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La scelta sofferta dell’Italia

8 Feb 2007 - Michele Nones - Michele Nones

Praticamente ultima fra i partner (solo la Danimarca deve ancora firmare) l’Italia ha sottoscritto il 7 febbraio l’accordo per la fase Production preparation, Sustainment & Follow-On Development del velivolo Joint Stike Fighter (Jsf). Questo consentirà di lanciare fra non molto anche la fase di produzione vera e propria sulla base dei programmi di acquisizione che saranno definiti da ogni partecipante. A fine decennio, l’Italia dovrà decidere quanti e quale mix di varianti del velivolo acquistare per sostituire gli AM-X, gli AV8-B e gli Mrca Tornado.

Per quanto riguarda le ragioni militari e industriali della scelta italiana è stato, seppure con un certo ritardo, fornito un quadro di informazioni esauriente. La scarsa discussione al riguardo si è concentrata su questi temi privilegiando, come troppo spesso avviene nel nostro paese, gli aspetti contingenti e materiali su quelli di più ampio respiro. Le pur importanti commesse ricevute e in arrivo, le ricadute tecnologiche, così come i vantaggi sul piano occupazionale, ma anche le preoccupazioni per un eventuale incremento dei costi o ritardi nel programma, se non i dubbi sull’utilità del velivolo, hanno richiamato la maggiore attenzione, lasciando in secondo piano le ragioni strategiche della nostra scelta.

Scelte concrete
Sul piano militare abbiamo privilegiato le esigenze delle Forze Armate, che puntano ad avere un velivolo avanzato, dal costo contenuto, dalle prestazioni certe in tempi certi, comune e quindi interoperabile con i nostri alleati, unico rispetto ai tre che andrà a sostituire, più efficiente e quindi più disponibile. Sul piano industriale abbiamo privilegiato l’importanza dell’esperienza che deriverà dalla partecipazione al maggiore programma aeronautico militare della storia moderna, improntato su una logica di efficienza e competizione che costringe le imprese partecipanti a garantire continuamente la massima competitività.

Si è, quindi, arrivati a una decisione condivisibile, anche perché senza alternative. L’Europa ha perso, alla fine dello scorso decennio, l’ultima occasione per sviluppare una propria autonoma iniziativa. Stagnazione economica e scarsa attenzione per la difesa, insieme a qualche insoddisfazione per i ritardi nel programma Eurofighter, hanno impedito sia un programma europeo, sia la ricerca di un accordo collettivo con gli Stati Uniti per fare del Jsf un programma transatlantico e non un programma multilaterale a completa guida americana. In questo ha giocato anche il velleitarismo europeo e una certa arroganza nel ritenere che, alla fine, governi e forze armate avrebbero dovuto finanziare lo sviluppo di una versione da attacco al suolo dell’Eurofighter, dagli incerti risultati e dai certi costi elevati.

Italia al traino
Diversa è la valutazione se si guarda alle modalità con cui la decisione italiana è stata presa. In uno scenario ideale vi sarebbe stata un’analisi delle implicazioni da parte del Ministero della Difesa sugli aspetti militari (operativi e industriali/tecnologici), del Ministero dello Sviluppo economico sugli aspetti industriali e tecnologici generali e settoriali, del Ministero degli Affari esteri sugli aspetti di politica internazionale (europei e transatlantici), del Ministero dell’Economia e finanze sugli aspetti finanziari.

Vi sarebbe stato un confronto fra Governo e industria (grande e Pmi) sulle implicazioni per l’innovazione di prodotto e di processo, l’attività produttiva, l’occupazione, l’internazionalizzazione delle imprese. Vi sarebbe stato, soprattutto, un momento di sintesi decisionale che, per una scelta strategica di questo livello, avrebbe dovuto coinvolgere la stessa Presidenza del Consiglio.

A valle di questo processo vi sarebbe stata la presentazione delle conclusioni al Parlamento e all’opinione pubblica in modo da chiarirne le ragioni di fondo, senza per questo nascondere le controindicazioni e, insieme, le possibili aree di miglioramento. Fra queste ultime, senza dubbio, l’ottenimento di una maggiore apertura americana sui trasferimenti tecnologici, ottenibile nel contesto di una partecipazione collaborativa, e il raggiungimento di nuovi accordi fra i partner europei del programma, sulla linea di quello fra Italia e Olanda per l’integrazione e il supporto logistico dei rispettivi velivoli in Italia e dei motori in Olanda.

Ma se dai sogni si ritorna alla realtà, ci si accorge che quasi niente si è verificato e che in fondo il risultato è legato solo alla validità della scelta militare. Se così non fosse stato, avremmo potuto anche adottare una decisione sbagliata sul piano degli interessi nazionali. Ed è su questo rischio che si dovrebbe concentrare l’attenzione del Governo perché non si possono fare seriamente scelte strategiche senza una qualche forma di centro decisionale nazionale.