IAI
Politica estera

La sicurezza dell’Italia fra le maglie della politica interna

13 Giu 2007 - Roberto Menotti - Roberto Menotti

È innegabile che i problemi della sicurezza internazionale a seguito dell’11 settembre 2001 abbiano complicato i calcoli strategici dell’Italia, così come di tutti paesi europei. Un altro dato oggettivo è stato la difficoltà di perseguire sia alcuni fondamentali interessi nazionali sia la paziente costruzione di politiche comuni europee, sotto la pressione dell’Amministrazione Bush: una serie di forzature diplomatiche imposte da Washington hanno spinto la discussione transatlantica verso posizioni semplicistiche (di fatto, pro o contro una linea neoconservatrice) rendendo quasi ingestibili anche i rapporti intra-europei. Il parziale rasserenamento del clima euro-americano negli ultimi mesi non cambia la sostanza: l’amministrazione Bush rimarrà un partner difficile fino al termine del secondo mandato.

È essenziale notare che il problema riguarda entrambi gli schieramenti. Più precisamente, il centro-destra sembra rifiutare l’idea che l’Italia abbia molto da guadagnare nel giocare le sue carte europee con continuità e convinzione; così facendo dimentica che il paese deve sempre conquistarsi uno spazio tra i “grandi”, ed è instrinsecamente vulnerabile nell’ambito dell’eurozona a causa del suo abnorme debito pubblico.

Dal canto suo, il centro-sinistra non sembra accettare appieno che la Nato rimane una componente assolutamente strutturale (necessaria, sebbene non sufficiente) per la sicurezza italiana, invece di essere soltanto un’opzione tra le altre. Come si è visto drammaticamente per i Balcani negli anni ’90, o per gli accordi Nato-Ue necessari ad avviare lo sviluppo di una Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd), o infine per la questione della difesa antimissile, la vecchia Alleanza Atlantica finisce spesso per tornare utile. Ciò accade a causa dell’assenza di una valida “opzione europea” immediatamente praticabile in politica estera; anzi, la Nato può venire in sostegno temporaneo proprio della via europea.

I dibattiti che non servono
Entrambi gli schieramenti hanno reclamato l’eredità della migliore tradizione italiana in politica estera, quella che riesce a combinare europeismo e atlantismo, senza sottovalutare priorità geopolitiche come il Mediterraneo, i Balcani, le rotte energetiche. E qui si evidenzia un vero paradosso: i recenti governi di coalizione si sono accusati a vicenda di aver abbandonato il solco tradizionale delle politiche di sicurezza per tentare pericolose avventure, ma non si sono quasi avveduti che quel solco va realmente abbandonato, per l’ottima ragione che le sfide del XXI secolo non sono più quelle della seconda metà del XX.

Su questo sfondo, piuttosto che discutere delle responsabilità di breve e brevissimo termine per il declino del paese – che peraltro sarebbe corretto inserire nel contesto di un declino relativo dell’Occidente su scala mondiale – è urgente stabilire una serie di priorità e dunque accettare l’esigenza di alcune rinunce. Ma gli strumenti concettuali per prendere decisioni in tale logica non sono quelli della fedeltà atlantica, dell’ideale europeo, o del semplice rispetto degli impegni internazionali già assunti. Questi riferimenti risultano irrimediabilmente vaghi per un’analisi basata su costi e benefici (che si può chiaramente condurre anche in termini di valori e ideali).

Intanto, stiamo rimandando a data da destinarsi ogni vera scelta tra opzioni diverse per le politiche di sicurezza e difesa. Ad esempio la scelta tra la sistematica partecipazione ai progetti a più alta tecnologia con proiezione globale che ci possono collocare in alcune “nicchie” di specializzazione; o l’enfasi da porre sui probabili impegni regionali ad ampio spettro militare nella grande area mediterranea. L’Italia ha importanti margini discrezionali, a patto però che analizzi espressamente gli inevitabili trade-off.

Purtroppo, l’inerzia ha portato finora alla decisione di non decidere, che sta rendendo sempre più gravi (e pericolose per i nostri contingenti all’estero) le carenze di finanziamento delle Forze Armate. Ma questo vale per la politica estera italiana nell’insieme, come mostrano i dati forniti dal Ministero Affari Esteri, che descrivono una struttura diplomatica sottodimensionata rispetto ai maggiori paesi europei.

I dibattiti che servirebbero
Ci sono infatti delle tendenze ricorrenti in operazioni come quella afgana (Isaf) e quella libanese (Unifil II), a dispetto delle ovvie differenze, che devono far riflettere i paesi più attivi sul piano internazionale, tra i quali l’Italia: non solo il coordinamento tra varie organizzazioni è essenziale, ma si ricorre sempre più spesso a coalizioni e strutture ad hoc. Data questa tendenza, non si può ridurre la nostra pianificazione di sicurezza alla Nato e alla Ue (né tantomeno all’Onu, che non comanda da tempo le operazioni sul campo). Ma neppure si possono concepire interventi complessi in termini puramente nazionali.

Dunque, ogni governo deve poter presentare all’opinione pubblica, con un mix di obiettivi nazionali e multilaterali, le ragioni per cui accetta dei costi e dei rischi nel perseguimento di un dato obiettivo di sicurezza. Cosa che non può verificarsi se continua la prassi di nascondere la politica estera dietro una cortina di “impegni internazionali” o amicizie personali: così diventa impossibile distinguere (e valutare) motivazioni come prestigio di lungo termine, calcolo di realpolitik immediata, istinto umanitario e quant’altro.

L’altra importante lezione di questi anni è che il passaggio di gran lunga più difficile sta nella pars construens degli interventi di sicurezza: ricostruzione durante e dopo la stabilizzazione.

In un quadro globale tanto complesso e incerto, gli accesi dibattiti che infiammano spesso le nostre tribune politiche, tra antiamericani, euroscettici, onusiani (tutti veri o presunti che siano), sono francamente fuori bersaglio. Nella quasi totalità dei casi, sono irrilevanti rispetto alla situazione nei teatri di crisi e perfino al ruolo dell’Italia negli organismi decisionali.

L’ opportunità afgana
Se è vero che dalle crisi emergono talvolta le opportunità, proprio l’Afghanistan potrebbe forzare una revisione dei nostri modi di pensare la politica estera e contribuire a superare l’impasse del nostro dibattito politico. Dovrebbe essere infatti chiaro che la sfida di quella missione è non soltanto bipartisan in un’ottica nazionale, ma è cruciale per la credibilità del nostro intero sistema internazionale di alleanze e dello stesso metodo multilaterale.

In quel lontano teatro di conflitto, le forze italiane inquadrate in Isaf (a guida Nato) possono contare su una solidissima legittimazione internazionale (pienamente sancita dall’Onu), e godono tuttora di un vasto consenso bipartisan in patria. Eppure, il loro ruolo pone dei gravi dilemmi all’attuale governo, e per la verità ne porrebbe a qualsiasi governo italiano nelle condizioni che oggi caratterizzano l’Afghanistan. Il quesito fondamentale che sorge dalla nostra missione afgana dovrebbe rilanciare un serio dibattito strategico: quale contributo può davvero fornire l’Italia per ciascun euro aggiuntivo attribuito al bilancio della Difesa e ciascun soldato o civile aggiuntivo schierato in situazioni di crisi? Finché tale quesito resterà privo di risposta, i dilemmi delle nostre decisioni cresceranno senza che aumenti il nostro peso internazionale.

In conclusione, se con un coraggioso esperimento mentale eliminassimo il “fattore Iraq” dalla politica internazionale riscontreremmo una forte continuità tra le scelte del governo Berlusconi e quelle del governo Prodi. Naturalmente, le difficoltà incontrate dai due governi sono state diverse, anche in ragione della loro composizione interna. Eppure le priorità di fondo sono cambiate solo marginalmente, mentre il consenso generale nel paese ha consentito, perfino sull’Iraq, degli scatti di vera unità nazionale, come nel momento drammatico della strage di Nassirya. Forse un dibattito più produttivo deve ripartire appunto dai luoghi e dalle esperienze più difficili: Nassirya, ma anche Herat e il Libano meridionale.