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Israele-Palestina

Il nuovo ruolo saudita in Medio Oriente

15 Feb 2007 - Fabio Nicolucci - Fabio Nicolucci

La formazione di un Governo di unità nazionale tra le due metà della politica e della società palestinesi è la prima buona notizia che arriva da questa terra da molto tempo a questa parte: esse stavano scivolando sempre più verso un terribile scontro armato che avrebbe portato distruzione in Palestina e insicurezza in Israele. L’avvio di tale processo politico è naturalmente solo l’inizio verso una compiuta stabilizzazione e crescita politica del popolo palestinese e solo una pre-condizione per il miglioramento della situazione.

Sono, però, elementi di speranza il fatto che tale accordo politico contenga, sia pure in forma indiretta, il riconoscimento degli accordi siglati dall’Autorità Nazionale Palestinese e l’accettazione delle norme internazionali. Ora compito della comunità internazionale è aiutare il prosieguo di questo processo politico e civile, che per essere pienamente di successo, dovrà necessariamente includere, e non in forma implicita, il riconoscimento di Israele e una più convincente rinuncia all’impiego della violenza.

Assetto regionale
Dopo questo tenue raggio di luce dunque la domanda è: come far sì che esso non rimanga isolato e non venga oscurato dalle nubi della guerra e della disintegrazione del tessuto politico e civile palestinese? Insomma, che contributo deve dare la comunità internazionale? Non deve infatti sfuggire che questo accordo è stato possibile solo con la mediazione di un attore regionale importante come l’Arabia Saudita, che lo ha costruito sulla base di una sua interpretazione politica della attuale frammentazione regionale e della sua eventuale soluzione. In effetti, è vero che la soluzione del conflitto israelo-palestinese – di cui lo scontro tra Hamas e Fatah degli ultimi mesi è una variabile dipendente – passa necessariamente per una proposta di assetto regionale.

Il Medio Oriente è infatti una delle regioni del mondo dove più alto è il tasso di interdipendenza e dove più politicamente pregnante è la teoria delle catastrofi, per la quale se una farfalla batte le ali in Cina si potrà avere un terremoto in America. Qui se un terrorista palestinese si fa saltare in aria con civili israeliani, oppure se si ha un omicidio mirato di un capo palestinese o una repressione israeliana contro un villaggio occupato, se ne parla a Damasco e lo si urla a Beirut, oltre che al Cairo, ad Amman e a Manama.

Il dato paradossalmente più positivo dell’accordo, dunque, non è forse l’intesa tra Hamas e Fatah – perché la realtà palestinese rimane comunque abbastanza disgregata, e sono forti gli elementi di incertezza – bensì il ruolo dell’Arabia Saudita. Paese da sempre centrale e insostituibile nella regione – sia per le sue riserve di idrocarburi sia per la sua custodia dei luoghi santi dell’Islam – e per questo motivo pilastro della politica di status quo degli Usa per cinquant’anni, l’Arabia Saudita era finita nel mirino di Washington dopo l’attacco dell’11 settembre: i neoconservatori argomentavano infatti – con qualche ragione – che era stato lo status quo ossificato e decrepito della regione a generare i mostri del terrorismo globale di marca jihadista.

Proposta innovativa
Nel tentativo di frenare questa marginalizzazione, il nuovo Re Abdallah aveva nel 2002 avanzato una innovativa proposta di soluzione del conflitto israelo-palestinese conosciuta come il “piano Beirut”, legandolo anche a qualche tentativo di rinnovamento all’interno del proprio regno. Tuttavia, la proposta di “terra in cambio di pace” avanzata per la prima volta dal Custode dei luoghi santi dell’Islam era stata però accantonata con indifferenza. L’amministrazione Bush aveva infatti già sintonizzato il suo lavoro sulla preparazione politica e militare dell’invasione dell’Iraq dell’anno successivo. Che conteneva una diversa, e a suo modo innovativa, proposta di assetti regionali.

Fallita quella strategia, oggi l’Arabia Saudita può uscire dall’angolo dell’11 settembre con una propria proposta che prevede la costruzione di un rinnovato “asse sunnita” imperniato su Riyadh, che può però attingere alla risorsa simbolica dei due luoghi santi. Non a caso l’accordo è stato discusso, imposto e firmato in un palazzo con vista sulla Kaba’a, la pietra nera al centro del culto islamico custodita nella Moschea della Mecca. E non a caso Abu Mazen e Khaled Mesha’al hanno paragonato re Abdallah al profeta Maometto “per la sua abilità a portare la riconciliazione”.

Si tratta dunque di un accordo che può rassicurare tutti sull’esistenza di una terza via tra caos e asse sciita – soprattutto con il problema del nucleare iraniano ancora aperto – e dunque consentire di lavorare alla difficile e complicata soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi. A causa della concentrazione sull’Iraq imposta dalla politica americana, questo conflitto aveva perso di peso e centralità. Fallito il piano di Beirut del 2002, questo è il primo successo di politica estera dell’Arabia Saudita dopo quello, precedente all’attentato alle Due Torri, degli accordi di Taef del 1989 che siglarono la fine della guerra civile in Libano.

Gli accordi di Taef, alla luce degli eventi successivi all’assassinio del presidente Hariri, si sono rivelati alla lunga incapaci di generare stabilità in Libano. Può darsi che questo sia dovuto a un limite intrinseco della diplomazia saudita e che lo stesso limite affligga ora gli accordi della Mecca. Tuttavia, questi accordi non vanno sottovalutati e potrebbero, indipendentemente dalla loro qualità, innescare un circolo di eventi virtuosi a patto che la diplomazia occidentale, inclusa quella italiana, sappia e voglia prendere spunto da essi per uscire dal vicolo cieco in cui essa oggi si trova rispetto a questa regione.