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Islamici in Somalia

Una sconfitta sorprendentemente rapida

5 Gen 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Poche settimane fa la Somalia stava evolvendo verso una nuova fase tragica della sua più che decennale storia di anarchiche lotte. In aggiunta alle antiche divisioni tra clan, warlords e centri locali di affari, si era aggiunta la nuova autorità islamica che da Mogadiscio estendeva il suo potere inarrestabilmente, così almeno pareva, a spese di quello già ridotto del Governo Federale Transitorio. Quest’ultimo è debolissimo, è vero. Ma nella situazione somala era ed è l’organismo più rappresentativo della popolazione del paese e per questo ritenuto legittimo dalla comunità internazionale. Il Governo Federale è inoltre appoggiato, non solo per la sua legittimità, dai governi di tutti i paesi confinanti e da quelli di molti altri paesi della regione. Tranne quello anomalo, del governo eritreo, il quale non ha altra politica estera che quella di appoggiare qualsiasi evoluzione politica contraria agli interessi di Addis Abeba.

Con la sconfitta e la fuga, nei giorni scorsi, anche da Chisimaio, il potere degli estremisti islamici si è sciolto in una decina di giorni ad una velocità a dir poco sorprendente. Sotto la pressione, certo, di un agguerrito contingente militare etiopico, ma anche per una evidente mancanza di solide basi nella società somala e per una inattesa dimostrazione di potere politico, se non militare, da parte del Governo transitorio.

Gli integralisti islamici in Somalia
Negli ultimi mesi l’espansione degli integralisti islamici nel centro della Somalia aveva naturalmente preoccupato gli occidentali. Ancor più spaventati erano etiopici, kenioti e numerosi altri governi dell’area, per i riflessi che questo nuovo centro di irradiazione degli estremisti avrebbe avuto nei loro paesi. Ma questo nuovo potere islamico aveva sorpreso anche gli esperti di Somalia. Negli anni precedenti, infatti, questo paese aveva provato di essere un paese, si mussulmano, ma legato innanzitutto a delle fedeltà di clan, a un nazionalismo passionale e, perché no, a una rimanente eredità culturale di lingua e di abitudini politiche laiche creatosi negli anni del colonialismo e rinforzatisi nella prima parte della sua vita di paese indipendente.

Già negli anni Novanta, la propaganda religiosa, gli appelli e i cospicui fondi, giunti soprattutto dall’Arabia Saudita, non erano riusciti a sormontare l’ostacolo di questa particolare miscela locale. Dopo qualche iniziale successo, il movimento integralista islamico aveva subito in Somalia un movimento di riflusso. Anche in campo internazionale, negli attentati terroristici verificatesi nel Duemila, i militanti provenivano da altri paesi islamici, non dalla Somalia, come sarebbe stato logico attendersi, date le terribili condizioni di vita e le frustrazioni politiche e sociali lì esistenti.

Certo, attacchi terroristici si erano verificati in Kenia, gli autori di essi e qualche altro ricercato in Yemen od in Arabia Saudita avevano trovato rifugio nel paese. Inoltre pare fossero in espansione minori centri di addestramento per militanti mussulmani della regione. Ma questi fenomeni sembravano più conseguenza della situazione di anarchia esistente in Somalia, che non un’effettiva presenza nel paese di un integralismo islamico in espansione. Come mai allora il movimento delle “Corti islamiche”, nato improvvisamente a Mogadiscio agli inizi del 2006, si era rapidamente esteso a macchia d’olio tutto intorno abbattendo con facilità gli ostacoli che gli erano stati contrapposti?

La presenza di stranieri, di addestratori militari eritrei e di considerevoli finanziamenti esterni contribuivano a spiegare questo fenomeno, specie sotto il profilo militare. Proprio quello, però, che ha mostrato adesso di non potere resistere a un contingente militare altrettanto straniero di loro, ma più numeroso e soprattutto ben armato ed addestrato come quello etiopico. La presenza straniera non è tuttavia sufficiente a spiegare l’appoggio notevole di cui le Corti islamiche hanno goduto, soprattutto a Mogadiscio. In effetti il loro punto di forza è stato quello di avere mostrato la capacità di porre fine alla totale mancanza di qualsiasi controllo dell’ordine pubblico.

In particolare di essere impegnati a difendere il singolo individuo sia dalle continue esazioni imposte in punti determinati dai vari signori della guerra, sia da quelle effettuate a casaccio da bande o individui violenti e armati. Insomma gli estremisti islamici hanno beneficiato di un fondamentale desiderio di ordine e pace che non può non essere fortissimo in Somalia, dopo tanti anni di conflitti e di privazioni.

Una nuova politica da parte del Governo
Questo dato è senza dubbio il primo elemento che il Governo transitorio dovrebbe ricordare nell’esercitare il potere di cui, inaspettatamente, si trova a disporre in questo momento. Quando nel dicembre 2004 il Governo Federale Transitorio si è costituito in Kenia, dopo oltre due anni di faticosa, interminabile negoziazione, il suo punto di forza era stato il fatto che alla preparazione delle nuove istituzioni statali somale, Costituzione, Governo e Parlamento, avevano partecipato anche i Signori della guerra. Purtroppo però, nella fase di trasferimento dal Kenia alla Somalia delle nuove autorità provvisorie somale nel 2005, alcuni Signori della guerra, soprattutto quelli operanti appunto nell’area della capitale, Mogadiscio, si ripresero la loro libertà di azione, togliendo così in breve tempo al Governo transitorio una reale possibilità di azione. Ma quei warlords sono stati recentissimamente sconfitti e umiliati dalle milizie islamiche. Impedire ora la ricostituzione del loro potere è il primo compito del Governo, passo indispensabile per procedere anche a un disarmo in tempi brevissimi di tutti gli armati, almeno nell’area della capitale.

Allora i somali perdoneranno forse al Governo anche una continuazione della presenza militare etiopica per un periodo limitato, se essa viene utilizzato a tal fine. Dopodiché viene appunto la questione del loro ritiro. Il nazionalismo somalo ha ampiamente provato di non accettare prolungate presenze militari straniere. Meno che mai è possibile quella etiope, dei soldati, cioè, del paese storicamente nemico della Somalia.

Il potere degli anziani dei clan
Il momento magico della vittoria durerà ovviamente pochissimo Ma nel condurre sia l’una che l’altra delle due indispensabili operazioni sopra indicate, i dirigenti del Governo dispongono di una carta di fondo importante e più duratura nel tempo: quello di un possibile appoggio degli anziani capi-clan. Se si esaminano infatti nuovamente le cause del rapidissimo scioglimento delle capacità militare delle Corti islamiche, si trova la decisione degli anziani dei clan della zona centrale del paese di invitare i loro affiliati ad abbandonare la lotta. In effetti le forze militari etiopiche stavano facendo strage dei giovani e inesperti soldati associati affrettatamente dalle Corti islamiche alla loro organizzazione militare. “I nostri figli venivano massacrati, e noi non lo potevamo accettare”, ha dichiarato Abdi Hulow, un elder del secondo clan più numeroso del paese, quello degli Hawive. È certamente vero. Ma dietro questa frase si intravede anche l’irritazione di questi indispensabili mediatori del potere in Somalia per la irresponsabilità e l’impudenza con cui gli estremisti islamici si erano nei mesi precedenti serviti di giovani armati, perfino di dodici anni di età, per rafforzare il loro potere.

Forse in tale dato risiede la speranza che questa sconfitta delle forze estremiste nel paese meno governato al mondo, non si traduca per la Somalia in un inutile fuoco di paglia.