenti di ostaggi

30 Lug 2007 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

La notizia, per i nostri media, è già vecchia. Ma il commento potrebbe venire al momento giusto. Parlo della liberazione di padre Bossi nelle Filippine. Come si ricorderà, dopo il suo sequestro, un mese prima, era scoppiata una polemica sul poco rumore, e conseguentemente, sulla scarsa mobilitazione che erano stati fatti sul suo caso, a paragone con altri rapimenti precedenti, che avevano invaso i teleschermi, i giornali e le piazze. Due pesi e due misure, dissero in molti, anche se forse non tutti genuinamente interessati alla sorte del sequestrato. Giusto. Quindi si è fatto un po’ di fracasso anche su padre Bossi, intorno alla sua prigionia, alla sua liberazione e al consueto post-evento. Sbagliato.

Prassi inopportuna
Sbagliato perché, nella differenza, erano i pesi e le misure inizialmente adottati nel sequestro del prete ad essere appropriati, mentre erano fuori posto quelli usati per le due Simone volontarie o per la Sgrena e il Mastrogiacomo giornalisti o per quant’altri la cronaca italiana ha potuto annoverare, purtroppo con larghezza. Domina indiscussa la prassi – in cui non abbiamo l’esclusiva, ma un indiscusso primato certo – di far seguire a un sequestro di un o una connazionale una grande attenzione dei media e una mobilitazione di opinione pubblica, a iniziativa di “vicini” di ogni tipo (parenti, colleghi, amici politici, eccetera). Tanto che se vi si fa eccezione, scoppia lo scandalo e si scatena la dietrologia, come è appunto avvenuto.

Il fatto è che tale prassi in genere ha essenzialmente l’effetto di esercitare pressione sulle autorità aventi competenza, magari indiretta o remota, sull’ostaggio, quindi di alzare la posta della liberazione e infine di intralciare l’opera dei negoziatori. Dunque va sempre a vantaggio dei rapitori, oltre a dare visibilità alla loro “causa”, se e quando ve ne è una. La retorica cosiddetta umanitaria, che accompagna la ricerca di una soluzione, è mirata a un risultato isolato e immediato, ma ha un effetto perverso sugli “altri”, intendendo per altri sia i partner di un’alleanza o i compagni di una Ong, attive sul posto, sia gli italiani contemporaneamente o successivamente presenti in missioni di ogni tipo, in ogni altra area (o magari anche solo turisti), che diventano ipso facto obbiettivi succulenti e preferenziali.

Vi è poi l’altra retorica, quella che accompagna e segue l’esito, con le accuse di ogni tipo e gli scarichi di responsabilità, se esso è negativo, o con le rivendicazioni dei meriti e le pretese di linearità e trasparenza, quando esso è positivo, il caso della morte di Calipari insieme alla liberazione dell’ostaggio facendo da ponte fra i due. L’eccesso di visibilità amplifica la sagra delle falsità e degli inganni. Forse che, con tutto il chiasso che si è fatto, l’opinione pubblica sa come sono andate veramente le cose a Kabul o Bagdad? O, per includere i nostri partner nel discorso, cosa è realmente successo nella restituzione dei giornalisti francesi o dei marines britannici o di chi altro? Parlo di cosa si è pagato per riscatti o ceduto in scambi di persone o concesso di altro. La materia dei sequestri richiede una conduzione cinica, ambigua e opaca, purtroppo. E attenta al complesso delle conseguenze.

Freddezza nelle decisioni
Per cui mi permetto di avanzare un’idea, muovendo dal fatto che, nel momento in cui scrivo (toccando ferro), non vi sono rapimenti in corso. Non sarebbe il caso che le competenti sedi dell’azione governativa e del controllo parlamentare cogliessero l’occasione per definire, a freddo e sopra le parti, delle linee di condotta da seguire in larga massima (poi ogni evento fa caso a sé) e da imporre con il dovuto garbo alle parti interessate, invitando preventivamente i media a darsi dei codici di comportamento molto più sobrio?

Mi si dirà che il Governo e il Parlamento sono affaccendati in faccende più urgenti. Il fatto è che le faccende qui contemplate non rispettano calendari, non danno preavvisi. Quando capitano fra capo e collo, non c’è più tempo per impedire alla prassi abituale di scatenarsi e per adottare subito le giuste misure e i pesi appropriati.

i.