IAI
I 59 anni di Israele

Una strategia militare da rivisitare

29 Mag 2007 - Mario Arpino - Mario Arpino

Tradizionalmente, maggio per gli israeliani era un mese in cui si festeggiava. Era infatti il 14 maggio 1948 quando Ben Gurion dichiarò l’indipendenza dello Stato di Israele e il giorno successivo, come da risoluzione dell’Onu del novembre precedente, le truppe britanniche si ritirarono definitivamente dai territori del Mandato. Anche gli arabi avrebbero potuto dichiarare la formazione in Palestina di un loro Stato indipendente: era previsto dalla medesima risoluzione. Preferirono muovere guerra e, il 15 maggio, gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania iniziarono l’attacco. L’offensiva venne bloccata alle porte di Tel Aviv e la guerra terminò con la sconfitta araba un anno dopo, producendo circa 700 mila profughi arabi e 800 mila profughi ebrei, da sempre residenti in nazioni arabe. Di questi, circa 600 mila migrarono in Israele. In questo maggio 2007, sembra che da festeggiare ci sia assai poco.

Celebrazioni sotto tono
Nel 1998 avevo partecipato assieme alle Frecce Tricolori, in un clima di grande serenità, alla celebrazione del 50° anniversario della fondazione dello Stato e delle sue forze armate, le ancora “mitiche” Israeli Defence Forces. Manifestazione sul lungomare di Tel Aviv, alla presenza del presidente Weizmann, e il giorno dopo un volo in formazione in venti minuti ci porta direttamente da Israele in Giordania. Qui, manifestazione gemella nel cielo di Amman, alla presenza di re Hussein. Simbolico ponte tricolore, con tante speranze.

La celebrazione del 59° anniversario purtroppo non ha potuto trovare un clima altrettanto sereno. A guastare la festa non sono tanto i razzi Kassam, con i quali Hamas continua a martellare i villaggi israeliani lungo la striscia, quanto il verdetto del giudice Winograd, presidente della commissione d’inchiesta sulla guerra in Libano. Parole pesanti come pietre. Il rapporto cita “un grave fallimento nella mancanza di giudizio, responsabilità e cautela”. Il premier è accusato di “gravi fallimenti”; il ministro della difesa Perez “ha mostrato di essere inesperto e la sua impreparazione è una della cause dell’insuccesso”; il capo di Stato Maggiore della Difesa Dan Halutz “ha fallito nel suo compito di comandante supremo delle forze armate”. Ce n’è per tutti, anche per le IDF, la cui impreparazione – secondo la commissione – è conseguenza di una concezione, rivelatasi errata, che l’era dei conflitti su larga scala sia passata e che ormai sono prevedibili solo conflitti a bassa intensità.

È esattamente ciò che crede anche la Unione Europea, la cui strategia militare, se c’è, si limita alla scala delle “missioni di Petersberg”. Al cataclisma in ambito governativo e parlamentare, ai cambi di vertice, alla diffusa insoddisfazione per i limiti di Unifil nel contesto della risoluzione 1701, in questi ultimi giorni, come riporta Maari’v, si è aggiunta anche la voce di un Ammiraglio, ex responsabile al vertice del Mossad, che critica strategia militare e preparazione delle Idf, ormai trasformate “da forze armate in forze di polizia”.

Giusta preoccupazione, a mio avviso, visto che Israele è nata con una guerra, e con guerre o guerriglie ha dovuto convivere in questi cinquantanove anni di esistenza. Le circostanze, la collocazione geografica, i problemi etnici, i diversi tassi di natalità, tutto fa sì che la politica e la strategia militare di Israele non possano che riassumersi in un unico obbligo, non eludibile. Israele è condannata a vincere, e deve vincere perché non può mai permettersi di perdere.

Il suo problema continua infatti ad essere esistenziale, anche se la minaccia non sono più gli eserciti arabi del ‘48, del ‘67 o del ‘73. Ciò significa che, a differenza di quegli europei che, come noi, Spagna e Germania sembrerebbero aver già fatto scelte riduttive, non può tuttora permettersi il lusso di sbagliare la composizione delle forze, mantenendole in parte idonee al controllo del territorio (operazioni di polizia) e in parte con un’intatta capacità di combattimento.

I dubbi di uno Stato mobilitato
Per questo, Israele ha sempre avuto le caratteristiche di uno Stato mobilitato. Deve per forza mantenere una capacità militare deterrente, che però potrebbe anche non funzionare. Quando si parla di Israele, concetti o parole come diritto di autodifesa, reazione spropositata, attacco preventivo, portare la guerra dal nemico e altri ancora hanno, perché non possono non avere, un significato diverso dalla normalità delle logiche comuni. Tutta la strategia militare di Israele, se ancora la possiamo così definire, trova preciso riscontro e compendio nella “missione” delle Idf, ovvero nella loro ragione di esistere: assicurare l’esistenza dello Stato e la sicurezza dei suoi cittadini. Nessun’altra forza armata, in Europa, ha oggi un compito così drammatico.

Ciò nonostante, e non senza sorpresa, nel corso delle operazioni contro Hizbollah del 2006, per la prima volta le Idf, pur addestrate alla guerriglia urbana, si sono trovate di fronte combattenti non regolari ben organizzati, ben addestrati e in possesso di armamenti molto avanzati. La lotta, come abbiamo visto, è stata dura, talvolta dall’esito incerto e in ogni caso non ha raggiunto lo scopo.

L’ampiezza e il carattere coordinato delle azioni di Hizbollah ha anche messo in dubbio la capacità del servizio intelligence, erodendo così un altro importante pilastro dell’invincibilità di Israele. Il fatto che una così imponente quantità di armi di ultima generazione potesse essere stata ammassata in poco tempo e così in prossimità del confine da gruppi armati illegali – lo ammette anche la commissione Winograd – ha focalizzato in madrepatria un dibattito assai acceso sulla effettiva capacità delle attuali Idf di contrastare una simile minaccia.

In termini più ampi, si dibatte ancora sulla natura e sullo scopo di una campagna predisposta e pianificata da una forza di guerriglia contro la forza militare organizzata più potente della regione. Anche con l’Unifil lungo i confini, il nodo rimane infatti la presenza armata di Hizbollah. Oggi, questo movimento sciita rappresenta per Israele una minaccia strategica come attore indipendente, come braccio dell’esercito siriano e come strumento del regime religioso iraniano. È una forza che sia all’interno del Libano che fuori si proclama vincitrice, avendo “costretto” per ben due volte (2000 e 2006) Israele a ritirarsi dentro i propri confini, senza ottenere contropartite. Ciò ha dato al movimento integralista alta credibilità, di cui beneficia anche Hamas. Israele ormai viene additata come un nemico screditato, che può essere sconfitto. Ormai il danno è fatto.

Una “exit strategy”
La domanda che molti si pongono, sommessamente ma con un certo sgomento, è se la strategia militare che ha salvato Israele durante le sue guerre “classiche” sia ancora valida ed efficace anche nel caso di guerre “non convenzionali” contro realtà armate non statuali. La risposta, a mio avviso, è affermativa semplicemente e solo perché non è possibile fare diversamente. Il rischio non sta tanto nel riguadagnarsi la capacità di compiere operazioni di warfighting, e questa è un’ipotesi minima, ma quello di doverle allungare eccessivamente.

Ciò comporta che queste possano essere fermate prematuramente dalle organizzazioni internazionali non appena le opinioni pubbliche si fanno critiche sul modus operandi delle Idf. Occorre che Israele, parallelamente al riadeguamento della propria strategia militare, sappia rompere l’isolamento attivando, o ritrovando, una strategia politica che la porti quanto prima a far capire all’Occidente europeo che anch’essa, in fin dei conti, ne fa parte per diritto di nascita e di cultura. Un’Italia più libera da preconcetti potrebbe dare un valido contributo in questa direzione, anche se l’Europa, in proposito, appare tuttora poco attrezzata.