IAI
Industria della difesa

La strada obbligata dell’integrazione europea

26 Giu 2007 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

Un semplice sguardo ai prodotti in mostra all’annuale salone aeronautico di Parigi-Le Bourget del 18-23 giugno ci permette di notare come i sistemi d’arma e le produzioni per la sicurezza siano sempre più caratterizzati da una forte dimensione internazionale. In effetti, la complessità dei sistemi d’armamento, la necessità di produrre quantitativi ridotti e di elevato contenuto tecnologico, in crescita insieme ai costi, la pressione competitiva dall’estero (in particolare dagli Stati Uniti), impone a quelli che una volta erano operatori nazionali di confrontarsi con la cooperazione e la concorrenza internazionale.

Nell’ultimo decennio questo fenomeno si è sempre più affermato e i “campioni nazionali” europei dell’inizio degli anni ’80 si sono trasformati in società transnazionali o quantomeno multidomestiche, ovvero con più mercati nazionali di riferimento e capacità produttive disperse su territori nazionali diversi.

Dal lato governativo, la riduzione dei bilanci della difesa, in particolare nella componente dedicata alle acquisizioni, sta comportando una progressiva revisione del legame, tuttora presente, fra gli acquirenti militari e l’industria nazionale di riferimento.

La scarsità di risorse non permette più di sopportare tutti gli extra-costi legati alla necessità di proteggere le produzioni nazionali e si sta sempre più imponendo il concetto del “best value for money”.

Capacità militari e integrazione industriale
Le iniziative d’integrazione sul piano delle politiche di difesa e delle attività militari in ambito europeo, operanti sotto il cappello della Politica Europea di Sicurezza e Difesa e le sue istituzioni (Comitato Politico e di Sicurezza, Comitato Militare, Staff Militare, Agenzia Europea Difesa), necessitano di una revisione radicale delle capacità disponibili per le operazioni multinazionali di proiezione della forza.

I fornitori di tali capacità divengono quindi partner indispensabili di questo progetto d’integrazione; la loro missione è quella di offrire le soluzioni migliori al costo minore, garantendo una base tecnologica ed industriale che anche nel lungo periodo soddisfi le esigenze dei clienti militari.

In realtà, le iniziative d’integrazione da parte degli operatori economici hanno anticipato la politica, ma lo slancio iniziale sembra essersi esaurito e non può proseguire senza una spinta istituzionale di respiro più ampio di quello nazionale.

Infatti, il modello sinora percorso è consistito in joint ventures, fusioni, acquisizioni e partnership che non hanno però veramente condotto alla creazione di soggetti in cui la nazionalità di riferimento diventa non più intelligibile o ininfluente.

Integrare la base industriale della difesa a livello europeo, inoltre, ha un forte valore simbolico e politico, dato lo stretto legame con la questione della sovranità che queste imprese hanno.

Ed è proprio la persistenza di una dimensione regolamentare e produttiva fortemente sotto il controllo nazionale a non permettere ulteriori avanzamenti, col rischio di vedere riemergere un nazionalismo strisciante che, a seconda dei casi, è anti-francese, anti-tedesco, anti-italiano o altro.

Se comunque le imprese sono sempre più transnazionali, ciò non è vero per quanto riguarda l’ambiente politico e regolamentare in cui esse operano. In effetti, non esiste un mercato europeo integrato dei beni per la difesa; i mercati europei rimangono frammentati su scala nazionale.

Le imprese stesse sono prese da un certo livello di comprensibile schizofrenia: sul piano strategico sembrano convinte dalla necessità di integrare i mercati, ma quando si tratta di mettere in discussione il vantaggio tattico tuttora dato loro dalla chiusura dei rispettivi mercati nazionali di riferimento, manifestano posizioni più ambigue.

In un certo senso, si propone il dilemma classico dell’uovo oggi contro la gallina domani: soprattutto le imprese meno competitive, o quelle il cui mercato nazionale di riferimento è ancora abbastanza capiente e sotto il loro controllo, sono meno propense ad aprirsi e continuano a premere sulle autorità nazionali per conservare l’attuale regime e ricevere significativi finanziamenti al riparo di ogni concorrenza.

Un quadro regolamentare e istituzionale confuso
La presenza nel Trattato costituivo dell’Ue di un articolo (Art. 296) che permette agli Stati di esentare, a certe condizioni, il settore della difesa dalle regole del mercato comunitario consente agli Stati nazionali di conservare le ultime vestigia di sovranità esclusiva nel settore industriale della difesa. In realtà, data la natura specifica dei materiali d’armamento, non sarebbe appropriato applicare direttamente le regole previste per il mercato dei beni “normali”.

Ad oggi sono in corso diverse iniziative da parte della Commissione europea, tese a limitare il ricorso nazionale all’eccezione dell’Art. 296 e allo stesso tempo definire un quadro specifico di riferimento per il settore difesa, che contemperi alcune legittime esigenze di sicurezza e cooperazione internazionale con la competizione. Tali iniziative riprendono in parte l’esperienza in corso nell’ambito dell’Accordo Quadro (FA-LOI) fra i sei principali paesi europei produttori d’armamenti (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna e Svezia).

Da parte sua l’Agenzia Europea Difesa sta sviluppando delle azioni intergovernative e di applicazione volontaria da parte degli Stati (e quindi non giuridicamente vincolanti) per l’apertura progressiva dei mercati nazionali a qualche forma di competizione.

Nei diversi ambiti istituzionali bisogna trovare soluzioni equilibrate che consentano di contemperare le legittime esigenze di sicurezza delle organizzazioni di difesa con i benefici della cooperazione e competizione internazionale. La soluzione al problema non può che venire da una serie di iniziative politiche da parte dei governi e a livello comunitario.