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Cuba

Una formula cinese per il dopo-Castro?

12 Feb 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Negli anni Novanta pochi pensavano che il regime cubano sarebbe sopravvissuto. L’Unione Sovietica, il principale compratore dello zucchero cubano e il fornitore di petrolio, era sparita. Bisognava ricostruire un nuovo sistema economico nel quadro di un diverso rapporto di forze internazionali e in un isolamento politico quasi totale, tenuto conto della generale diffusione nel mondo delle idee neo-liberali in economia. Molti sacrifici sono stati richiesti alla popolazione cubana. Sono state introdotte riforme economiche, seguite poi da fasi di arresto dei processi di cambiamento, con dure repressioni politiche. Certo il livello di vita esistente nell’isola nel 1989 non è mai stato recuperato. Ma la situazione si è stabilizzata. La sparizione di Fidel Castro può rimettere in pericolo la sopravvivenza del sistema?

Il regime è saldamente al potere
Osserviamo innanzitutto che Raoul Castro, da oltre sette mesi al potere da solo, ha mostrato molta abilità nel gestire il passaggio alla nuova situazione. Alla popolazione cubana, improvvisamente orfana della continua presenza mediatica e psicologica del Leader Maximo, la malattia del Capo è stata presentata inizialmente come indubitabilmente temporanea, poi la sua guarigione è stata indicata come meno immediata e infine ora come problematica. Intanto i mesi sono passati e la gente ha constatato che l’evento non comporta cambiamenti significativi. Lezione che era necessaria alla grande maggioranza della popolazione cubana, piuttosto che alle forze dell’opposizione le quali hanno da anni una valutazione disincantata e realista del potere a Cuba e della determinazione dei suoi dirigenti a mantenerlo inalterato.

Il gruppo dirigente cubano sembra seguire compattamente il nuovo leader. Raoul Castro, 76 anni è in effetti non solo uno dei capi storici del movimento castrista, nonché formalmente vice-presidente, ma anche il capo delle Forze Armate, un corpo disciplinato e dotato di numerosi poteri economici. Il fratello di Castro, del resto, esercita da anni un vasto potere di Governo, lasciando negli ultimi tempi a Fidel, a parte l’importantissimo aspetto simbolico e propagandistico, una autorità sostanzialmente di veto. Veto che peraltro egli aveva esercitato con determinazione nel 2003, per frenare il processo di liberalizzazione, che pure aveva salvato il regime dall’inevitabile crollo per collasso economico.

Prospettive future
Tutto è adesso fermo, ma le condizioni di salute di Fidel Castro lasciano poco spazio all’idea di una sua completa guarigione. Gli scenari possibili dopo la sua definitiva scomparsa sono dunque sia il mantenimento con poche modifiche dello status quo, sia quello di un’evoluzione di tipo cinese: cambiamenti sostanziali in economia, con il mantenimento stretto del potere politico da parte del Partito Comunista Cubano. I dissidenti interni non sembra siano in grado di esercitare molta influenza sulla futura sequenza degli eventi. È interessante osservare come anche negli Stati Uniti, a parte infiammate dichiarazione di esuli cubani in Florida, non vi siano segni di un impegno serio per promuovere un cambiamento di regime a Cuba.

Dato sorprendente, dopo quasi quaranta anni di accuse e di conflitto tra i due paesi, contrasti concretizzatisi in continui scontri economici, oltre a quello fallimentare dell’iniziale tentativo di abbattere militarmente il regime con il famoso sbarco di oppositori nella Baia dei Porci. Ma Washington ha adesso altro a cui pensare in Medio Oriente e ha probabilmente per questo poco desiderio di aprire un nuovo fronte in America Latina, che porterebbe acqua al mulino anti-yankee del fiammeggiante Chavez. Esiste anche una lobby dell’agro-business americano che vorrebbe togliere l’embargo all’esportazione di prodotti agricoli a Cuba, che con le regole attuali raggiunge un valore di 500 milioni di dollari annuali, molto inferiore a quello potenziale. E poi un periodo di disordine o ancor più di caos in quell’isola rischierebbe di riversare centinaia di profughi sul fianco sud degli Stati Uniti, una ipotesi quanto mai sgradita in questo momento di forte tensione politica a Washington sulle questioni di immigrazioni e di sicurezza.

Il problema economico
L’economia sarà dunque il banco di prova della Cuba post-Fidel Castro. Quando gli eventi internazionali resero impossibile garantire ai cubani un decente livello di vita, le riforme economiche introdotte hanno salvato il regime, ma hanno anche però portato alla nascita di una società divisa in due: quella prospera legata alla economia pagata in dollari e quella miserrima degli altri. Fidel Castro fronteggiò il problema politico, creato da questo fenomeno, frenando il processo di cambiamento. Tuttavia in seno all’Ufficio Politico del Partito esiste un nucleo centrale di alti funzionari dello Stato, militari e militanti politici, che è decisamente favorevole alla continuazione di un’apertura economica controllata. Si ritiene che proprio Raoul Castro sia il loro capo e tra poco spetterà a lui solo arbitrare i conflitti tra le diverse anime del regime per potere avanzare con il modello cinese sopra indicato. Raoul, carismatico come il fratello non è mai stato. Ma competente e abile sì. Ed in questo momento beneficia anche delle condizioni internazionali per imboccare quella strada.

Il quadro in cui egli opererà è buono. Le statistiche sull’economia cubana sono incomplete e spesso poco affidabili, ma esse indicano comunque degli ottimi risultati in questi ultimi anni, con un aumento del prodotto nazionale nel 2005 che varia dall’11,8% delle cifre ufficiali all’8% stimato dalla Cia. I massicci aiuti dell’Unione Sovietica sono stati in parte sostituiti da quelli venezuelani, sia con forniture di petrolio a prezzo modico, sia con il pagamento di buoni salari a oltre 15.000 medici cubani che lavorano in Venezuela. Il prezzo internazionale dello zucchero e del nickel è attualmente alto, il turismo è nuovamente in una fase di boom, gli investimenti internazionali, in particolare canadesi e cinesi, sono aumentati. Vi sono importanti rimesse esterne, oltre a quelle dei medici presenti in vari paesi latino-americani. Si calcola che un numero imprecisato tra un terzo e due terzi degli 11 milioni di abitanti di Cuba riceva soldi dall’estero.

Ma rimangono le acute deficienze di fondo dell’economia. I cubani non sono cinesi. In fondo il regime di Fidel Castro è sopravvissuto soprattutto grazie alla persistente emigrazione verso gli Stati Uniti della parte più attiva della popolazione. Nell’isola rimanevano soprattutto coloro che, più o meno consapevolmente, accettavano una condizione di povertà in cambio dell’assenza della disciplina del lavoro e dell’impegnativa assunzione di responsabilità richieste dalle economie capitalistiche. Cambiare questa mentalità con ordini dall’alto non è compito facile.