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Politica estera

Il Grande Fratello, sei ambasciatori e Veronica Lario

8 Feb 2007 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

La maggioranza e il Governo hanno dei problemi di politica estera. La missione della Nato in Afghanistan incontra gravi debolezze. Manifestazioni si annunciano a Vicenza contro l’ampliamento della base concessa in uso all’Esercito americano. Il Governo di Washington è impantanato in Iraq ed emette segnali minacciosi contro l’Iran che, da parte sua, continua a sfidare la comunità internazionale sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. La situazione è così grave che, tutto sommato, non meraviglia che sia stata affrontata in modo poco serio.

Grottesca sintesi
Sei ambasciatori accreditati presso il Quirinale (quelli degli Stati Uniti, del Regno Unito, dei Paesi Bassi, dell’Australia, del Canada e della Romania) hanno deciso di pubblicare sul giornale La Repubblica una loro lettera aperta agli italiani, incitandoli a dare di più e meglio per la Nato in Afghanistan. Si è evidentemente trattato di una ingerenza nella politica interna del Paese in cui sono accreditati, ma colpisce più la forma che la sostanza (del resto ben nota, visto che quei Governi avevano già espresso le loro opinioni in proposito). Ma nei rapporti diplomatici la forma non è irrilevante: al contrario, è essa stessa sostanza.

Un tempo si diceva che gli americani si comportavano come un minaccioso Grande Fratello nei confronti dei loro alleati minori. Poi del termine si è impadronita la televisione per i suoi cosiddetti reality show. Ora stiamo vivendo una curiosa e grottesca sintesi dei due significati. Gli ambasciatori, incluso quello dell’unica superpotenza rimasta sulla terra, hanno seguito l’esempio di Veronica Lario, mettendo in piazza, sullo stesso giornale scelto dalla signora Berlusconi, le loro preoccupazioni e le loro esortazioni nei confronti del Governo italiano.

Non si capisce bene quale fosse il loro disegno politico: pensavano forse di replicare quella divisione tra “vecchia” e “nuova” Europa esaltata da Donald Rumsfeld in occasione della decisione americana di invadere l’Iraq? Se così fosse stato la manovra si è rivelata poco prudente visto che di europei ce n’erano solo tre, e uno è stato seccamente smentito dal suo Governo. Questa uscita ha soprattutto imbarazzato il Segretario Generale della Nato (un ex-ministro degli Esteri olandese). Se invece volevano fornire al Governo italiano l’occasione per bilanciare le sue decisioni su Vicenza e l’Afghanistan con una critica del comportamento “americano”, allora hanno avuto pieno successo.

Deriva diplomatica
In ogni caso questa lettera dovrebbe essere fonte d’imbarazzo in primo luogo per i Paesi rappresentati dai sei ambasciatori (come sinora sembra aver percepito solo il Primo Ministro rumeno) poiché essi sembrano aver voluto lanciare un sasso contro Roma, nascondendo la mano, cioè riducendo la loro interferenza nella politica interna italiana al rango di un’iniziativa “personale” dei loro ambasciatori, come se questi fossero semplici e privati cittadini o tutt’al più editorialisti di un giornale.

Ma la forma “irrituale” scelta dagli ambasciatori per la loro esternazione segnala una deriva più significativa del comportamento diplomatico tradizionale e forse della stessa politica internazionale. La lettera della signora Berlusconi era stata anch’essa irrituale, ma era giustificata dal fatto che in tal modo essa si confrontava con comportamenti pubblici di suo marito sul loro stesso piano. Gli ambasciatori invece hanno dato l’impressione di volersi indirizzare direttamente agli italiani come se fossero convinti che essi non fossero ben rappresentati dal loro Governo e dal loro Parlamento o quanto meno come se non fossero sicuri di riuscire a far sentire la loro voce attraverso i canali istituzionali. In una palese confusione di ruoli, hanno deciso di prendere parte al dibattito politico interno italiano attraverso la stampa.

Forse, come suggerisce diplomaticamente nella sua lettera ai Governi dei sei Paesi,il ministro degli Esteri D’Alema, si è trattato solo di un malinteso eccesso di zelo. Ma la realtà è che ormai neanche la diplomazia e i suoi esponenti sembrano più in grado di resistere alle sirene della società dello spettacolo.

Confusione di ruoli
Si rompono così gli argini della cosiddetta “public diplomacy”, confondendo malamente i due piani della politica delle idee e del protagonismo personale. Il diplomatico che si trasforma in prima persona in propagandista può forse raccogliere qualche successo pubblico o politico, ma trasforma ineluttabilmente il suo ruolo e deve confrontarsi con rischi del tutto nuovi. Alla lunga diverrebbe difficile continuare a considerarlo l’esponente di un Governo (con tutti i suoi diritti e privilegi) e non invece il semplice esponente di una parte politica (con tutti i suoi limiti e le sue debolezze).

Soprattutto si delinea il rischio grave che la confusione dei ruoli si tramuti in una confusione di linguaggi, ingenerando incomprensioni, errori di percezione e di comunicazione, crisi del rapporto fiduciario, e in ultima analisi una crescente difficoltà della diplomazia a svolgere il suo ruolo primario nella gestione dei rapporti tra Stati sovrani. Il mondo contemporaneo sembra già essere abbastanza complicato e difficile: cerchiamo di risparmiargli quest’ennesima iattura.