IAI
Un ricordo di Beniamino Andreatta

L’economista con la passione per la politica mondiale

28 Mar 2007 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

La scomparsa di Beniamino Andreatta ci porta a riflettere nuovamente, come abbiamo spesso fatto in questi sette lunghi anni del suo coma profondo, sul ruolo che grandi figure hanno avuto nel fare crescere la credibilità internazionale del nostro Paese. Soprattutto allo Iai, che ha avuto in Nino Andreatta un forte e convinto socio e un attivo membro del Comitato Direttivo, il tema della credibilità dell’Italia è stato ed è molto sentito. Ne è testimonianza l’attenzione con cui nell’Istituto si seguono le azioni del nostro Paese attraverso la pubblicazione dell’annuario “L’Italia e la politica internazionale” e i numerosi seminari e studi sull’argomento.

Di ciò Andreatta era perfettamente cosciente e la sua partecipazione alla vita e alle iniziative dello Iai era dettata dalla sua ansia di vedere l’Italia protagonista anche in politica estera. È questo uno degli aspetti della vita politica e culturale di Beniamino Andreatta meno noto di altri: la sua grande passione per le questioni internazionali e per il ruolo dell’Italia nel mondo.

Cultore di politica estera
Il grande economista, il severo ministro del Tesoro all’inizio degli anni ’80 e l’inventore della candidatura di Romano Prodi alla carica di premier nel 1996 era anche un grande cultore di politica estera. Questa poco nota propensione ebbe modo di concretizzarsi una prima volta nel 1993-94 come ministro degli Esteri nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi e successivamente al dicastero della Difesa con il primo governo Prodi.

Come era suo costume nell’affrontare i compiti che gli venivano affidati, Nino Andreatta cercava di dare una struttura sistematica alle proprie azioni: da buon economista guardava innanzitutto al quadro d’assieme e da qui faceva discendere le soluzioni da adottare. La sua opera di ministro degli Esteri partiva quindi dall’analisi dei grandi rivolgimenti seguiti al crollo del muro di Berlino nel 1989 e dal mutamento del quadro internazionale di riferimento. L’Italia non poteva più limitarsi a trovare riparo sotto il tetto protettivo della Nato e dell’Unione Europea, delegando di fatto ad altri le scelte da fare, ma doveva svolgere un ruolo più propositivo nel processo di trasformazione in atto.

“La fine della guerra fredda – diceva Andreatta in un saggio de “Il Mulino” del 1993 – non ha determinato certo una revisione delle scelte fondamentali di appartenenza dell’Italia alla Comunità europea e all’Alleanza Atlantica. Ha bensì comportato la fine di ogni automatismo e di ogni rendita di posizione. Nelle nuove condizioni internazionali non basta più appartenere: occorre operare, dimostrare, qualificarsi con la propria presenza e il proprio peso”.

Nella linea di questo pensiero, uno dei primi capitoli che volle affrontare riguardava la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che si voleva allargare a Germania e Giappone (il cosiddetto “quick fix”), senza comprendervi l’Italia. Questione di grande attualità ancora oggi e che Andreatta affrontò con una proposta alternativa, che nella sua fantasia creativa denominò “torta nuziale”: un sistema a più livelli e a centri concentrici, di membri permanenti, semipermanenti e a rotazione. È una proposta ancora in discussione e un ricordo all’interno della massima istituzione internazionale della sua volontà di affrontare in modo innovativo le grandi questioni.

Il ruolo dei paesi più piccoli
Ma da buon economista non trascurava neppure i dettagli, tanto da avere inaugurato con l’Austria e con il suo collega Alois Mock un sistema di incontri bilaterali al vertice, sul modello di quelli in uso con i maggiori partner, Germania e Francia, per discutere regolarmente le politiche europee e quelle bilaterali. Con ciò Andreatta valorizzava anche i piccoli paesi dell’UE, sfuggiva alla dipendenza dei grandi e accresceva il ruolo dell’Italia.

Quello fu infatti un periodo di eccellenti rapporti con Vienna, che non venne tuttavia compreso dal suo successore agli Esteri Antonio Martino, la cui attenzione ritornò a concentrarsi sugli Stati Uniti e sui grandi dell’UE. La stessa opera di rinnovamento fu poi proseguita da Andreatta nella successiva esperienza alla Difesa, dove si battè per sostenere i primi passi dell’Unione europea nel campo della sicurezza e avviò la riforma delle nostre forze armate verso un esercito professionale, sull’esempio di quanto si stava facendo in altri paesi europei.

Per di più, con lui prese il via una delle prime missioni militari europee, non ancora formalmente sotto cappello dell’UE, nei confronti dell’Albania, a quel tempo in una situazione di totale anarchia e fonte di un’incontenibile immigrazione clandestina. L’Operazione Alba dimostrò anche un notevole protagonismo dell’Italia, che ne assunse il comando malgrado la ritrosia e lo scetticismo di alcuni partner. Ma questa voglia di confronto internazionale e di partecipazione attiva fu un suo credo in ogni campo. Come abbiamo visto il suo motto era: “occorre operare, dimostrare, qualificarsi con la propria presenza e il proprio peso”. Parole da non dimenticare ora che ci ha definitivamente lasciato.