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La crisi di Governo

Politica estera: l’irresistibile fascino della discontinuità

22 Feb 2007 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Al di là degli aspetti di politica interna, vi è qualcosa di paradossale nella caduta del governo Prodi seguita al voto negativo in Senato. A entrare in crisi è stato infatti il concetto di “continuità” in politica estera, che dall’una e dall’altra parte politica è stato letto in modo diverso. Per lunghi anni si è sostenuto che le questioni fondamentali di politica internazionale, quali Europa, Nato od Onu, valevano per l’intero arco costituzionale. Il principio affonda le sue radici nel compromesso storico e nel progressivo avvicinamento del vecchio Pci all’area di governo. Da Berlinguer in poi, il tema di una politica estera bipartisan è stato in effetti il leitmotiv di tutti i programmi politici nazionali. Passavano, anche rapidamente, i Governi, ma le scelte e gli orientamenti di politica estera non si discostavano dalle linee di fondo tracciate nella storia repubblicana.

Vi sono stati certamente momenti di tensione su specifici temi, come l’entrata nel Sistema monetario europeo (Sme) a fine anni ’70, o la decisione di schierare gli euromissili all’inizio degli anni ‘80, entrambi rifiutati dal Pci, anche se in modo blando rispetto alle durezze e all’opposizione dei decenni precedenti. Su questa continuità e solidità delle nostre scelte di politica estera si è fatta strada, anche nella percezione degli alleati europei e americani, la sensazione di un paese privo di sussulti, almeno in questo settore.

Oggi per la prima volta nell’era repubblicana un Governo cade proprio sul tema della continuità in politica estera. Massimo D’Alema nella sua replica al Senato ha molto insistito su questo “principio guida”, ma con una sottigliezza tipicamente dalemiana. Invece che limitarsi a chiamare a raccolta l’intero arco di forze “costituzionali”, sottolineando gli aspetti di continuità della sua politica estera con quella precedentemente seguita dai governi italiani, ha deciso di aggiungere il tema della “discontinuità” con il governo Berlusconi, con riguardo in particolare alla sua adesione alla politica neoconservatrice e unilateralista dell’amministrazione Bush.

In realtà una certa dose di “discontinuità” il governo guidato da Silvio Berlusconi l’aveva praticata essenzialmente nei confronti dell’Unione europea. E’ bene ricordare infatti lo sconcerto dei nostri partner europei di fronte ad atteggiamenti particolarmente assertivi dei nostri ministri e dello stesso premier su varie questioni, dal lungo braccio di ferro sull’agenzia alimentare a Parma all’iniziale rifiuto di aderire alla proposta di mandato di cattura europeo.

Meno chiara è stata la “discontinuità” nella contestatissima decisione di inviare le nostre truppe in Iraq sotto la copertura di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la 1511 del 16 ottobre 2003, che di fatto dava una garanzia di multilateralismo alla decisione del governo italiano di fare parte di una forza multinazionale. Ma certamente è stata bipartisan e chiaramente multilaterale la decisione di mandare le nostre truppe in Afghanistan, non solo sotto cappello Onu, ma anche nel contesto “istituzionale” rappresentato dalla Nato, cui l’Italia aderisce senza dubbio alcuno (tanto che lo stesso D’Alema, da primo ministro nel 1999, l’aveva utilizzata come copertura politico-istituzionale nell’operazione militare in Serbia).

E di questo, di Afghanistan, si stava discutendo in Senato. Ragioni di politica interna alla coalizione del centro sinistra hanno spinto il Governo a sottolineare una discontinuità che, sulle materie oggetto dell’odierna controversia, e cioé l’Afghanistan stesso e la base di Vicenza, erano invece molto più di forma che di sostanza.

Inevitabilmente questo non ha convinto i massimalisti “taliban-chic” e ha alienato i continuisti. Il paradosso è che non si è così apprezzata, come dicevamo, la vera e significativa discontinuità tra il governo Berlusconi e quello Prodi in politica estera, e cioè la politica europea: discontinuità che invece raccoglie ampi consensi bipartisan.

Era possibile fare diversamente? L’insistenza dei due schieramenti politici contrapposti sulla necessità che il governo avesse una maggioranza “autonoma” in politica estera rendeva probabilmente questo grottesco gioco delle parti una scelta obbligata, che tuttavia ha finito per riflettersi negativamente sull’immagine politica del paese. L’esempio di altre democrazie “bipolari” è da questo punto di vista diverso: un voto bi-partisan non è considerato un momento di debolezza del Governo o dell’opposizione, ma l’espressione di un più solido consenso nazionale, di un patrimonio comune. Ma il nostro bipolarismo molto imperfetto è caratterizzato da una completa assenza del principio di solidarietà condivisa sui grandi temi di interesse nazionale: elemento questo che fa dubitare della solidità e della lungimiranza di ambedue gli schieramenti sul ruolo e sulle responsabilità dell’Italia nel mondo.