IAI
Presidenziali Usa 2008

La corsa dei candidati è già iniziata

20 Giu 2007 - Livio Caputo - Livio Caputo

La scena politica americana offre, in questa tarda primavera 2007, uno spettacolo abbastanza inedito: un Presidente con i più bassi indici di gradimento del dopoguerra, ma che non può essere rieletto ed è perciò abbastanza impermeabile alle spinte dell’opinione pubblica; un Parlamento controllato, sia pure con maggioranze molto risicate, dall’opposizione, ma che in qualche modo non riesce a darsi un indirizzo preciso; due partiti abbastanza confusi e pieni di contraddizioni interne alla ricerca di nuovi leader. Il risultato è che, a sedici mesi dalle presidenziali del 4 novembre 2008, la campagna elettorale è già in pieno svolgimento e cattura l’attenzione dei media come non era mai successo prima d’ora.

Le speranze dei Democratici
La logica politica vorrebbe favoriti i democratici, più liberi di parlare contro l’impopolare guerra irachena e di invocare cambiamenti, e perciò di approfittare della voglia di nuovo che si respira a pieni polmoni. Nulla, tuttavia, appare scontato, perché nessuno dei candidati scesi finora in campo appare del tutto convincente e i rivali repubblicani si stanno compattando su una linea che non coincide con quella bushiana, ma che agli occhi di molti elettori sembra più concreta e realistica di quella “liberal”.

In Italia si parla molto – in termini in genere positivi, se non encomiastici – di Hillary Clinton, di Barack Obama e un po’ meno del terzo incomodo, John Edwards. Vista da Washington, la situazione non è così chiara. Hillary ha molti soldi, un’eccellente organizzazione (curata dal marito), ma anche moltissimi nemici. Nei giorni scorsi sono usciti due libri, uno dell’eroe del Watergate, Carl Bernstein e l’altro di due inviati del New York Times (cioè di autori di fede democratica) abbastanza devastanti per l’ex first lady, definita ultra-ambiziosa, arrogante, opportunista, spregiudicata. Questo potrebbe non impedirle di vincere le primarie del suo partito, ma la rende più difficilmente eleggibile dalla cosiddetta “America profonda”, già non del tutto convinta di affidare la Casa Bianca a una donna.

Tutti hanno qualcosa da rinfacciare a Hillary: da sinistra, il suo voto a favore della guerra in Iraq, da destra il suo passato di first lady, quando durante il primo mandato di Bill tentò di far passare un progetto di riforma sanitaria decisamente indigesto per i conservatori.

Obama, dal canto suo, ha avuto il suo momento di gloria e una specie di incoronazione da parte di Hollywood, ma è ormai in perdita di velocità: è vero che è il primo nero a tentare la scalata alla presidenza, ma è altrettanto vero che, in quanto figlio di un keniota e di una signora bianca del Kansas, non è parte integrante della comunità afro-americana presso cui gode infatti di limitate simpatie. È senz’altro l’oratore più efficace della compagnia ed è bravissimo in televisione; ma gli esperti dubitano che, nonostante una prima raccolta di fondi soddisfacente, egli abbia la forza di mettere su una organizzazione incisiva in tutti gli Stati che contano.

Edwards, che già corse nel 2004, appare in ascesa e, in quanto originario del sud, è forse l’unico in grado di fare breccia nei feudi repubblicani a sud del Potomac; ma è considerato un po’ un peso leggero, per cui i politologi non escludono che, alla fine, possa spuntarla un altro pretendente oggi meno in vista, un po’ come accadde con l’allora semisconosciuto Clinton nel 1992. Oppure, che all’ultimo momento rientri in lizza, lui sì con eccellenti probabilità, lo sconfitto del 2000 Al Gore, fattosi nel frattempo campione della causa ecologista: l’ex vice di Clinton nega di voler scendere in campo, ma le pressioni sono molto forti soprattutto da parte del movimento “stop Hillary”. Se si decidesse, non avrebbe difficoltà a raccogliere soldi e soprattutto non avrebbe il problema di farsi conoscere.

La ressa dei Repubblicani
I repubblicani che aspirano a succedere a Bush sono una decina, ma solo tre sono al momento alla ribalta: l’ex sindaco di New York Giuliani (che, se vincesse, diventerebbe il primo presidente di origine italiana), oggi favorito dai sondaggi, il senatore dell’Arizona ed eroe del Vietnam John McCain e l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney. Sono personaggi di peso, ma tutti tre poco in sintonia con la base conservatrice e religiosa che è stata determinante sia per la elezione, sia per la conferma di George W. e che tuttora forma lo zoccolo duro del partito: quello che va sempre a votare in un paese in cui l’afflusso alle urne è sistematicamente inferiore al 60 per cento.

Giuliani ha una situazione familiare a dir poco complicata e qualche scheletro nell’armadio, McCain a 70 anni sembra vecchio e Romney, brillante uomo d’affari, ha il doppio handicap di essere mormone e – per la base repubblicana – un po’ di sinistra. I tre girano da una TV all’altra cercando di “vendersi” come l’uomo più adatto per fronteggiare l’offensiva democratica, ma senza mai convincere al cento per cento.

A molti piacerebbe l’ex senatore Fred Thomson dal fisico decisamente presidenziale, che ha abbandonato la politica per diventare protagonista di una fortunata serie televisiva e che evoca perciò ricordi reaganiani, ma finora è rimasto in panchina. Arnold Schwarzenegger, governatore della California, sarebbe probabilmente il più popolare, ma essendo nato in Austria non può candidarsi.

Su tutti incombe poi l’ombra di Bloomberg, attuale popolarissimo sindaco di New York, talmente ricco da poter finanziare tutta la campagna di tasca sua, ma che alle primarie repubblicane potrebbe preferire una corsa in solitario, come terzo incomodo, con un repubblicano dissidente come il senatore Hagel in qualità di vice. Salvo impensabili colpi di scena, non avrebbe nessuna possibilità di essere eletto (come Ross Perot nel 1992) ma potrebbe avere una influenza determinante sulla contesa, per esempio sottraendo a una Hillary Clinton i voti elettorali di New York e di due o tre altri Stati della costa atlantica.

La cosa che colpisce è non solo la quantità degli aspiranti Presidenti, ma il modo in cui tutti sono tuttora condizionati da quel che fa e dice Bush. Sarà così per altri sette o otto mesi, ma poi tutto si deciderà molto prima del solito, perché quasi tutti i principali Stati, che finora avevano tenuto le loro primarie tra marzo e maggio, hanno deciso di anticiparle a febbraio, rubando così la scena allo Iowa e al New Hampshire dove, da un secolo a questa parte, si apriva la stagione.

Quasi per tutto il 2008 perciò l’America dovrà convivere con un Presidente via via sempre più “anitra zoppa”, e due candidati ufficiali alla sua successione, che non dovranno neppure aspettare la tradizionale investitura della “Convention” per entrare in azione. C’è solo da sperare che i grandi nemici degli Usa – Osama Bin Laden in testa – non cerchino di approfittare della situazione per gettare il mondo nel caos.