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Somalia

Un paese allo stato liquido

26 Feb 2007 - Angelo Masetti - Angelo Masetti

Quando si ha a che fare con la questione somala si viene presi dalla sensazione un po’ eccitante ed un po’ frustrante che si prova quando ci si cimenta con un esercizio di intelligenza con molte variabili. Di sicuro, quanti si avvicinano alla Somalia senza pregiudizi non proveranno mai la sensazione di avere a che fare con un Paese “primitivo”.

Un laboratorio senza precedenti
La caduta dell’uomo forte, Mohamed Siad Barre, nel gennaio del 1991 è stata un evento che ha colto impreparato il governo italiano il quale, forse sopravvalutando la tenuta del regime e il diffuso malcontento di fronte all’insurrezione popolare che ha sconvolto Mogadiscio, ha ritenuto di azzerare in tutta fretta la propria presenza diplomatica. Da questa scelta è derivata una situazione di progressiva estraniazione della realtà somala rispetto alle dinamiche e alle logiche politiche del resto del mondo.

La “solitudine somala”, malgrado la parentesi dell’intervento militare Onu dal 1992 al 1994 e diversi tentativi infruttuosi di interazione politica internazionale, continua a sopravvivere a se stessa grazie ad alcune caratteristiche della cultura e della civiltà somale, che la rendono del tutto peculiare nel suo genere.

In un Paese dell’Africa Sub-Sahariana nel quale per 16 anni è stata del tutto inesistente qualsiasi manifestazione dell’autorità pubblica, sarebbe stato lecito aspettarsi la regressione economica, l’involuzione della civiltà, l’isolamento dal mondo. In realtà, accanto a uno scadimento drammatico delle condizioni di vita e di sicurezza della gente comune, il tessuto economico e imprenditoriale del Paese ha dato segni di incredibile vitalità; le massicce rimesse di danaro provenienti dagli esuli all’estero, fatte giungere in ogni angolo del territorio somalo attraverso canali “bancari” del tutto informali ed efficientissimi, hanno consentito di contenere i fenomeni di povertà estrema; il moltiplicarsi di minimali infrastrutture aeroportuali e portuali ha fatto della Somalia l’accesso al mare privilegiato dell’Etiopia e ha consentito a una nuova elite imprenditoriale di conquistare importanti posizioni nei Paesi dell’Africa Orientale e del Golfo Persico; il velocissimo sviluppo di efficienti reti di telefonia cellulare e l’incredibile feeling con il “web” e con le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno mantenuto la Somalia ed i somali costantemente on line con il resto del mondo. Tutto ciò spesso in un contesto di ambigua contiguità con i Signori della Guerra o con alcune propaggini dell’estremismo terrorista internazionale.

Rappresentanza e consenso
La miscela di tribalismo e individualismo che alimenta le radici della cultura somala ha sempre reso difficile lo svolgimento del tema della rappresentanza, almeno secondo i canoni in uso nel cosiddetto occidente.

Ciò è avvenuto anche nella Conferenza Internazionale svoltasi in Kenya, che ha dato vita alle attuali Istituzioni Federali Transitorie della Somalia. A Nairobi si è pensato di poter uscire da anni di caos e anarchia cercando di realizzare l’aspirazione a creare una democrazia parlamentare rappresentativa, senza però avere un vero elettorato a cui fare riferimento e gruppi organizzati che potessero competere democraticamente per ottenere il consenso.

A più di due anni e mezzo dalla costituzione delle Istituzioni Federali Transitorie si può dire che le aspettative non sono state soddisfatte. Si può anzi affermare che la società somala, sempre più provata e destrutturata, è più che mai tentata dal totale ripiegamento sulle proprie appartenenze tribali. La breve ed istruttiva parabola delle Corti Islamiche ci ha insegnato diverse cose. Innanzitutto che il popolo somalo è oggi disposto ad accogliere con sollievo chiunque prometta pace, ordine e una vita quotidiana non esposta a rischi micidiali. A patto però che non venga violato il carattere laico dello Stato; che vengano rispettate le tradizionali libertà individuali e che nessuna tribù prenda il sopravvento su altre monopolizzando il potere. Già prima della cacciata delle Corti da parte delle truppe etiopiche, gli anticorpi della società somala si erano messi in movimento e avrebbero portato al drastico ridimensionamento delle ambizioni dell’Unione delle Corti Islamiche, ormai egemonizzata da frange claniche settarie ed estremiste.

In questo panorama magmatico la comunità internazionale sta giustamente cercando di salvaguardare il quadro istituzionale faticosamente creato, ma è anche alla perenne ricerca di quel “quid” che continua a mancare perché il convoglio possa veramente partire. In questa fase si sta evocando con frequenza l’obiettivo della “riconciliazione politica”, intendendo quella tra i somali in generale e anche quella tra istituzioni federali e quanti non si sentono adeguatamente rappresentati.

Un elemento essenziale di questa riconciliazione sembra essere stato individuato nel dialogo con le gli esponenti moderati dell’Unione delle Corti Islamiche, da poco dissoltesi. Questo, nell’opinione dei somali, è un abbaglio inspiegabile in quanto in Somalia non è mai esistita e non esiste alcuna delega di rappresentanza politica a qualsivoglia formazione religiosa. L’esperienza di governo delle Corti appena assaporata è definitivamente uscita dall’orizzonte somalo, in quanto si è dimostrata non calzante alla realtà che tentava di plasmare.

Tentare di suggerire dall’esterno la concessione di un riconoscimento politico-istituzionale a soggetti o forze che sono estranei alla tradizione somala sarebbe una forzatura innaturale, di breve respiro e foriera di gravi turbamenti.

Etiopia strategica
L’Etiopia, in questo contesto, è il giocatore con un decisivo peso strategico. Essa è infatti in grado di creare e disfare i destini della Somalia. Stabilizzare la Somalia senza tenere conto di ciò che desidera e teme l’Etiopia è impossibile. Coinvolgere l’Etiopia in un meccanismo politico volto a ridisegnare un quadro di pacifica convivenza e di sviluppo regionale è possibile e auspicabile. Per compiere un tale scatto di reni occorre avere attori somali che abbiano una visione di lungo periodo e che abbiano ben chiari gli effetti benefici dell’operazione. Occorre, inoltre, una comunità internazionale che si renda concretamente garante degli accordi eventualmente stipulati.

Chi può avere i requisiti appena indicati e può svolgere adeguatamente il proprio ruolo è, nei fatti, del tutto assente dal meccanismo della riconciliazione politica: la cosiddetta società civile. In questo contenitore ci sono sia i soggetti più facilmente assimilabili alle esperienze europee, sia la grande miniera della diaspora intellettuale ed economica, che in questi anni ha accumulato un bagaglio di esperienze che potrebbero far compiere alla Somalia un grande balzo in avanti in termini di sviluppo sociale ed economico.

I somali esuli sono circa 1,5 milioni, vale a dire circa il 20% della popolazione somala: circa 350.000 in Nord America, 150.000 in Gran Bretagna, 40.000 in Svezia, 20.000 in Olanda, 10.000 in Australia, meno di 3000 in Italia. La diaspora somala in questi 16 anni non ha mai reciso i propri legami con la madre patria. Buona parte delle famiglie somale si sentono bi-locate nello spazio. L’economia somala si basa sulle rimesse dei parenti esuli all’estero e le tecnologie della comunicazione fanno sì che la Somalia, nella sua quotidianità, sia vissuta in diretta un po’ dappertutto nel mondo.

Italia fuori gioco?
I somali esuli all’estero non sono vecchi nostalgici che sognano rivincite impossibili o un Eden mai esistito. Sono invece i soggetti che, grazie al lungo esilio, costituiscono il migliore strumento di mediazione culturale e politica tra un Occidente che da per scontate troppe cose e le fortissime radici della civiltà somala, fatta di laicità, individualismo, tribalismo e animata da una grande apertura alla modernità e al confronto. Dalla “società civile” nascerà la nuova classe dirigente somala e ad essa la politica italiana dovrebbe dedicare sincera attenzione e sostegno concreto, se l’Italia ha ancora interesse a ricoprire un ruolo in Somalia.

Un dato reso noto dalla diaspora somala è illuminante: circa 500.000 somali in questi sedici anni hanno acquisito la cittadinanza del Paese nel quale sono stati accolti. I Paesi che più si distinguono sono gli Usa, il Canada, la Gran Bretagna, la Svezia, l’Olanda, l’Australia. In Italia le cittadinanze concesse sono poche decine e la maggior parte dei pochi somali ancora rimasti lottano per avere il riconoscimento dello status di rifugiato o per conservare il permesso di soggiorno.

Nella nuova Costituzione somala, grazie a una azione di lobbying attuata dal Forum Italia-Somalia, è ancora previsto che la lingua italiana sia una delle lingue ufficiali, tuttavia è facile comprendere che ciò rischia di diventare un retaggio di archeo-politica se non verranno attuate azioni mirate al recupero del terreno perso. Il recupero, a nostro avviso, dovrà passare attraverso il celere avvio di un programma di organizzazione della diaspora intellettuale e imprenditoriale somala nel mondo, finalizzato al rafforzamento delle Istituzioni, alla valorizzazione delle professionalità e alla gestione razionale della ricostruzione della nuova Somalia.

L’Italia dovrebbe farsi promotrice di questo programma utilizzando alcuni progetti di massima già da tempo nella disponibilità della Farnesina coinvolgendo massicciamente la diaspora somala che si trova in Italia, gli italiani di origine somala e i somali che hanno una formazione culturale e linguistica italiana. Si tratta di un percorso poco costoso in termini economici, ma con un alto rendimento politico potenziale.