IAI
La conferenza IAI-MAE sull’Afghanistan

Le donne afgane: il sostegno italiano è indispensabile

19 Feb 2007 - Enrico Sassoon - Enrico Sassoon

Per l’altra metà del cielo, in Afghanistan, non splende mai il sole e la vita si svolge sotto la cappa plumbea dell’oppressione, della povertà e della paura. Ogni due ore una donna afgana muore per banali problemi di salute, il 90% è analfabeta e il 96% vive in una povertà così radicale da mettere l’Afghanistan al 175° posto su 177 paesi del mondo per la mortalità femminile. La disperazione, spesso, è la norma, al punto che il 65% delle vedove di Kabul – e dopo 30 anni di guerra civile ce ne sono oltre 50mila – vede il suicidio come unica via d’uscita.

Ma anche se spesso disperate, rassegnate non sono. Le rappresentanti del popolo femminile dell’Afghanistan, a Roma nei giorni scorsi per la conferenza IAI-Ministero degli Esteri su “Afghanistan. Democrazia, giustizia e sviluppo: il ruolo delle donne”, hanno espresso in modo gentile, ma assertivo che la condizione femminile nel loro paese deve cambiare e che, in qualche modo, sta già cambiando. Non per nulla, ha ricordato la vicepresidente della Camera Fawzia Koofi, nel Parlamento eletto lo scorso anno siedono per il 27% le donne (in Italia? Il 15%). L’alfabetizzazione è bassa, ma crescerà, grazie al nuovo accesso femminile alle scuole e alle università. Sono ancora poche, e spesso osteggiate, ma le prime crepe nel monolite del maschilismo tradizionalista e dell’estremismo islamico sono state aperte. Con fatica, certo, e con dolore, visto che solo lo scorso anno ben 50 insegnanti sono state uccise. Ma la strada è stata aperta e, se la comunità internazionale non le abbandonerà, saranno sempre più numerose le afgane che la percorreranno.

I problemi, ci dice la Koofi, sono comunque immensi, nonostante il grande supporto dei paesi che sono intervenuti in Afghanistan con oltre 240 miliardi di dollari di aiuti. Le persone comuni, uomini e donne, per ora ne avvertono poco l’impatto: il 60% del popolo vive con meno di 2 dollari al giorno, ben sotto il limite di povertà, la corruzione è diffusa, l’insicurezza permane, le minacce talebane incombono. In queste condizioni, dicono le donne di Afghanistan, un minore impegno della comunità internazionale sarebbe una catastrofe. Un messaggio sobrio, ma molto preciso, a coloro che in Italia, a pochi giorni dal voto parlamentare sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, premono per ritirare le truppe italiane.

E l’Italia, lo hanno detto le donne e lo ha ribadito al termine della conferenza il presidente Karzai, ha un ruolo di primaria importanza, poiché si è assunta la responsabilità della riforma del diritto nel paese, un pilastro non solo per la costruzione democratica ma, ancora una volta, per la sopravvivenza stessa di molte donne, private di ogni possibilità di accedere alla giustizia. Ne ha parlato in modo chiaro Hangama Angari, commissario della Afghanistan Independent Human Right Commission.

Alle donne troppo spesso non viene consentito, da un sistema medievale e diffusamente corrotto, di avere la più elementare difesa dei propri diritti. Donne stuprate che vedono il loro violentatore andare libero senza sanzioni, bambine in tenera età unite in matrimonio a vecchi sconosciuti, donne nel mondo del lavoro cui non viene riconosciuto il reddito da loro prodotto.

Per cambiare questo stato di cose al primo posto della lunga lista delle necessità del paese stanno la pace e la sicurezza. Ambedue minacciate dalle sollevazioni talebane nel sud del paese, da irriducibili signori della guerra, da attacchi alle frontiere con il vicino Pakistan. La violenza sulle donne è il paradigma di una società ancora diffusamente arcaica e violenta e questo dice che la libertà e il benessere delle donne sono, e sempre più saranno, il segno e il simbolo della riconquistata libertà dell’Afghanistan.

Presenti alla conferenza i rappresentanti del Ministero degli Esteri, dal sottosegretario Vernetti allo stesso ministro D’Alema, hanno riconfermato l’impegno dell’Italia per l’Afghanistan, ma è ben noto che il Governo fronteggia la prospettiva annunciata di una fortissima opposizione interna da parte di Rifondazione e Verdi, che non saranno nelle prossime settimane meno battaglieri dopo l’esito sostanzialmente pacifico della manifestazione di Vicenza.

Le donne afgane hanno ringraziato l’Italia per il grande contributo portato finora e chiedono in modo esplicito che non venga meno, né in termini di sicurezza, né di aiuto civile ed economico. Non è stato il punto centrale della conferenza, ma l’aspetto di collaborazione economica ha avuto comunque un grande peso nelle testimonianze sia delle rappresentanti afgane, sia del mondo imprenditoriale italiano. Shahla Nawabi, giovane imprenditrice tornata nel suo paese dopo un lungo esilio in Inghilterra, ha indicato con franchezza sia i progressi compiuti finora dalle donne, sia gli immensi ostacoli che ancora si frappongono.

Spesso, la stessa cultura familiare si oppone a che le donne entrino in un modo o nell’altro nel mondo del lavoro. Ma, ha detto la Nawabi, la crescita economica è forte e apre nuove prospettive, specie per le attività basate sulle risorse naturali del paese, dalla lana alle pietre e, in prospettiva, anche dal turismo nelle bellissime vallate afgane. Purtroppo, hanno sottolineato molti interventi, sull’economia del paese incombe lo spettro della coltivazione del papavero, che rappresenta la base di sussistenza per moltissime famiglie e che difficilmente si riesce a sostituire con coltivazioni di tipo diverso. Papavero, oppio ed eroina sono minacce gravissime perché sostengono un’economia criminale e una diffusa corruzione. Ma anche in questo, hanno detto le rappresentanti dell’Aghanistan, le donne intendono condurre una battaglia in prima linea.