IAI
Unione europea

Verso un finanziamento pubblico per Galileo?

16 Mag 2007 - Lucia Marta - Lucia Marta

Lo scorso 10 maggio la Commissione Europea ha dichiarato che il futuro sistema di navigazione Galileo potrebbe essere totalmente finanziato con denaro pubblico, dopo che il consorzio delle industrie incaricate del progetto non ha rispettato i termini dell’ultimatum posto due mesi prima da Jaques Barrot, commissario europeo ai Trasporti. Questa dichiarazione pone fine a 18 mesi di discussioni e mancati accordi tra le società coinvolte (Alcatel-Lucent e Thales per la Francia, la franco-tedsca Eads, l’italiana Finmeccanica, le spagnole Aena e Hispasat, l’inglese Inmarsat e la tedesca TeleOp), discussioni che hanno di fatto bloccato l’avanzamento del progetto.

Il 14 marzo scorso, infatti, il commissario francese aveva chiesto al consorzio di raggiungere una serie di accordi (nomina di un amministratore delegato comune, distribuzione dei centri operativi e struttura della governance) che permettesse di rispettare le scadenze del progetto, già ritardato di almeno 1 anno.

Contrasti economici
I contrasti che hanno animato il consorzio industriale sono fondamentalmente di natura economico-finanziaria e, alla base di questi, traspaiono ancora una volta problemi legati alla non coincidenza degli interessi nazionali con quelli europei, specchio dello stato di immaturità che ancora caratterizza la (non) cooperazione europea tra istituzioni e industrie.

Per il più grande investimento spaziale europeo, infatti, la Commissione aveva messo a punto un sistema innovativo di finanziamento misto pubblico/privato secondo il quale, dei circa 4 miliardi di euro totali necessari nell’arco di 20 anni, 2,5 sarebbero a carico delle industrie, mentre il restante a carico dei governi (che, peraltro, hanno già versato 1,2 miliardi circa). Il problema che le società si sono poste è prettamente economico: il programma Galileo è in grado di garantire il ritorno di tali investimenti?

Il fatto che il servizio messo a disposizione del pubblico dall’americano Gps (Global Positioning System) sia gratuito fa sorgere dubbi sulla capacità di Galileo di conquistarsi fette di un mercato che, secondo la Commissione, ha un giro di affari destinato a passare dai 60 ai 300-400 miliardi di euro l’anno. La domanda retorica posta in proposito da un funzionario europeo rende perfettamente l’idea: perché bere Pepsi quando si può bere Coca-Cola gratis?

Alla concorrenza americana, poi, si aggiunge anche il timore della concorrenza cinese e russa: nel giro di pochi anni, e presumibilmente prima che Galileo entri in servizio nel 2012, i due paesi metteranno in orbita satelliti in grado di fornire lo stesso servizio.

Elevato valore aggiunto
In realtà il valore aggiunto di Galileo, rispetto sempre al Gps, ci sarebbe: i suoi trenta satelliti disporranno di ben cinque canali, anziché di due soltanto, diversi a seconda della qualità richiesta dai diversi utenti a cui si rivolge, e saranno soprattutto in grado di fornire immagini molto più accurate (risoluzione al di sotto del metro). Quest’ultimo vantaggio non è comunque garanzia di profitti perché sarebbe sfruttato da pochi end-user professionali, per lo più legati a compiti di sicurezza in senso ampio e, quindi, anche di difesa.

Di fronte alla non certezza del guadagno, le otto industrie aerospaziali tentano da ben 18 mesi di accordarsi su una serie di questioni quantomeno fondamentali, visto lo stato avanzato del progetto: chi farà che cosa (e quindi a chi andrà la fetta più grande e ricca della torta) e dove saranno dislocati i centri operativi e di controllo (portatori di vantaggi economici oltre che di prestigio e politici). La disputa ricorda più che vagamente quella sorta in seno ad Airbus, solo che questa volta a litigare non ci sono solo due paesi, ma addirittura cinque.

È stata la suddivisione geografica dei centri di controllo (penalizzante per la Spagna, la causa scatenante delle polemiche e delle richieste per una più equa ridistribuzione del lavoro, secondo il principio del juste-retour.

Il protrarsi delle discussioni ha causato gravi ritardi al progetto, e quindi gravi perdite economiche, fino al punto che il 5 marzo l’Agenzia spaziale europea (Esa) si è vista costretta a sborsare 30 milioni di euro circa per la costruzione di un satellite – Giove-A2 – destinato semplicemente ad occupare le frequenze di trasmissione del segnale riservate a Galileo e che l’Unione rischiava, altrimenti, di perdere. Secondo l’International Telecommunication Union (Itu), infatti, un operatore può perdere i diritti sulle frequenze acquisite se queste restano in disuso per più di due anni.

Un paio di settimane dopo, il Commissario europeo ai Trasporti ha lanciato l’ultimatum al consorzio. Il termine è scaduto il 10 maggio senza che le industrie siano riuscite a superare le loro divergenze e la Commissione si è dunque trovata a formulare una proposta risolutiva che metterà a punto nel corso di questa settimana e che presenterà alla riunione dei Ministri dei trasporti il prossimo mese.

Un sistema strategicamente necessario
Ancora una volta, come già accaduto per Airbus, le dispute nazionali hanno prevalso su logiche economico-industriali, arrecando danni a un progetto di portata europea e di massima importanza tecnologica, oltre che strategica. Non si possono biasimare quelle industrie private che vogliono mettersi al riparo da investimenti costosi e troppo rischiosi. Non è loro, infatti, il compito di realizzare progetti che, sebbene non redditizi, devono essere portati avanti perché servono un obiettivo strategico-politico comune.

Anche se Galileo non dovesse risultare economicamente conveniente, resta comunque un sistema strategicamente necessario per garantire all’Europa autonomia nell’espletamento di quei compiti ambiziosi che si è posta, e che fanno di lei un soggetto in grado di garantire la sicurezza dei suoi cittadini.

Ad oggi, infatti, nello svolgimento dei compiti comunitari di sicurezza (impegno nella non proliferazione, servizio di protezione civile, controllo delle frontiere, monitoraggio ambientale) e delle sue missioni Pesd (ricerca e soccorso, missioni di polizia, interventi di peacekeeping e peacemaking, interventi umanitari), l’Europa si affida completamente al Gps, un sistema controllato dal Pentagono che, teoricamente, potrebbe venire semplicemente spento a piacimento del suo proprietario in qualsiasi momento.

Poiché le operazioni che si svolgono in teatri lontani non possono fare a meno del supporto satellitare, esso è diventato uno strumento determinante per l’indipendenza strategica e, alla base, anche politica di un attore. Per l’Europa non si tratta di una questione di fedeltà all’alleanza transatlantica, che non per questo verrebbe meno, visto anche l’accordo di interoperabilità tra Galileo e Gps siglato da Europea e Usa allo scopo di rinforzare le rispettive capacità. Si tratta piuttosto di una questione di indipendenza politica nella scelta delle missioni da compiere e dei compiti da assumersi, nonché di totale affidabilità e continuità delle informazioni alla base di tali scelte.

Galileo, voluto dalla Commissione Europea, è la risposta a questa necessità. Nato come programma civile, e inserito quindi nel volet della sicurezza europea, Galileo può tuttavia presentarsi come strumento dual-use. La Commissione stessa, in una sua recente comunicazione al Consiglio e al Parlamento sulla “European Space Policy”, ha previsto il potenziale uso di sistemi civili (Gmes, Galileo) anche per missioni Pesd, mentre il Ministro ai trasporti tedesco, Wolfanfg Tiefensee, ha direttamente paragonato Galileo a una strada pubblica che può portare veicoli militari, pur restando sotto controllo civile.

Innovazione tecnologica
L’importanza di questo progetto, dunque, è soprattutto politico-strategica, ma non solo: anche se nel 2012 il vantaggio di cui gode oggi sulla carta il sistema europeo (precisione visiva minore a un metro) dovesse già essere superato, Galileo permetterebbe se non altro di accorciare quel gap tecnologico che, altrimenti, penalizzerebbe irrimediabilmente la competitività delle industrie aerospaziali europee. Così come avviene a livello nazionale, è grazie a questo tipo di programmi, spesso co-finanziati con denaro pubblico, che le industrie mantengono alto il loro livello di know-how tecnologico, restando in questo modo competitive, garantendo il progresso industriale del Paese e fornendo ai cervelli europei una piattaforma di impiego che ne eviti la fuga all’estero. Queste ragioni, unite al fatto che l’interruzione del programma comporterebbe lo spreco degli investimenti finora messi in campo e minerebbe la credibilità politica dell’Europa, sono gli ottimi motivi che, superando le logiche del ricavo, fanno di Galileo una scommessa che non ci possiamo permettere di perdere.

È per questo che, questa settimana, la Commissione dovrà pensare a un piano che garantisca sui rischi ed eventualmente copra le perdite economiche del programma. Il piano potrebbe prevedere un totale finanziamento pubblico diretto (com’è avvenuto per il Gps) che, spalmato nell’arco di 20 vent’anni, richiederebbe una spesa di circa 1 cent all’anno per ogni cittadino europeo, secondo le stime di Barroso. O potrà, piuttosto, promettere alle industrie il ritorno economico ai loro investimenti attraverso strumenti normativi che, ad esempio, impongano l’utilizzo di Galileo nei trasporti di merci e di persone per motivi di sicurezza e da parte dei vari servizi di emergenza (ambulanze, vigili del fuoco, guardia costiera).

Nel caso si decida per la prima ipotesi, come anticipato dalla Commissione, è auspicabile lo studio di un piano di comunicazione esterna da parte delle istituzioni che sappia spiegare con parole semplici e concrete, a livello nazionale, l’utilità di questo progetto. Sarà un compito particolarmente importante per i governi di quei paesi, come l’Italia, dove la forte presenza di forze radicali e pacifiste mettono a rischio tutti quegli investimenti che suonino anche solo vagamente a uso di sicurezza e difesa, senza capire, spesso e semplicemente perchè non vengono efficacemente comunicati, la vera portata di tali strumenti e i connessi vantaggi di lungo periodo.

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