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Ideologie politiche

Neocons americani e neorevisionisti israeliani: un comune destino

14 Mag 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Paul Wolfolwitz, icona dei neocons americana, si dimetterà forse dal suo incarico di presidente della Banca Mondiale, o forse cercherà di resistere ancora alle richieste di dimissioni, malgrado le accuse di favoritismo a favore della sua compagna e di gestione politicizzata della Banca. In una situazione ancor più difficile si trova il premier israeliano Ehud Olmert, messo sotto accusa da una commissione da lui stesso nominata, per la decisione di attaccare gli Hezbollah in Libano nel 2006 e per il modo con il quale fu condotta quella operazione. Cosa c’è di comune tra questi due eventi?

Essi segnano il tramonto di due movimenti politico-ideologici, quello dei neoconservatori in America e quello dei neorevisionisti israeliani. Secondo alcuni studiosi americani i due movimenti, nati in ambienti politici e geografici lontani e molto differenti, avevano dei punti in comune nelle ideologie sottostanti. Le conseguenti loro azioni politiche, divenute convergenti negli ultimi anni in Medio Oriente, sarebbero all’origine del disastroso fallimento militare degli americani in Iraq e degli israeliani in Libano.

I neoconservatori americani
Il termine neoconservatore venne usato negli Stati Uniti, inizialmente con un significato dispregiativo, per indicare un gruppo di intellettuali che si erano separati nel 1971 dai loro colleghi liberal del Partito Democratico. Si trattava in buona parte di ebrei e veterani della sinistra anti-comunista, che erano basati soprattutto a New York. I neocons si opponevano alla cultura dominante in quell’epoca, della priorità assoluta alla questione dei diritti umani e dell’opposizione alla guerra in Vietnam. Nel corso della presidenza di Reagan alcuni di loro ricoprirono incarichi di governo o nell’Amministrazione, ma per molto tempo rimasero un movimento di intellettuali che svolgeva essenzialmente un’opera di propaganda e di persuasione.

Nelle primarie del Partito repubblicano nel 2000 i neocons appoggiarono Mc Caine, non George Bush. Però Bush, eletto nel 2001, diede a parecchi esponenti del loro movimento incarichi di secondo livello nella sua Amministrazione. Dopo l’attacco terroristico al World Trade Center di New York, l’influenza dei neoconservatori effettuò un grande salto in avanti nel campo della politica estera. Cheney e Rumsfeld, di cui Wolfolwitz era il principale collaboratore, li associarono totalmente alle politiche da loro volute e i neocons divennero, secondo i critici, la cabala che ispirava la politica estera del presidente Bush.

I neorevisionisti israeliani
Quando dopo una lunga “traversata nel deserto” la destra israeliana arrivò al potere con Menachem Begin nel 1977, si formò in Israele un’area politica etichettata da molti con il termine di neorevisionismo. Tramite il Likud le loro idee sarebbero state da allora ben presenti nella politica estera israeliana, a parte le brevi parentesi di governo del Partito Labour nel 1992-1996 e poi nel 1999-2001.

Begin era stato un seguace di Vladimir Jabotinsky e su linee fondamentalmente analoghe a quelle di Begin si sarebbero poi mossi Ytzhak Shamir, Binyamin Netanyahu e, a parte la fase finale del suo governo, anche Ariel Sharon. Ma qual era la centrale caratteristica politica di Jabotinsky, il leader sionista vissuto dal 1880 al 1940? Jabotinsky rifiutava qualsiasi divisione della Palestina con gli arabi residenti nella regione e proponeva perciò un’aggressiva, militarizzata politica. I suoi seguaci dettero quindi un appoggio totale alla politiche di rappresaglie anti-arabe attuate da Ben Gurion e Moshe Dayan, poi alla campagna del 1956 nel canale di Suez e nel Sinai (che secondo loro avrebbe dovuto estendersi anche alla Giordania), e successivamente alla politica di alleanza militare con la Francia, durata sino al 1967. La quale, ricordiamo, è stata all’origine non solo della superiorità militare di Israele in campo aereo ma, soprattutto, della garanzia globale di essere l’unico paese del Medio Oriente a possedere l’arma atomica.

Questi “neorevisionisti” sono stati però politicamente insignificanti in Israele sino alla grande vittoria del 1967, con l’occupazione della Palestina, del Sinai e delle colline del Golan. Dopo questo trionfo militare cessò, nell’opinione pubblica e nella gran parte della classe politica israeliana, il timore che Israele potesse essere travolta da una superiore potenza militare del mondo arabo. Improvvisamente le domande territoriali dei neo-revisionisti divennero possibili. Con Shamir, e più tardi con Netanyahu, il neorevisionismo rivendicò la politica della “Grande Israele” e adottò a fondo, allorquando al potere, una aggressiva politica di diffusione delle colonie israeliane nei territori occupati.

Israele esercitò inoltre la sua potenza militare, direttamente e senza remore, invadendo nel 1982 il Libano alla caccia di Arafat e dei suoi seguaci. Olmert, infine, abbandonate le idee negoziali del partito Kadima fondato da uno Sharon divenuto col tempo meno bellicoso, ritorna nel 2006 all’idea di un uso massiccio della forza militare in Libano per risolvere problemi di politica estera e interna.

La ideologia delle due correnti politiche
Attualmente i critici dei due movimenti osservano che essi, pur così lontani per la geografia e per i mondi politici nei quali hanno operato, avevano significativi punti comuni nella ideologia sottostante. Innanzitutto un hobbesiano, profondo pessimismo sulla evoluzione del mondo, poi un nazionalismo esasperato, aggressivo e militarista nei confronti dei nemici interni ed esterni, infine una percezione di “eccezionalità” della propria nazione.

Sulla eccezionalità di Israele alla base della cultura politica del paese vi è poco da ricordare. Sono note a tutti la storia millenaria degli ebrei dispersi nel mondo, le tragedie che li hanno colpiti nel ventesimo secolo e le caratteristiche dell’insediamento di Israele in Medio Oriente. Il nazionalismo Usa è molto meno presente in superficie nella variopinta società americana, ma è altrettanto diffuso, anche se talvolta si manifesta in modo inverso con delle ventate di isolazionismo. Comunque i neocons sono cultori convinti del “destino manifesto” degli Stati Uniti. Per loro il perseguimento degli interessi nazionali statunitensi è in principio utile al mondo intero e la diffusione della democrazia di tipo americano un dovere imprescindibile.

In tempi recenti è stata per la verità la Albright a usare la espressione di indispensable nation, ma non v’è dubbio che è l’Amministrazione di George Bush quella che l’ha continuamente utilizzata nella sua azione di governo.

E la questione dell’uso della forza? Per quanto riguarda i neoconservatori americani il grottesco è che essa risalirebbe, secondo alcuni, alla dottrina trotzkista. Irving Kristol, considerato il “padrino” dei neocons, fu per breve tempo un aderente del trotzkismo negli anni 30, e le medesime idee erano circolate tra altri militanti originari del movimento che provenivano dal mondo sindacale. Alla base del trotzkismo vi è la convinzione della necessità politica di spezzare con la forza strutture repressive per liberare le masse. Naturalmente nella susseguente liberazione che ne consegue i trotzkisti ritenevano che la installazione del socialismo era il risultato naturale di questa azione, mentre i neocons sono convinti, con il medesimo dogmatismo, dei benefici del capitalismo e della democrazia, nonché ovviamente dell’inevitabilità del loro avvento.

Incontro e declino dei due movimenti
In Medio Oriente l’azione congiunta dei due movimenti in questi anni sarebbe alla base della fallita avventura militare americana in Iraq e di quella parallela israeliana in Libano. Nel mondo arabo è addirittura ritenuta una verità incontrovertibile che l’invasione Usa dell’Iraq sia stata decisa dai neocons per assicurare definitivamente la sicurezza di Israele (“giungere a Gerusalemme per la via di Bagdad”).

Interpretazioni irrealistiche dei fatti, naturalmente. Ma è vero che neocons e destra israeliana hanno recentemente compiuto un tratto di strada insieme. Adesso la loro comune idea di risolvere i problemi con lo strumento della superiorità militare si è screditata, parallelamente, negli Stati Uniti e in Israele. L’autorità e l’influenza politica delle persone che l’hanno rappresentata stanno quindi subendo il medesimo tracollo politico.