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Medio Oriente

Il peso della Siria negli equilibri regionali

28 Mar 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Alcuni anni fa era comune in Medio Oriente l’affermazione che gli arabi non potevano fare la guerra senza l’Egitto e non potevano fare la pace senza la Siria. Attualmente il conflitto più violento è in Iraq e la nazione inevitabilmente centrale in quella area è l’Iran, paese di gran lunga più grande demograficamente e geograficamente della Siria, inoltre importante produttore di petrolio. Ma i problemi della regione sono interconnessi e la Siria, una nazione importante nel contesto della crisi irachena, è assolutamente centrale nel conflitto tra Israele e il mondo arabo. Per noi italiani, inoltre, le sorti del nostro contingente militare in Libano dipendono molto da decisioni prese a Damasco.

Un vertice di potere misterioso
Il presidente Bashar al Assad è certamente al centro del governo siriano, ma fino a che punto è il responsabile delle principali azioni siriane degli ultimi anni? È veramente lui che ha ordinato l’uccisione di Hariri in Libano o è stata questa una decisione indipendente, presa da altri membri del governo? La liberalizzazione politica è ferma per sua volontà o è una pausa da lui accettata per mantenere l’equilibrio tra le varie anime del regime? Di tutto ciò poco a Damasco si sa ed ancor meno se ne parla. Nel corso del trentennale potere di Hafez al Assad, il padre dell’attuale presidente, la classe politica siriana ha imparato a tacere e la popolazione a ubbidire. Ma una efficace dittatura non è sufficiente a spiegare la stabilità di questo regime.

Un elemento da considerare è il nazionalismo. Una forza più potente in Siria che altrove, perché risale lontano nella storia dell’Islam. I siriani vogliono essere gli eredi del primo grande impero islamico, quello degli omayyadi di Damasco, nel corso del quale gli arabi estesero il loro potere raggiungendo la Francia da un lato e l’India dall’altro. Venendo a tempi più recenti, il movimento di rinascita araba iniziata da Nasser negli anni Cinquanta, nel quadro di regimi social-nazionali come quello di Damasco, è stato sconfitto militarmente da Israele e abbandonato dagli egiziani, paghi di aver recuperato il loro territorio nazionale.

Ma per i siriani la questione non è chiusa. Col tempo, come nei secoli scorsi con i crociati, un moderno Saladino convincerà, nuovamente da Damasco, le forze migliori del mondo arabo a seguirli per porre fine all’anomalia di un potere estraneo che venendo dall’occidente si è installato con la forza in terre che erano ormai loro da quasi 1400 anni.

Si tratta di miti, certo. Ma presenti nella psiche dei siriani e che hanno dato al regime laico di Damasco una legittimità simile a quella di cui usufruisce il governo saudita, su basi più strettamente religiose. Anche perché il mito è stato incarnato e utilizzato dal più intelligente, abile e tenace capo di Stato del mondo arabo, il defunto presidente Hafez al Assad.

Stabilità del regime
Hafez al Assad ha usato in alcune occasioni la forza in politica interna. Nel 1982 Assad affrontò con l’esercito la ribellione degli estremisti islamici che avevano occupato al nord la città di Hama. Interi quartieri della città furono distrutti, i morti furono forse 10.000 con la perdita anche di 5.000 soldati; una manifestazione di ferocia che faceva però da pendant ad altrettanta ferocia da parte dei ribelli.

A parte questo caso, però, il regime esercita il suo controllo essenzialmente mediante una estesissima rete di spionaggio e di polizia, evitando tuttavia quei metodi brutalmente criminali che caratterizzavano il regime ideologicamente gemello dell’Iraq. Timore, sicuramente, ma non terrore è quello che esisteva ed esiste in Siria. Inoltre chi non si occupa di politica, ma di agricoltura, commercio ed industria ha potuto occuparsi liberamente dei suoi affari. Infine gli Assad, in applicazione della ideologia “socialista” del regime, hanno cercato, con qualche successo, di alleviare gli aspetti più estremi di povertà assoluta, così presenti in tanti altri paesi della regione.

Attualmente la situazione economica è discreta. Sono cessati gli aiuti economici che l’Arabia Saudita aveva più volte dato alla Siria, campione della resistenza a Israele, ed è venuto a mancare il reddito derivante dalla ricostruzione del Libano. Esso dava lavoro a un milione di emigranti siriani impegnati nelle imprese edili di quel paese, a parte poi i guadagni derivanti da ruberie personali o altre forme di corruzione di cui beneficiavano gli alti esponenti del regime che avevano a che fare con il controllo del Libano.

Ma la Siria è autosufficiente per il petrolio, i processi di liberalizzazione economica, a differenza di quelli politici, proseguono a piccole tappe, l’agricoltura è fiorente e un boom edilizio in piena espansione evita problemi gravi di disoccupazione. Contrariamente all’Iran, dunque, le sanzioni economiche e altre restrizione imposte al paese dagli Stati Uniti non hanno effetti politici rilevanti.

Gli equilibri politici fondamentali
La Siria ha una popolazione di circa 19 milioni di abitanti e il regime al potere unisce, nella comune ideologia baathista, l’80% della popolazione sunnita con le altre minoranze mussulmane. Tra di esse la più numerosa è quella alauita degli Assad, che domina l’esercito e si richiama a un filone religioso sciita, ma forse meglio definibile come autonomo. Il predominio alauita è rassicurante per le altre minoranze religiose, 15% della popolazione (di cui ben 9% di cristiani) a loro vicine psicologicamente e in più occasioni anche politicamente. Esso è però anche accettato dalla maggioranza sannita, sia perché associata al potere nei suoi vertici, sia perché i ricchi sunniti, ben allarmati dalle vicende dei loro fratelli libanesi, e adesso anche da quelli iracheni, non hanno alcun desiderio di cambiamenti sconvolgenti e sicuramente sanguinosi.

Il collasso dello Stato iracheno ha, però, riversato in Siria forse un milione di profughi iracheni. Molti di questi fuggiaschi hanno potuto vivere con i propri mezzi, tuttavia col tempo la loro situazione diventa uguale a quella degli altri giunti senza mezzi di sostentamento. Problemi dunque di accoglimento e di una nascente criminalità comune sconosciuta nel paese, affiancati a preoccupazioni politiche di fondo. Se questi iracheni dovessero rimanere stabilmente nel paese, la presenza così numerosa di un aggiuntivo elemento sunnita, portatore di un desiderio di rivincita anti-sciita ed estremista in politica estera, scuoterebbe gli equilibri del paese.

Coinvolgere la Siria
Gli Stati Uniti, eliminato Saddam Hussein, volevano sottrarre il Libano alla tutela siriana e “democratizzare” anche la Siria. Per evitare questi sviluppi Hariri viene allora ucciso a Beirut nel febbraio 2005, ma la vicenda si conclude rovinosamente per Damasco con il ritiro delle sue truppe da quel paese. Anzi, i siriani, oltre a compiere questo sacrificio per loro gravissimo, fanno capire agli occidentali di essere disposti a cambiare campo. Con scarsi risultati a Washington, dove il clima era decisamente bellicoso. Tuttavia la situazione in Iraq peggiora inarrestabilmente, il tentativo israeliano di risolvere con la forza il problema degli Hezbollah riporta il Libano a una situazione di mortale debolezza e le elezioni parlamentari Usa del novembre 2006 segnalano le insoddisfazioni dell’elettorato americano.

In effetti la Commissione Baker-Hamilton aveva realisticamente teorizzato una soluzione negoziale della crisi irachena, con la partecipazione della Siria, ma il presidente Bush ha preso tempo e si è adesso impegnato in un estremo tentativo di risolvere con le armi la crisi irachena. La Siria era dunque presente la settimana scorsa alla Conferenza di Bagdad, accanto all’Iran, ma il momento di negoziati fondamentali con gli Stati Uniti non sembra ancora giunto.

Damasco perciò aspetta. I siriani, spesso isolati nel mondo arabo e maestri in questa arte, attendono che la situazione in Iraq, in Libano e magari in Israele degeneri sino al punto di divenire insostenibile. Naturalmente si adoperano anche perché ciò avvenga, apertamente con alleanze singolari per un regime come il loro, come quella con l’Iran, e nascostamente con altre azioni. Comunque i termini di un possibile accordo con loro sono noti. Innanzitutto cessazione delle attività che minacciano il regime, come il processo internazionale per l’individuazione degli assassini di Hariri. Richiesta non difficile da accettare, visto che la diffusione della democrazia in Medio Oriente non è più all’ordine del giorno. È poi la restituzione del Golan che ridarebbe al Governo legittimità e prestigio, quei titoli appunto persi con la ritirata dal Libano. In cambio, collaborazione ampia per la stabilizzazione dell’Iraq, cessazione degli aiuti agli estremisti palestinesi e controllo sulle attività degli Hezbollah.

La Siria è un paese arabo storicamente aperto all’occidente, dove d’altronde i favorevoli ai negoziati con Damasco sono numerosissimi. In Europa, infatti, si tiene conto che il regime degli Assad è laico, mantiene la pace interna tra le diverse componenti religiose anche cristiane e ha più volte mostrato di saper mantenere con efficacia le sue promesse, in caso di accordi.

Israele, da parte sua, ha più volte stabilito patti con la Siria, anche se solo taciti. Le grandi linee di un accordo sul Golan sono stabilite da tempo, facilitate dal fatto che lì non esiste un serio problema di coloni israeliani. Ma Israele è immersa in scandali di vario genere e aspetta i risultati della Commissione di inchiesta sulla guerra in Libano, che non lascerà certo indenne i vertici delle forze armate. Olmert, poi, con il suo 2% di popolarità nei sondaggi è in grado solo di sopravvivere. Per nuovi e grandi patti nella regione bisognerà dunque aspettare.