IAI
Unione europea

Dall’adesione di Bulgaria e Romania qualche rischio e molte opportunità

14 Mag 2007 - Alessandro Spaventa, Salvatore Monni - Alessandro Spaventa, Salvatore Monni

Dell’ingresso di Romania e Bulgaria, avvenuto lo scorso primo gennaio e che ha portato a 27 i paesi membri dell’Unione Europea, si è parlato in questi mesi soprattutto in relazione ai timori relativi al dirottamento dei Fondi Strutturali e di coesione e alla crescita dell’immigrazione. Tra i due a spaventare di più è probabilmente quest’ultima. Per avere un quadro completo dei possibili effetti dell’entrata dei due dell’Europa Orientale, tuttavia, è opportuno considerare anche altri due fattori: gli effetti sul processo di delocalizzazione produttiva e le possibilità di mercato offerte dai due nuovi Stati membri.

Sul versante dei Fondi Strutturali, Bulgaria e Romania saranno destinatarie di un cospicuo ammontare di risorse, ma non tale, tuttavia da mutare in modo particolare i nuovi equilibri venutisi a creare dopo l’entrata dei primi 10 paesi dell’allargamento, e in particolare della Polonia. Ai 15 paesi membri prima del 2004 continua a essere riservato quasi il 49% degli oltre 347 miliardi di euro disponibili, mentre il restante 51% viene suddiviso tra i 10 paesi che hanno aderito nel 2004, Romania e Bulgaria. Nei prossimi sette anni Bruxelles verserà complessivamente 20 miliardi di euro alla Romania e 7 miliardi alla Bulgaria. In tutto, meno dell’ammontare che spetterà all’Italia, quasi 29 miliardi di euro. L’effettivo versamento inoltre dipenderà dalla capacità dei due paesi di presentare progetti credibili, il che alla fine porterà probabilmente ad un ridimensionamento delle somme erogate.

I flussi migratori
Più complessa la situazione per quel riguarda i flussi migratori dai due nuovi Stati membri verso l’Europa. Se da un lato è infatti possibile prevedere un aumento del numero degli immigrati nei 15 Stati membri pre-2004, dall’altro è meno facile prevedere quale sarà l’impatto sui singoli paesi. Illuminante a riguardo è quanto è avvenuto a seguito dell’allargamento del 2004. I flussi in totale sono risultati minori del previsto, ma la loro distribuzione è stata molto ineguale tra paesi con legislazioni aperte e quelli con legislazioni chiuse.

Secondo un’analisi svolta da Herbert Brucker, i paesi “aperti” hanno registrato flussi tripli rispetto alle previsioni, mentre quelli “chiusi” hanno registrato la metà degli arrivi previsti. Legislazioni restrittive applicate in alcuni paesi hanno determinato la crescita di flussi verso i paesi più aperti. La distribuzione dei flussi provenienti da Bulgaria e Romania dipenderà quindi in gran parte dal tipo di legislazione presente in ciascun paese, posto che limitazioni alla libera circolazione dei lavoratori provenienti dai due paesi potranno essere imposte fino alla fine del 2013.

Per quanto riguarda l’Italia, già prima dell’entrata rappresentava, dopo la Spagna, la prima destinazione per gli emigranti dei due paesi. Nel 2004 i residenti provenienti dai due paesi balcanici erano 199.000, saliti nel 2005 a 264.000. È facile prevedere che tale tendenza non si affievolirà nel 2007 e negli anni a venire. Facendo ricorso al regime transitorio previsto dai Trattati di adesione sopra descritto, il Governo ha appena approvato una parziale apertura per i lavoratori bulgari e romeni prevedendo libero accesso per colf e badanti. L’apertura immediata vale anche per il lavoro dirigenziale, agricolo e turistico-alberghiero, di assistenza alla persona, edilizio e metalmeccanico e per il lavoro stagionale. Tale regime, che copre un fabbisogno reale del mercato del lavoro italiano, e la maggiore chiusura di molti degli altri mercati di destinazione tra cui quello inglese, irlandese e tedesco, favoriranno una maggiore spinta verso il nostro paese.

La delocalizzazione e le possibilità di mercato
Tra gli effetti derivanti dall’entrata dei due paesi nell’Unione Europea sono da considerare anche quelli sul processo di delocalizzazione produttiva e sulle possibilità di mercato per le imprese europee. Sul primo versante l’entrata darà luogo probabilmente a due effetti contrastanti. Da un lato, una crescita delle delocalizzazioni dovuta all’apertura delle frontiere e alla progressiva armonizzazione con il quadro europeo che renderà il processo più semplice e conveniente. Romania e Bulgaria vedranno rafforzarsi così la tendenza a divenire, nel contesto dell’Unione Europea, le aree di produzione per i settori a minor contenuto tecnologico e a minore intensità di capitale, così come la Repubblica Ceca e la Slovacchia sono divenute le aree di produzione per l’auto e l’elettronica. E non è detto che tale processo sia limitato ai settori tradizionali: vi sono segnali di un crescente interesse proprio delle aziende europee del settore dell’elettronica, delle telecomunicazioni e dell’auto.

Dall’altro, tuttavia, l’entrata nell’Ue acuirà la tendenza già in atto alla crescita del costo del lavoro. Ciò avverrà a causa sia della diminuzione dell’offerta di manodopera dovuta all’aumento dell’emigrazione verso gli altri paesi europei, sia di una sia pure lenta tendenza a riallinearsi verso standard contributivi e salariali europei. Il risultato netto di tali spinte contrastanti sarà probabilmente comunque la prosecuzione, se non una crescita, a livello europeo dei processi di delocalizzazione, grazie anche all’utilizzo di manodopera cinese presente in loco.

Più incerta è invece la situazione per quel che riguarda il processo di delocalizzazione delle imprese manifatturiere italiane. Per il tipo di prodotti (a maggiore intensità di lavoro), le imprese italiane sono infatti più sensibili ai rialzi del costo della manodopera; inoltre, grazie al fatto di aver delocalizzato in gran parte attraverso la gestione di contratti di subfornitura, e non attraverso investimenti diretti, esse sono in grado di spostarsi con minori costi e maggiore facilità. Se perciò la tendenza al rialzo del costo del lavoro dovesse consolidarsi come previsto, è possibile che parte di esse decidano di spostare la produzione in paesi ritenuti più convenienti, ma con caratteristiche simili, come l’Albania.

Sul versante delle opportunità di mercato, l’entrata di Bulgaria e Romania comporterà una crescita delle possibilità di mercato per le imprese europee sia grazie alla maggiore integrazione, sia grazie alla progressiva crescita del reddito e al miglioramento del tenore di vita che tale integrazione comporterà. Già oggi il 56% dello scambio commerciale della Bulgaria e il 65% di quello della Romania avviene con paesi europei, e tra questi l’Italia occupa un posto di assoluto rilievo, e tale proporzione è destinata a crescere. Contemporaneamente crescerà il numero di esercizi commerciali e di megastore di catene europee, sia gestiti direttamente che in franchising, e la presenza di operatori dei servizi soprattutto nei settori della finanza e del credito, delle telecomunicazioni e dell’energia.

Assestamento necessario
Croazia a parte, l’entrata di Romania e Bulgaria rappresenta verosimilmente l’ultimo allargamento dell’Unione Europea per i prossimi dieci anni. La Turchia e gli altri paesi dei Balcani dovranno probabilmente aspettare a lungo, infatti, prima di riuscire a soddisfare i requisiti per l’adesione e che il clima politico risulti maturo per un ulteriore allargamento. L’Europa deve ancora riuscire ad assestarsi dopo l’ondata del 2004-07 e deve riprendere il processo di revisione del suo ordinamento dopo la bocciatura della costituzione del 2005.

L’ingresso dei due paesi chiude quindi una fase e avviene con un orizzonte temporale sufficientemente lungo per poter permettere il compiersi del processo di integrazione e il raggiungimento di un punto di equilibrio. Equilibrio che riguarderà anche gli aspetti sopra accennati, ovvero: una riduzione e stabilizzazione dei flussi migratori, e forse il ritorno in patria di parte degli emigrati; il compiersi del processo di ristrutturazione dell’industria europea, con il trasferimento nell’Europa centro-orientale della produzione manifatturiera; l’integrazione e la crescita economica di Bulgaria e Romania.

Il processo di transizione verso tale equilibrio non si presenta particolarmente agevole, ma neanche gravido di minacce. Il crescere dei flussi migratori e la delocalizzazione provocheranno problemi e tensioni sul mercato del lavoro di alcuni dei paesi dell’Europa a 15, ma fino ad un certo punto. Entrambi i fenomeni, infatti, sono in corso ormai da molti anni, particolarmente per quanto riguarda l’Italia, e, almeno per il secondo, il grosso in realtà ha già avuto luogo.

Nel complesso l’entrata di Bulgaria e Romania sembra comportare più opportunità che rischi, almeno dal punto di vista economico, e segna un ulteriore passo verso la riunificazione del Vecchio Continente sotto un’unica bandiera: un processo che si potrà dire compiuto solo con l’entrata dei Paesi dei Balcani (e magari della Norvegia).