IAI
L’Italia in Afghanistan

Il significato di una presenza

19 Feb 2007 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

Il 25 gennaio il Consiglio dei Ministri ha varato il Decreto di rifinanziamento per l’anno 2007 delle operazioni militari italiane all’estero ( Proroga della partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali ), ivi compresa la partecipazione alla missione in Afghanistan, Isaf (International Security Assistance Force), ovvero forza internazionale di supporto alla sicurezza). Si tratta di una missione nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, autorizzata da una serie di otto Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, su richiesta del Governo locale eletto.

La Nato, e con essa l’Italia, è presente in Afghanistan dal 2002; attualmente 37 paesi forniscono truppe per un totale di circa 35.000 uomini. I militari italiani attualmente sono circa 2.000, divisi fra Kabul e Herat (dal marzo 2005), capoluogo della provincia a Ovest della capitale, di cui garantiscono il coordinamento. La missione Isaf, come evidenziato dall’acronimo, si propone di assistere le legittime autorità afgane nel loro difficile compito di ricostruzione, garantendo un quadro di sicurezza nel quale esse possano agire, insieme agli operatori delle Nazioni Unite e delle innumerevoli organizzazioni governative e non, attualmente impegnate nel difficile compito di risollevare un paese in ginocchio.

Ben prima dell’intervento occidentale, l’Afghanistan è infatti precipitato nella categoria dei paesi più poveri, provato da decenni di conflitti, che hanno determinato la distruzione (sistematica, soprattutto da parte russo-sovietica, come ben ha potuto vedere chi ha visitato il paese) delle infrastrutture essenziali (ad esempio, irrigazione e trasporti) e l’impoverimento economico ed educativo della popolazione.

Il decreto di finanziamento delle missioni
Per quanto riguarda il solo Afghanistan, accanto ai 310 milioni di euro che coprono le spese vive della componente militare, il Decreto prevede 30 milioni di euro per interventi di cooperazione guidati dal Ministero degli Esteri, 127.800 euro per l’organizzazione di una conferenza sulla giustizia in Afghanistan e 7 milioni di euro a disposizione dei comandanti militari per “esigenze di prima necessità”.

Come di consuetudine, non sono coperti da questi fondi aggiuntivi i costi relativi all’usura anticipata di mezzi e materiali; il costo effettivo della missione è quindi più alto e le Forze Armate si debbono fare carico di questi carichi nascosti, che incidono negativamente sulle voci già depresse degli investimenti e dell’esercizio e manutenzione.

Il Decreto di rifinanziamento, attualmente all’esame del Parlamento, chiamato ad approvarlo entro il 1º aprile, non determina modifiche alle finalità e modalità dell’apporto italiano e potrebbe senz’altro ricondursi ad un (pur importante) atto tecnico su cui ci si potrebbe aspettare una facile approvazione da parte di un’ampia maggioranza bipartisan.

La gestazione del Decreto e la sua sorte hanno invece determinato una situazione di crescente tensione nel Governo e nella maggioranza che lo sostiene, dando luogo ad un dibattito i cui termini e metodo paiono talvolta incomprensibili ad un attore razionale, in particolare non italiano, tanto da determinare maldestri tentativi di influenza esterna destinati ad aggravare la situazione anziché risolverla.

Quali sono dunque i cambiamenti intervenuti che determinano tale situazione? A ben guardare, uno è relativo al teatro afgano, l’altro è più legato alla politica interna italiana.

La dimensione internazionale
Iniziamo dal primo: nel corso del 2006 la Nato ha provveduto a espandere la propria presenza in due vaste aree, a Sud e Est della capitale Kabul, su cui il governo centrale e le forze occidentali non avevano il controllo. In alcuni settori di quelle aree è stata presente la missione a guida americana di contrasto al terrorismo “Enduring Freedom”, cui l’Italia ha partecipato dal dicembre 2001 al 3 dicembre 2006, dapprima con una componente aeronavale, in seguito anche con un impegno di forze di terra.

La natura di quella missione però non ha determinato un controllo pervasivo del territorio, come invece previsto dall’istituzione dei cosiddetti Prt (Provincial Reconstruction Team), strutture che legano la presenza militare della Nato alle opere di riabilitazione delle popolazioni locali. Ciò, insieme alla difficoltà incontrate nel processo di ricostruzione nelle aree già sotto controllo, in cui non è stato possibile rompere il circolo vizioso che lega la produzione di droga ai potentati locali anti-governativi, ha determinato un’accresciuta situazione di pericolosità e la ripresa di scontri in campo aperto e attentati contro militari occidentali e afgani e la popolazione.

Al vertice tenuto dalla Nato a Riga a fine novembre 2006 i paesi più impegnati nei nuovi settori, maggiormente esposti al combattimento con i guerriglieri talebani e agli attentati terroristici, hanno sollecitato un maggior impegno da parte degli alleati, in termini di uomini e mezzi, ma soprattutto hanno richiesto l’attenuazione di quelle regole nazionali (note come “caveat”) che limitano l’impiego delle forze già presenti di alcuni paesi (Italia, Germania e Francia in particolare) a determinate zone o tipologie d’azione, così da poter contrastare con maggior forza il crescente attivismo della guerriglia e del terrorismo.

L’Italia, già uno dei maggiori contributori di Isaf, pur confermando i limiti del mandato assegnato alle proprie truppe, ha dato la propria disponibilità ad agire in caso di emergenza. Inoltre, all’incontro dei Ministri della difesa della Nato a Siviglia l’8 febbraio l’Italia ha comunicato la disponibilità di un aereo da trasporto C-130 “Hercules”, particolarmente importante in una situazione in cui le comunicazioni avvengono essenzialmente per via aerea, e di 2 velivoli da ricognizione non pilotati (Uav) “Predator”, mezzi essenziali per il controllo del territorio. Per inciso, diversamente da quanto erroneamente riportato da alcuni mezzi d’informazione, gli Uav non sono armati in alcun modo (l’Aeronautica Militare Italiana non dispone dei relativi kit per l’impiego di missili “Hellfire”, adottati invece su alcuni velivoli simili americani).

Nonostante questi maggiori impegni, la Nato si trova ad affrontare una situazione difficile, a causa del troppo parziale avvio di iniziative di ricostruzione, che peraltro fanno solo limitatamente capo ad essa; si prevede una forte ripresa delle ostilità in primavera, quando le condizioni climatiche renderanno i movimenti sul campo più facili, e i comandi militari vorrebbero poter affrontare la minaccia da una situazione di forza.

D’altronde, quella in Afghanistan non è una missione qualunque per l’Alleanza Atlantica: è “la missione”. La sua importanza quindi trascende il semplice risultato operativo locale; un fallimento avrebbe un impatto sistemico sull’Alleanza e sul rapporto transatlantico.

Il dibattito politico italiano
Il secondo fattore è invece di natura interna. Il vero punto da chiarire è relativo alle finalità dei decisori politici chiamati a votare in Parlamento. Se i loro obiettivi sono evitare lo scivolamento progressivo dell’Afghanistan verso il caos, aiutare la popolazione locale, contenere il fenomeno droga-criminalità, ridurre gli spazi operativi di cellule terroristiche, garantire una partecipazione corretta del Paese alla Nato, contribuire alla sicurezza internazionale e aumentare la credibilità della “governance” multilaterale, la risposta non può che essere un maggior coinvolgimento sia sul piano militare e di sicurezza che politico, tramite iniziative che facilitino la soluzione della permeabilità delle frontiere con il Pakistan e il maggior impegno delle istituzioni europee, come già sta avvenendo in alcuni settori.

A tal proposito, il 12 febbraio l’Unione Europea ha promosso una missione nell’ambito della Pesd (Politica Europea di Sicurezza e Difesa), finalizzata all’accompagnamento delle strutture afgane di polizia e giustizia, settore in cui è già impegnata anche l’Italia, pur con risultati ancora lungi dall’essere conclusivi. A questo maggior impegno di lungo periodo deve corrispondere un adeguato controllo e peso decisionale ed un’attenta e continua valutazione delle prospettive strategiche. Un’escalation militare non accompagnata da un’adeguata strategia politica complessiva non può infatti risolvere la situazione, anzi potrebbe persino aggravarla.

Se invece le finalità sono alienare il Paese dalla Nato, sua principale alleanza politico-militare di riferimento, sostenere un irenismo di principio senza badare alle sue conseguenze ed assecondare l’anti-americanismo di settori minoritari dell’elettorato, si rende necessario promuovere il ritiro non solo delle truppe dalla missione Isaf, ma dell’Italia dalle sue alleanze politico-militari e dalle Nazioni Unite e la dissoluzione del suo apparato di politica estera e di difesa.

In ogni caso, la presenza italiana in Afghanistan dovrebbe essere comunque garantita da una maggioranza ampia, seppure diversa da quella di governo attuale. Ciò potrebbe implicarne la caduta, ma la credibilità e la partecipazione del Paese alla comunità e alle istituzioni internazionali è un bene prezioso che deriva da impegni di lungo periodo, ben al di là della lotta politica interna.