IAI
Industria militare

La faticosa ripresa dell’export italiano

4 Apr 2007 - Michele Nones - Michele Nones

I dati sulle esportazioni militari italiane nel 2006 sono stati pubblicati nel Rapporto del Presidente del Consiglio al Parlamento, nel quale sono stati introdotti alcuni importanti cambiamenti volti ad aumentare e migliorare le informazioni e che è stato subito reso disponibile sul sito web della Presidenza del Consiglio.

L’aspetto più appariscente del 2006 è l’aumento delle autorizzazioni a esportare, che sale dai 1360 milioni di euro del 2005 a 2190, con un aumento del 60%. Si tratta di contratti che saranno eseguiti nel corso di più anni e, quindi, attestano più una capacità di ricaricare il portafoglio ordini che non un’effettiva attività produttiva. Ma, in ogni caso, rappresentano un segnale positivo della capacità dell’industria italiana di essere presente sul mercato internazionale. Per evitare facili entusiasmi (ma anche altrettanto facili allarmismi dei movimenti pacifisti) vanno, però, analizzati più in dettaglio alcuni punti.

Un inutile spreco
Il primo riguarda il livello di partenza che determina la forte crescita percentuale delle autorizzazioni. Da anni l’industria italiana ha un ruolo limitato fra gli esportatori. Basta osservare che il volume delle effettive movimentazioni è stato l’anno scorso di soli 940 milioni con un aumento del 13% rispetto agli 830 milioni dell’anno precedente. A queste si aggiungono le movimentazioni legate ai programmi di collaborazione intergovernativa (velivoli Efa, elicotteri EH 101 e NH 90, fregate Orizzonte e Fremm, sistemi missilistici FSAF, Meads, Storm Shadow, siluro Mu 90, ecc.) che assurdamente rientrano, per lo meno in parte, nel campo di applicazione della legge 185/90 relativa al controllo dell’export militare.

Questa “assurdità” deriva dal fatto che solo le “esportazioni temporanee” effettuate dalle o per conto delle Forze Armate restano escluse. Quelle “definitive” sono, invece, sottoposte ad autorizzazione del ministero degli Esteri, i relativi pagamenti vanno notificati al ministero dell’Economia e i relativi dati sono inseriti nelle statistiche dell’Agenzia delle Dogane. In pratica lo Stato autorizza e controlla se stesso: decide un programma di sviluppo e produzione intergovernativo, costituisce l’Agenzia per la sua gestione, sceglie le imprese, assegna il contratto, ne controlla l’esecuzione con i propri Uffici tecnici territoriali, paga le fatture e, dopo tutto questo, sottopone le movimentazioni dei componenti quasi alle stesse procedure di una qualsiasi iniziativa privata. Un inutile spreco che distoglie, oltre tutto, risorse dal controllo delle vere esportazioni.

Il secondo punto riguarda il contenuto delle autorizzazioni. La prima società in termini di valore è l’Agusta, grazie al contratto per l’elicottero EH 101 destinato alla flotta del Presidente degli Stati Uniti e a quello per l’elicottero medio AW 139 per gli Emirati. La seconda è l’Alenia Aeronautica, grazie alla vendita del velivolo da trasporto C 27 J a Bulgaria e Lituania e dell’Efa (capocommessa la EADS tedesca) all’Austria. La terza è l’Oto Melara con le torrette Hitfist per i blindati prodotti in Polonia e con i cannoni navali 76/62 per gli Emirati. La terza è la Lital con la sua produzione per l’Efa che non dovrebbe, però, rientrare nelle statistiche sull’export in quanto programma di collaborazione intergovernativo. La quarta è l’Avio con i motori dell’Efa.

Nel complesso il 64% delle autorizzazioni riguarda paesi Nato o Ue a conferma che si tratta di attività senza implicazioni sul piano della politica internazionale. Gli unici paesi non alleati o partner, fra i primi dieci, sono gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e la Nigeria, tutti e tre considerati di primario interesse sul piano della stabilità internazionale.

Normativa farraginosa
Il terzo punto riguarda la necessità di valutare il fenomeno esportativo in un adeguato arco temporale in modo da coglierne le reali tendenze. Se si esamina l’ultimo decennio si vede che, a valori costanti, le movimentazioni non sono ancora tornate al livello degli anni 1997-1999. Le capacità esportative dell’industria italiana sono dimostrate dalle operazioni e non dalle autorizzazioni, esattamente come la dimensione di un’impresa viene valutata sul fatturato e non sul portafoglio ordini. Se, infatti, le autorizzazioni non diventano operazioni, restano solo “dichiarazioni di intenzioni”*. È, quindi, presto per ritenere che l’industria italiana sia tornata ad occupare sul mercato internazionale una quota proporzionale al peso complessivo dell’economia italiana. Ma questo non può meravigliare nessuno se si tiene conto della mancanza di un’efficace e continua azione di supporto all’export e della presenza di una normativa così farraginosa da rappresentare un vincolo burocratico alle esportazioni.

La legge 185 è stata approvata nel 1990, ma pensata negli anni Ottanta. Il ritocco apportato nel 2003 non l’ha nemmeno scalfita, nonostante le apocalittiche previsioni degli oppositori. Da allora lo scenario di riferimento è radicalmente cambiato, per lo meno tre volte: è finita la Guerra Fredda, è iniziata la costruzione dell’Europa della difesa, è comparsa la nuova minaccia terroristica. Ma, per ora, la legge 185 resta un tabù. Per fortuna il processo di integrazione del mercato europeo continua ad andare avanti, seppur lentamente. Prima o poi, come è avvenuto in altri campi, ci costringerà ad adeguare e ammodernare il nostro quadro normativo.

*I dati che erano stati riportati al terzo punto della versione iniziale si basavano su una tabella errata del Rapporto pubblicato. Questo non altera comunque il commento.