IAI
Il Summit del G8

Leadership Test

1 Giu 2007 - Enrico Sassoon - Enrico Sassoon

Foto di gruppo di potenti, ma con qualche assenza non proprio irrilevante, anzi, del tutto fondamentale. Sarà quella che verrà scattata tra qualche giorno, a partire dal 6 giugno, a Heilingendamm, per il trentaduesimo vertice dei paesi più industrializzati, quel famoso G7 che ormai, dopo l’ingresso della Russia nel 1998, è diventato il G8. Ovvia la mancanza della Cina, che si avvia nel giro di dieci anni a diventare l’economia più forte del mondo e che già quest’anno ha superato gli Usa come primo esportatore del mondo. Meno ovvia, ma non meno rilevante, l’assenza dei nuovi comprimari: sia di quelli che già lo sono, sia di quelli che tra poco lo diventeranno. Qualche esempio: l’India, il Sud Africa e l’Arabia Saudita già oggi; Brasile, Indonesia, Nigeria nei prossimi anni. Alcuni di essi saranno marginalmente presenti nei cosiddetti Outreach Meeting, ma almeno per ora nella foto di gruppo del salotto buono non figureranno.

Sarebbe stato comunque difficile ignorare del tutto le nuove realtà. Difatti, nell’agenda della Merkel c’è in primo piano l’Africa con tutti i suoi problemi. Ma certo l’Africa non basta e sembra più rappresentare la volontà della presidenza tedesca di dimostrare di non dimenticarsi i problemi dello sviluppo e della realtà dei paesi emergenti che non costituire una base su cui costruire nuove politiche che facciano la differenza.

Verifiche importanti
Sarà, comunque, questo G8 un momento di verifica importante. Per la Merkel stessa, che vuole consolidare la propria immagine di leader di statura internazionale, portando in primo piano alcuni dei grandi temi contemporanei come il mercato comune euro-americano, la colossale questione ambientale, gli squilibri commerciali globali e il meno noto, ma comunque stringente, tema della contraffazione e del copyright.

Sarà di certo un primo banco di prova per il neoeletto Sarkozy, atteso sulla scena mondiale soprattutto per il suo primo test di coerenza, e forse anche di lealtà, con l’America di Bush, tanto vituperata e tanto osteggiata dal suo predecessore Chirac, specie sulla questione irachena. Sarà un test per Putin, sul quale si addensano critiche per tutte le tensioni interne al suo paese, ma anche per la reazione spropositata alla “provocazione” americana dei radar e dei missili oltre confine.

E sarà certamente un test per Bush, la cui gestione della guerra irachena è ormai apertamente contestata anche in patria, e la cui visione di proiezione globale di lotta al terrorismo e costruzione della democrazia viene sempre più spesso accusata di scarso realismo, modesta comprensione della realtà e indadeguatezza di politiche e strumenti di gestione.

Meno rilevanti, ma non insignificanti nel contesto globale, gli altri leader, da Blair a Prodi a Abe. Le questioni economiche riguarderanno tutti, e molti si soffermeranno sui dati positivi della ripresa economica e sull’assenza di tensioni inflazionistiche che la possano minacciare in maniera significativa. Ma dietro la facciata, faranno capolino temi economici e commerciali meno scontati, come il ritorno al bilateralismo e al protezionismo, e temi politici generali, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla questione palestinese al Darfur.

Più lontana ancora nello sfondo, ma del tutto percepibile, la grande vicenda della governance mondiale e dell’attualità delle grandi organizzazioni internazionali che, ben prima del G8, hanno regolato il battito dell’economia globale del dopoguerra e che oggi stanno entrando in fibrillazione per il palese emergere di una relazione bilaterale di sconvolgente dimensione (ossia, naturalmente, quella tra Cina e Usa), che potrebbe oscurare tutte le altre relazioni, se non lo ha già fatto, dando un colpo di grazia alle speranze del multilateralismo.

Istituzioni internazionali malate
Oggi i tre pilastri dell’economia e della finanza degli ultimi decenni – la World Bank, l’Fmi e la Wto – sono sotto osservazione e, anche se non esplicitamente sul banco degli accusati, sono comunque ritenuti quantomeno malati cronici da curare molto seriamente. Quale ruolo possono avere questi organismi in presenza di una Cina che detiene le sorti dell’equilibrio finanziario americano grazie ai 1.200 miliardi di dollari di riserve e a un avanzo bilaterale con l’America che ne vale più di 230? Quale interesse può continuare ad avere l’America in un quadro multilaterale degli scambi con regole aperte quando tocca ormai un disavanzo di 900 miliardi di dollari, oltre il 6% del Pil, livello che mai si era supposto potesse venire raggiunto e, soprattutto, sopportato?

Sono domande che non verranno direttamente sollevate nei lavori del G8 ma che di certo sono nella mente dei leader del mondo. Ciò che è chiaro è che non solo, nell’ultimo decennio, molti equilibri sono già cambiati, ma che molti altri cambieranno in futuro, e non nell’arco di dieci o quindici anni, ma nel più breve lasso di tempo di due o tre. A questo occorrerebbe che i leader del G8 dessero profonda attenzione, per dimostrare al mondo che chi oggi governa i paesi più potenti ha chiara visione di come il mondo sta cambiando, e la volontà di adeguare politiche e istituzioni a questo mutamento epocale.