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Politica estera

Una debole Europa

22 Gen 2007 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

L’Unione Europea è un attore relativamente nuovo sulla scena internazionale e già deve confrontarsi con sfide importanti. Il suo spazio geostrategico si è notevolmente allargato nel giro di pochi anni, sino a includere aree difficili quali il Mediterraneo, il Caucaso, l’Asia centrale e meridionale, l’intero continente africano, la Cina, il Giappone e le due Coree. Si delineano nuove minacce, dalla proliferazione delle armi di distruzione di massa, alla crescente possibilità che scoppino conflitti regionali di grande intensità.

Le questioni della sicurezza energetica sono strettamente collegate a quelle del nuovo scenario internazionale. Si tratta di affrontare tre diversi gruppi di problemi: a) la sicurezza degli approvvigionamenti, che include anche la garanzia della protezione del trasporto delle materie prime energetiche e quella delle reti di distribuzione dell’energia; b) la stabilità o quanto meno la prevedibilità dell’andamento dei prezzi; c) la difesa dell’ambiente.

Sempre nello stesso spazio geostrategico è necessario porre mano ai crescenti problemi legati alla criminalizzazione dei rapporti internazionali: il crimine organizzato, il terrorismo internazionale, l’immigrazione illegale, il riciclaggio del denaro ed altri crimini sono legati in modo inestricabile ai problemi di gestione delle crisi, di ricostruzione degli stati nazionali e in genere ad ogni politica volta ad assicurare una migliore capacità di governo della globalizzazione.

La vulnerabilità europeaL’Ue è particolarmente esposta a questo insieme di rischi e di minacce: essa è priva sia di istituzioni in grado di gestire strategie politiche complesse e di lungo termine, sia dei mezzi tecnici necessari per raccogliere le informazioni necessarie a un’azione pronta ed efficace.

Cinquant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, la celebrazione di questo anniversario inizierà con due riunioni separate, a illustrare l’attuale stato di divisione dell’Unione: la prima riunirà i paesi che hanno ratificato il Trattato Costituzionale, mentre la seconda vedrà la partecipazione di quelli che ancora non l’hanno fatto (da un lato, separati, resteranno i due paesi che lo hanno respinto).

Ma la vera tragedia non è la divisione in sé, quanto il fatto che essa sembra essere del tutto irrilevante. Non siamo di fronte ad uno scontro tra Federati e Confederati: la formazione di questi tre gruppi è dovuta più a eventi occasionali, in genere di politica interna, che a scelte precise, bene informate e coerenti.

Non abbiamo alcun de Gaulle che conduce la sua battaglia contro l’Europa sopranazionale, né alcun Spinelli (neanche un Delors) che prepara schemi di maggiore integrazione. Ci si è divisi su di un testo che in massima parte è solo la prosaica ripetizione di misure già in atto da tempo e che contiene solo alcune limitatissime novità, in genere intese a rafforzare le competenze intergovernative dell’Ue. Per di più, il voto contrario espresso in Francia e nei Paesi Bassi è stato motivato, più che dal rifiuto delle novità, dall’opposizione a ciò che già esiste ed è stato da tempo concordato e ratificato.

Inoltre, queste divisioni si sono sovrapposte a un’altra precedente, tra “vecchia” e “nuova” Europa, causata dalla decisione unilaterale americana di attaccare l’Iraq. La composizione dei vari gruppi così formatisi (quello dei sì e quello dei no, quello dei nuovi e quello dei vecchi), non coincide, ma alcuni paesi chiave della politica europea hanno giocato il ruolo dei guastafeste in ambedue i casi: l’esempio migliore è quello della Francia e del Regno Unito.

Anche se i disastrosi sviluppi della crisi irachena hanno finito per colmare, almeno in parte, la prima divisione, rimane comunque un alto livello di sfiducia reciproca, e si è rafforzata la percezione popolare che non esiste una vera identità politica europea e che l’Ue è ancora molto lontana dal poter giocare un ruolo globale di primo piano.

Se aggiungiamo a tutto questo la constatazione che l’Ue non sembra ancora capace di avere un approccio unitario su alcuni aspetti cruciali di politica economica, quali il mercato del lavoro, i servizi sociali eccetera, è facile capire perché, malgrado siano stati raggiunti molti e importanti successi, si affermi nell’elettorato europeo un sentimento di fatica, critico verso il processo di integrazione.

Carenza di leadership
C’è un problema di leadership. Chiaramente, una Comunità di 27 paesi è più difficile da gestire di una di 6. Tuttavia i problemi maggiori discendono dalla mancanza di volontà unitaria di un piccolo numero di paesi più importanti. Non è certo Cipro che blocca i negoziati con la Turchia, ma le incertezze e i sospetti della Germania e della Francia. Lo stesso vale per molte altre decisioni chiave (con poche variazione marginali sul numero e sul nome dei principali responsabili), inclusa la politica estera, di difesa e di sicurezza.

Ciò è in parte dovuto al periodo di debolezza che vivono molti governi nazionali. Ne sono chiari esempi l’impallidirsi della leadership di Tony Blair, la lotta senza esclusione di colpi in atto per le elezioni presidenziali in Francia, la difficile coabitazione del governo tedesco e la risicatissima maggioranza parlamentare esistente in Italia. In parte, però, ciò è dovuto anche alle difficoltà che l’Europa incontra per adeguarsi agli sviluppi internazionali.

Si delinea una rapida crescita degli impegni internazionali: l’Europa risponde alle domande pressanti che giungono da ogni angolo del suo nuovo spazio geo-strategico senza avere un disegno globale e coerente. In troppe occasioni inviamo soldati o importanti aiuti finanziari senza avere alcuna idea di cosa realisticamente possiamo sperare di realizzare, come e a quale prezzo, sperando in bene, e senza alcun piano per che cosa fare se le cose dovessero andare male.

L’Ue non è certamente isolata in questa brutta situazione. Uno degli spettacoli più desolanti cui ci è dato di assistere è quello della litigiosità perenne tra l’Ue e la Nato su chi debba avere il sopravvento. Possiamo mettere sullo stesso piano l’estrema povertà delle decisioni prese dal Vertice della Nato a Riga e la modestia dei successi europei. Se da un lato la Nato annunciava che la sua nuova Forza di Risposta era divenuta operativa, dall’altro l’Ue faceva sapere che lo stesso si poteva affermare per i suoi Gruppi di Combattimento: peccato però che nessuna delle due organizzazioni sia in grado di dirci se, quando e come queste nuove capacità potranno essere impiegate (se pure lo saranno mai).

Tempo di decidere
È importante e urgente prendere alcune decisioni. Il dibattito sul futuro del Trattato Costituzionale rischia di andare per le lunghe e di essere caratterizzato da confusioni e ambiguità. L’Europa non può aspettare ancora a lungo. È ormai tempo per alcune decisioni coraggiose, che probabilmente potranno essere prese solo da un gruppo ristretto di paesi membri dell’Ue, nell’attesa che gli altri si aggiungano al loro ritmo. I paesi che hanno ratificato il Trattato, o quelli che sono già uniti tra loro da patti più stringenti (come l’Euro, Schengen, o altri ancora) dovrebbero prendere l’iniziativa di applicare immediatamente, per quel che li riguarda, alcune delle novità più importanti contenute o suggerite dal Trattato, come il Ministro Europeo degli Esteri e della Sicurezza, un Comando e uno Stato Maggiore comune europeo militare e di sicurezza, e altre idee dello stesso tenore.

Questi paesi dovrebbero varare una “cooperazione strutturata” per la Sicurezza Energetica e potrebbero delegare maggiori compiti e competenze a strutture comuni per la lotta alla criminalità internazionale. La cosa importante è cominciare, dimostrando nei fatti che è possibile andare avanti. L’alternativa è quella di un progressivo svuotamento dell’Europa.