IAI
Difese antimissile

Il fantasma di Reagan spaventa la Russia

19 Mar 2007 - Federica Caciagli - Federica Caciagli

Il dibattito suscitato dall’annuncio del Pentagono di voler installare in Europa Orientale componenti di un sistema integrato di difese antimissile richiama alla memoria l’ultimo decennio della Guerra Fredda. Alcuni dei passaggi più critici nella storia delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica sono rimasti impressi non solo per il senso di minaccia che ancora oggi suscitano, ma anche per le espressioni o gli acronimi particolarmente evocativi, che da allora sono entrati a far parte del dibattito e della pubblicistica internazionali.

È questo il caso dello Scudo Spaziale, progetto annunciato dal Presidente Ronald Reagan nel marzo del 1983, nel pieno di un primo mandato presidenziale fortemente connotato dalla convinzione che l’“Impero del male”, come egli ribattezzò l’Urss, si stesse ormai avviando verso un’inesorabile implosione. In questo quadro, Reagan presentò la Strategic Defense Initiative (SDI), un progetto che, nelle sue intenzioni, avrebbe scongiurato la minaccia di un attacco nucleare. Grazie ad un costosissimo sistema integrato di radar, laser e missili-antimissile, la SDI sarebbe riuscita a rendere l’intero territorio statunitense immune dal pericolo nucleare.

Uno strumento politico
Nel 1983 la SDI era solo un progetto “allo studio”, che pesava però sulle relazioni bipolari molto più di quanto il nomignolo di Guerre Stellari, attribuitogli dalla stampa, lasciasse pensare. Lo spettro di una nuova incognita contribuì ad accelerare alcuni passaggi fondamentali degli ultimi anni della Guerra Fredda. Il principale fu la firma nell’ottobre del 1986 del Trattato INF che decideva l’eliminazione dei missili nucleari a breve e medio raggio e apriva la strada agli START, i colloqui per ridurre gli arsenali strategici a lungo raggio conclusi nel 1991.

La carta vincente dello Scudo Spaziale non andava ricercata solo nelle potenzialità di un sistema capace di paralizzare il potenziale di un attacco a sorpresa dell’avversario vanificando di conseguenza la MAD (Mutual Assured Destruction) su cui si era retto per quaranta anni l’equilibrio del terrore. Ma anche, e soprattutto, nell’intuizione politica di Reagan e nella scelta dei tempi per il lancio del progetto che si incardinava nelle pieghe della crisi dell’impero sovietico, il cui il sistema economico non avrebbe potuto reggere lo sforzo di stare al passo con la superiorità tecnologica degli americani. La strada del confronto doveva lasciare spazio al dialogo che trovava però l’Unione Sovietica in una posizione di molto indebolita.

La SDI poteva dunque essere usata dagli americani – e lo fu – come carta politica da gettare sul tavolo per ottenere concessioni dai sovietici sui diversi tavoli negoziali aperti. Il legame tra arsenali offensivi esistenti e arsenali difensivi potenziali era stato costruito nella maniera più credibile ed efficace, anche se la SDI avesse dovuto rivelarsi solo un grande bluff strategico di Reagan e dei suoi consiglieri.

Molto rumore per nulla
Il sistema integrato di difese antimissile di George W. Bush è un progetto ben più modesto rispetto alla SDI reaganiana. Tuttavia, i dieci missili intercettori proposti alla Polonia e la base radar che potrebbe essere installata nella Repubblica Ceca sono stati sufficienti a provocare una reazione immediata e molto polemica da parte di Mosca. Se i negoziati a cui le due ex Repubbliche popolari hanno risposto positivamente andassero a buon fine, la Russia si troverebbe alle porte di casa due ex Stati satelliti, ormai membri della Nato, dotati di un deterrente a cui Putin sembra attribuire un valore strategico maggiore di quello che effettivamente detiene.

La nuova iniziativa di difesa non allarmerebbe tanto la Russia se Mosca non temesse che la minaccia a cui il sistema intende fare fronte è quella proveniente dagli Stati canaglia che dall’11 settembre tanto preoccupano, a giusta ragione, l’amministrazione americana. Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato ABM nel 2002 era stato d’altra parte un passo che poteva lasciar prevedere l’intenzione dell’Amministrazione Bush di perfezionare i sistemi antimissile.

Perché dunque Mosca ha reagito in maniera tanto infastidita a questa scelta americana, al punto da indurre recentemente Putin a evocare lo spettro di un “ritorno a un mondo unipolare”? Mentre i vertici militari russi sostengono che le forze nucleari del loro paese sarebbero perfettamente in grado di rispondere a un mini-scudo installato ai suoi confini, il Ministro della Difesa, Sergei Ivanov, ha dichiarato che la Russia deve prepararsi a rinnovare i suoi strumenti militari, considerare l’adozione di una nuova dottrina militare e ripensare al senso di un accordo, l’INF, ormai “reliquia della Guerra Fredda”. Non più, si potrebbe aggiungere, di quanto lo siano i Trattati ABM o START, se nella categoria delle reliquie si classificano tutti gli accordi concepiti per gestire un ordine bipolare ormai sorpassato dalla storia.

Il Generale Obering, capo della Missile Defense Agency di Washington sul progetto, ha recentemente sottolineato che se le installazioni missilistiche fossero realmente destinate alla Russia, la Polonia e la Repubblica Ceca non offrirebbero certamente la collocazione strategica più adatta allo scopo. I tempi per riconoscere missili provenienti dal territorio russo, intercettarli e neutralizzarli nella fase di lancio prima che rilascino le testate multiple, non sarebbero infatti sufficienti.

I motivi non detti
Vi è tuttavia una considerazione in più, passata forse in secondo piano nel dibattito che ha coinvolto i leader politici europei della Nato e quelli russi, che vale la pena di essere ricordata come argomento per motivare l’inasprimento delle più recenti posizioni di Mosca: un paese del Caucaso meridionale potrebbe ospitare uno dei radar del sistema integrato di difesa. Se quel paese fosse la Georgia — le cui relazioni con Mosca hanno recentemente fatto registrare momenti di grande tensione e continuano a oscillare per la questione sospesa dei conflitti congelati in Ossezia del Sud e Abkhazia per la prospettiva che la Georgia entri nella Nato — Putin avrebbe una ragione ulteriore per accusare gli Stati Uniti di minacciare la Russia.

Sicuramente la “Nato è il luogo migliore dove discutere” con i russi e gli americani, come invita a fare Angela Merkel, ma è necessario che la discussione tolga dal campo ogni margine di ambiguità. Se gli Stati Uniti hanno risposto allo “shock” russo ricordando i molti briefing nelle sessioni del Consiglio Nato-Russia in cui Mosca sarebbe stata aggiornata sugli sviluppi del progetto americano, un passo successivo dovrebbe essere uno scambio tecnologico altrettanto dettagliato sullo stato dell’arte delle difese per permettere la cooperazione tra i due paesi anche in questo settore.

Le molte voci critiche che in questi giorni vagliano il progetto da diverse prospettive sostengono che, nonostante cinquant’anni di costose sperimentazioni, le difese antimissile non sono ancora un deterrente né uno strumento militare soddisfacente. Lo scudo non sembrerebbe efficace contro razzi a breve raggio e missili Cruise, né sarebbe ancora in grado di distinguere tra missili “veri” e contromisure che potrebbero essere usate per ingannare il sistema.

La critica rimanda al dibattito delle Star Wars, in quegli anni molto più orientato a sostenere l’ipotesi che lo scudo non fosse altro che una bolla di sapone propagandistica. Critiche e ironie a parte, sulle frustrazioni dei russi pesa probabilmente ancora il ricordo dell’ombra che la SDI estese sull’equilibrio bipolare. Putin potrebbe non essere realmente preoccupato per il grado di efficacia del mini-scudo, né per l’identità del vero destinatario dell’iniziativa. Ma per convincersi che Washington non aspiri ad essere il centro di un nuovo mondo unipolare, il Cremlino vuole forse essere coinvolto, e non semplicemente consultato. Forse gli Stati Uniti e la Nato dovrebbero riflettere su questo auspicio e tentare di scoraggiare le polemiche su un falso problema che certo non giovano né alle relazioni con la Russia, né alla sicurezza internazionale.