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Israele e questione ebraica

La fragile realtà di una potenza regionale

8 Mar 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Il Professore Ariel Toaff ha pubblicato un libro nel quale si dà credito all’idea che in alcuni ambienti ebraici, tra il XII ed il XV secolo, si siano verificati omicidi di bambini cristiani allo scopo di utilizzarne il sangue in riti pasquali. La polemica è subito esplosa, si è parlato di falso storico, ma anche di diritto accademico alla libertà di opinione, questioni delicate che è preferibile siano trattate da chi conosce la materia. Certo il titolo del libro, Pasque di sangue, e il suo ritiro fulmineo dalla circolazione da parte dell’autore, condito da molte scuse, dà adito al sospetto di una ricerca di pubblicità quale elemento non secondario nella sua redazione. Pubblicità in questo caso accresciuta dal fatto che l’autore è il figlio del Rabbino Emerito che per moltissimi anni è stato lo stimato Rabbino capo di Roma.

Ariel Toaff è però anche docente alla Bar-Ilan University in Israele, paese dove la questione è stata trattata soprattutto dal punto di vista della opportunità che gli ebrei nel mondo tengano molto conto, nelle loro azioni, della necessità di non indebolire lo Stato israeliano. Uno Stato, cioè, che anche a seguito della spaventosa vicenda dello sterminio perpetrato dai nazisti, ha la caratteristica di essere allo stesso tempo nazionale e geograficamente definito, ma con una componente “estera” non meno importante. Ragioni numeriche, politiche e morali sono alla base di questo dato, che è centrale nel valutare i problemi di politica estera relativi ad Israele. Sul quale è quindi opportuno fornire alcuni elementi di informazione.

La diaspora nel mondo
Innanzitutto alcuni dati numerici. In Israele vivono 5.314.000 persone e negli Stati Uniti si dichiarano ebrei 5.650.000. La città che ha il maggior numero di ebrei al mondo non è Gerusalemme o Tel Aviv, ma New York. In Europa ve ne sono 1.440.000, in America Latina 398.000, nell’ex-Unione Sovietica 378.000, in Asia ed Oceania 146.000 e in Africa 79.000. Sono dati forniti dalla Jewish Agency for Israel. Queste semplici cifre sono sufficienti a capire perché le questioni che riguardano Israele hanno un impatto immediato nella società politica e civile degli Stati Uniti e dell’Europa. E viceversa.

Tutti sanno il ruolo centrale che i cittadini di origine ebraica svolgono nel mondo finanziario, culturale e delle comunicazioni in Nord America, ruolo che essi, grazie alle loro doti di lavoro e di organizzazione, si sono guadagnati, lentamente e non così facilmente come adesso si crede. Quanto all’Europa, il numero è più basso proprio in conseguenza delle stragi naziste, ma appunto per questo compensato, per così dire, da un senso di colpa che è presente, in modo più o meno forte a seconda delle relative responsabilità storiche, in quasi tutte le nazioni europee.

In Europa la colonia ebraica più numerosa si trova in Francia, circa 750.000 persone. Oltre a essere la più numerosa, essa mantiene rapporti stretti con Israele per la vicinanza geografica e i legami familiari con parenti ivi residenti. Cosicché essi si sentono spesso meno francesi di quanto gli ebrei in Gran Bretagna si sentano inglesi. Paradossalmente, però, gli ebrei francesi si situano piuttosto a destra negli schieramenti politici in Francia e non hanno gradito l’esplicito invito di Sharon ad emigrare in Israele, quale rimedio al persistere in Francia di sentimenti antisemiti.

In Germania si è ricostituita una presenza ebraica di 115.000 persone, in buona parte giunte dalla Russia dopo il crollo della cortina di ferro, grazie a una speciale legge che garantiva loro l’automatica assegnazione della cittadinanza tedesca. Questa origine, nella quale le valutazioni economiche sono state dominanti, spiega lo scarso interesse che essi danno alle questioni riguardanti lo Stato di Israele.

La Russia costituisce un caso a parte. Dopo il 1990, più di un milione di russi si sono trasferiti in Israele, dove la loro presenza ha modificato profondamente il panorama politico e sociale del paese. Ma nello stesso tempo vi sono ancora alcune centinaia di migliaia di ebrei in Russia e si è anche assistito ad un fenomeno di ritorno da Israele, circa centomila persone. Questo fenomeno è legato al forte sviluppo economico di alcuni settori della economia russa, nella quale gli ex-emigranti spesso trovano in Russia, posizioni economiche migliori di quelle che essi avevano ottenuto in Israele. Interessante è osservare che, mentre il livello di attaccamento allo Stato ebraico tende a diminuire, si assiste al contrario a un esteso revival di cultura ebraica, sia in America che in Europa. E questo ultimo fenomeno è vistoso soprattutto in Russia.

Gli ebrei negli Stati Uniti
Sin dalla sua fondazione lo Stato di Israele ha costituito un problema centrale per gli ebrei nel mondo. Se la sua creazione aveva lo scopo di risolvere il problema di una nazionalità che non avrebbe potuto essere sicura o esprimere completamene se stessa in nessun altro posto, era ancora possibile per un ebreo, che si ritenesse assolutamente tale, permanere e prosperare “all’estero”, in ebraico nella yeridadh? In mancanza della immigrazione in Israele, in ebraico aliyah, si è in linea di massima ritenuto che la soluzione a questa questione fosse quella della non assimilazione totale nel paese ospite e nella identificazione più completa possibile, anche se da lontano, con il nuovo Stato.

Quest’ultimo aspetto è stato particolarmente presente nella comunità ebraica degli Stati Uniti, la più numerosa e intenzionata in grandissima maggioranza a rimanere nel paese dove i suoi membri hanno fatto fortuna. Le importantissime istituzione ebraiche in Nord America, infatti, nacquero e sono divenute politicamente influenti con l’obiettivo soprattutto di difendere lo Stato ebraico e combattere in generale l’antisemitismo nel mondo.

Ancora adesso questa è l’azione che esse svolgono meglio. Specie in casi di conflitto, come in quello dell’Intifada in Palestina, o quello recentissimo con gli Hezbollah in Libano. Anzi la loro capacità di pressione politica è perfino aumentata, grazie all’inaspettato appoggio che hanno avuto dagli evangelisti cristiani, entrati vigorosamente in politica nell’ultimo decennio. Seguire le regioni teologiche invocate dagli evangelisti per giustificare questa novità storica è un esercizio non facile. I risultati politici per Israele sono comunque stati ottimi nel corso dei due mandati del presidente Bush e anche i democratici, divenuti adesso maggioritari al Congresso, si sono guardati bene dall’indicare un diverso orientamento in politica estera, per quanto riguarda l’appoggio ad Israele. Ma nell’ambito della comunità ebraica stessa questo modello mostra segni di debolezza.

Gli ebrei americani delle generazioni più recenti non hanno visto Israele, in pericolo mortale nel 1967, dover sbaragliare tre eserciti arabi contemporaneamente e hanno delle difficoltà a guardare adesso alle sue azioni politiche e militari come eroiche, moralmente superiori e bisognose del loro incondizionato appoggio.

Su di essi si riflette il dilemma fondamentale che esiste nei paesi occidentali nel giudicare le politiche dello Stato ebraico. Da un lato quelli che ritengono che la combinazione delle ambizioni nucleari iraniane, i missili degli Hezbollah, il potere di Hamas e del terrorismo internazionale metta più che mai in pericolo la sopravvivenza di Israele. E dall’altro lato coloro che, al contrario pensano che Israele è l’unica superpotenza militare e nucleare della regione, facilmente in grado di contrastare da sola qualsiasi Iran, dominante come mai prima una popolazione palestinese chiusa in recinti, che dopo l’attentato di New York ha sfruttato l’ansia anti-terroristica americana e che con la ininterrotta politica di allargamento delle sue colonie nella West Bank, renda di fondo impossibile un accordo sulla questione palestinese.

In tale quadro non meraviglia che un sondaggio effettuato due anni fa dalla Hebrew Union College di New York rilevava che solo il 17% degli ebrei americani si considera “sionista” e che quelli che ritenevano rilevante per la loro identità ebraica appoggiare Israele sono scesi al 57% dal 73% del 1989. Le organizzazioni ebraiche tradizionali si sono ora impegnate a contrastare questo fenomeno, con qualche successo. Ma certo sembra in corso di formazione un’altra comunità ebraica, con idee meno monolitiche sui suoi doveri e sulle sue caratteristiche, le quali hanno poco da spartire tra l’altro con quelle solidamente puritane dei loro attuali alleati evangelisti.