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America Latina

L’oro verde che piace a Bush

28 Mar 2007 - Matteo Calabresi - Matteo Calabresi

Il viaggio di Bush in America Latina è fortemente correlato al cambio di rotta che il Presidente aveva già manifestato qualche tempo fa in materia di politica energetica. L’improvvisa “fotosintesi clorofilliana” che ha visto il presidente americano assumere colorazioni tendenti al verde ha motivazioni non solo ambientaliste. Infatti già da qualche tempo influenti politici americani come l’ex vice presidente Al Gore e il governatore della California Arnold Swarzenegger, e più recentemente le grandi corporation americane, avevano dato un chiaro segnale al governo centrale di cambiare rotta.

La spinta del business
In America infatti un gruppo di aziende di importanza mondiale si è unito in una lobby sotto il nome di US Climate Action Partnership il cui scopo è di fare pressione sul governo affinché faccia passare una legislazione per una riduzione drastica delle emissioni. Il capitalismo americano si è reso conto della necessità che la più grande potenza economica e tecnologica, oltre alla più inquinante, prenda la leadership del mercato. La riduzione delle emissioni è un business verde che il mercato richiede e le aziende non vogliono aspettare che Bush prenda le misure necessarie.

Le dichiarazioni del presidente americano in merito della volontà di ridurre i consumi di carburanti del 20% nel giro di 10 anni, è sicuramente il primo effetto di questa attività di lobbying e consensus building. Dall’altro lato c’è la spina nel fianco rappresentata dal presidente venezuelano Hugo Chavez che, pur di destabilizzare i due governanti anglosassoni Bush e Blair, a più riprese definiti criminali di guerra, ha stretto accordi con il sindaco di Londra da una parte e con alcuni governatori di Stati americani come il Massachussets dall’altra, fornendo loro a prezzo scontato petrolio da destinare alle necessità delle fasce più povere della popolazione.

Aiutare gli americani poveri era chiaramente una critica implicita al sistema americano che notoriamente non eccelle nel welfare. Inoltre è risaputa la volontà americana di affrancarsi da una troppo stretta dipendenza del petrolio mediorientale e dello stesso Venezuela.

Sommando il tutto si ottiene un viaggio verso il primo produttore di etanolo mondiale, il Brasile.

Nel paese di Lula infatti oltre il 70% dei mezzi di trasporto viaggiano ad alcool, etanolo prodotto dalla lavorazione degli scarti della canna da zucchero. Assieme, i due Stati rappresentano il 72% della produzione mondiale di etanolo. Un accordo fra le prime della classe quindi sarebbe più che naturale se non fosse per le marcate differenze politiche dei due presidenti.

Negli Usa la produzione di etanolo deriva principalmente dalla coltivazione del mais che ha un tasso di efficienza energetica molto basso rispetto alla canna da zucchero. Quest’ultima infatti rende ben 5 volte di più in termini di energia. Insomma con lo stessa quantità di materiale, la canna da zucchero produce 5 volte l’energia che produce il mais. Inoltre non va sottovalutato il fatto che l’etanolo prodotto da canna da zucchero non incide sul prezzo dell’alimento corrispondente, come invece incide l’etanolo prodotto dal mais.

Per produrre il carburante dalla canna infatti si utilizzano principalmente gli scarti derivanti dalla raffinazione dello zucchero estratto. Inoltre il mercato dello zucchero di canna ha minore importanza rispetto a quello del mais, soprattutto in certi paesi del Centro e Sud America.

La guerra della tortilla
A questo proposito quella che è stata chiamata “la guerra della tortilla” potrebbe rappresentare un campanello d’allarme di uno scenario futuro. A febbraio scorso circa 70.000 persone sono scese in piazza a Città del Messico per protestare contro l’improvviso e brusco aumento del prezzo della tortilla, una spianata a base di farina di mais che rappresenta uno degli alimenti più popolari e a buon mercato del paese. L’impennata del prezzo, quadruplicato sul mercato nel giro di pochissimo tempo, pare fosse dovuta a un aumento del prezzo del mais negli Stati Uniti dovuto a sua volta, secondo alcuni analisti, al boom del biocarburante.

L’accordo tra Bush e Lula del marzo scorso prevede l’abbattimento dei dazi doganali che gli Stati Uniti impongono all’importazione di biocarburante brasiliano. Il Brasile, in quanto leader mondiale anche per quanto riguarda il know-how della produzione di biocarburante, si farà carico anche del trasferimento tecnologico a livello continentale, ampliando così un mercato di cui gli Stati Uniti ha decisamente bisogno.

Il presidente Chavez, che ha criticato molto il viaggio di Bush in America Latina, ha portato alla ribalta le obiezioni che molti scienziati pongono sull’etanolo quale carburante del futuro. Secondo il presidente venezuelano “gli Stati Uniti, per sostenere il loro stile di vita, dovrebbero ricoprire con piantagioni di mais una superficie pari a sei volte quella terrestre”.

In effetti la prospettiva di una monocultura estensiva destinata a usi energetici non può che sottrarre terra coltivabile per scopi alimentari provocando allo stesso tempo, secondo le logiche di mercato, un’impennata dei prezzi degli alimenti. Inoltre, una crescente domanda di terre coltivabili potrebbe spingere a una ulteriore deforestazione del pianeta. Con uno scenario del genere è facile capire perché in Brasile, e non solo, il presidente Lula sia stato fortemente criticato da vari movimenti di lavoratori, di ambientalisti e di socialisti, lo zoccolo duro di quanti lo hanno portato al potere.

Obiettivi geopolitica
Un altro aspetto che ha spinto gli Stati Uniti nell’avventura verde (oro) sudamericana è la strategia geopolitica per ridurre l’influenza di Paesi “non allineati” come il Venezuela di Chavez e la Bolivia di Evo Morales. Il progetto di integrazione regionale e la costruzione di un gasdotto che porti il gas venezuelano dai Caraibi fino a Buenos Aires non va giù agli Stati Uniti, soprattutto se la mano sul rubinetto la dovesse tenere un personaggio come Chavez. Il continente sudamericano si trova al momento, almeno a livello geopolitico, spaccato in due. A un asse Brasile, Cile, Uruguay e Colombia che appoggiano la politica statunitense nell’area, se ne contrappone uno formato da Venezuela, Argentina e Bolivia che fanno dell’antiamericanismo e della nazionalizzazione delle risorse energetiche caratteri fondamentali della loro politica interna ed estera. La spaccatura è stata evidente durante la stessa visita di Bush in Brasile; nello stesso momento infatti, il presidente venezuelano Chavez era in visita in Argentina da dove lanciava feroci critiche agli Stati Uniti e al nuovo accordo sulla politica energetica brasiliana.

Per bilanciare la sua apertura agli Usa con la sua vecchia amicizia politica con Chavez, Lula cerca di far entrare il Venezuela, accompagnato dalla Bolivia, nel Mercosur, il mercato comune creato dall’accordo fra Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay.Il presidente Lula, ex sindacalista proveniente dallo zoccolo duro del Partito dei Lavoratori, non può non avere una naturale simpatia per la politica socialista di Chavez, ma nonostante questo, in una politica del doppio binario, cerca di salvaguardare gli interessi di crescita e le ambizioni del Brasile, che già da qualche anno sembra abbia tutte le intenzioni di sfruttare quelle immense risorse naturali di cui dispone.

I verde-oro sono sicuramente già la potenza regionale del continente sudamericano, e gli accordi commerciali ed energetici con gli Usa non possono che evidenziare questo fatto. Una equilibrata politica “su due livelli” con i partner regionali, se gestita con intelligenza, potrebbe mantenere la situazione geopolitica attuale e rafforzare ulteriormente la leadership brasiliana.