IAI
Iran-Gran Bretagna

L’atto di forza dei pasdaran

2 Apr 2007 - Riccardo Redaelli - Riccardo Redaelli

La liberazione dei quindici ostaggi britannici da parte iraniana ha lasciato aperte incognite e dubbi di varia natura. Fossero o meno i quindici marinai britannici in acque territoriali iraniane (improbabile), o lo fossero stati nelle fasi precedenti la cattura (possibile), o ancora fossero sempre rimasti all’interno delle acque territoriali irachene (probabile), la loro vicenda ha trasceso completamente i possibili torti e le possibili ragioni.

Dopo alcuni giorni di quieta diplomazia, entrambe le parti hanno accentuato i toni delle reciproche posizioni; in particolare l’Iran ha deciso di ricorrere a una strategia di forte impatto mediatico, con le “confessioni pubbliche” in televisione dei soldati, le lettere, e tutto quell’armamentario da tribunale del popolo che Teheran sembrava da tempo aver dimenticato.

Scenario complesso
Capire Teheran è sempre stato difficile per gli occidentali. In questi ultimi tempi, quasi impossibile, data la complessità di quello scenario politico, la frammentazione e le lotte di potere interni, la quantità e importanza delle poste in gioco a livello internazionale.

Sembra in ogni caso evidente che i pasdaran abbiano deciso di massimizzare l’impatto mediatico della vicenda tanto a livello esterno quanto a livello interno. Come noto, nel 2005, l’elezione dell’ultra-presidente Ahmadinejad ha posto i gruppi di sicurezza più radicali in una posizione di forza quale mai avevano avuto dalla morte di Khomeini.

La progressiva securitization della politica estera avvenuta in Iran a partire dal 2001-2 (in seguito alle guerra in Afghanistan e in Iraq e alla crisi sul programma nucleare iraniano) ha di fatto estromesso il debole ministero degli Esteri dalla gestione reale della politica estera, ha umiliato i riformisti e ridotto i margini d’azione dello stesso gruppo clericale al potere dalla rivoluzione del 1979. Più il paese è isolato e più si paventa un attacco militare dagli Usa o da Israele, più le forze di difesa e sicurezza aumentano la loro presa sui gangli politici ed economici del paese.

Da tempo si parla di una crescente preoccupazione del rahbar, ayatollah Khamene’i – ossia del centro di potere più importante dell’Iran – nei confronti della politica avventurista, economicamente disastrosa, mediaticamente controproducente di Ahmadinejad, e della sua volontà per una gestione più accorta e prudente dei tavoli di confronto e trattativa con l’Occidente. In realtà, il rahbar non ha mai lavorato per opposizione netta, ma con una politica di contrappesi e di bilanciamenti che rende improbabile una sconfessione plateale del presidente, tanto più che lo stesso rahbar ha un’ostilità profonda verso i contatti con i paesi occidentali.

In ogni caso, una volta accentuato il profilo pubblico di questa vicenda, Teheran non ha potuto mostrarsi divisa, quali che fossero gli obiettivi che i pasdaran si erano prefissi. Alcuni analisti hanno collegato la cattura dei marinai alla nuova risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza Onu per la mancata sospensione delle attività di arricchimento dell’uranio all’interno del contestato programma nucleare iraniano: una sorta di rivalsa e, al tempo, di cattura di ostaggi per gestire la vicenda da un punto di forza. Personalmente, mi sembra una spiegazione molto debole: questa cattura non aiuta l’Iran sul fronte del CdS, ma lo danneggia ulteriormente. E certo non sarebbero stati quindici ostaggi a fermare un possibile strike preventivo statunitense.

Contro tutti
Anche l’ipotesi che vede la cattura dei marinai come una rappresaglia contro la Gran Bretagna sembra inconsistente: la “grande rabbia” di Teheran contro Londra risale alla primavera 2005, quando una proposta del precedente governo iraniano per un accordo sul nucleare – che in effetti faceva grandi concessioni ai tre negoziatori europei – era stata di fatto accolta da Francia e Germania, ma rifiutata con decisione da Londra. Ora, la rabbia del governo Ahmadinejad è contro tutti: Usa, Europa, le stesse Russia e Cina che non ‘hanno difeso’ l’Iran in seno al CdS Onu.

Molto più probabile che i pasdaran abbiano voluto dimostrare di saper “rispondere colpo su colpo” alla strategia statunitense di confronto diretto in Iraq: l’arresto nei mesi scorsi di diversi ufficiali iraniani in Iraq (un paio dei quali sarebbero stati protetti dallo status di diplomatico), le accuse dell’amministrazione Bush circa il crescente coinvolgimento dei servizi iraniani nella guerriglia sciita radicale nel paese, la sparizione di alti ufficiali militari rapiti – secondo Teheran – da Israele o dagli Usa, la probabile penetrazione di gruppi di commando all’interno del territorio iraniano. Non potendo o volendo sfidare direttamente le forze armate statunitensi per paura di una escalation incontrollata, i vertici para-militari avrebbero deciso di colpire “l’anello debole” della coalizione in Iraq, ossia la Gran Bretagna, dimostrando – come è stato detto – “to fight fire with fire”.

L’obiettivo sembra insomma dimostrare che le forze di sicurezza sono in grado di reagire alle provocazioni e alle tattiche più aggressive messe in atto da Washington in Iraq. E che esse non arretrano dal rilanciare la posta nel confronto regionale.

Sul piano interno, un messaggio a coloro i quali vedevano in Ahmadinejad un presidente ormai azzoppato, vittima dell’isolamento internazionale, delle sanzioni finanziarie ideate dal dipartimento del Tesoro statunitense che iniziano a colpire l’economia, delle difficoltà economiche interne, della crescente preoccupazione e ostilità della popolazione civile, e dei distinguo dei vertici religiosi che considerano importante non cedere sul nucleare, ma fondamentale garantire la sopravvivenza della repubblica islamica. Sullo sfondo, il rumoroso silenzio di Khamene’i.