IAI
Strategie nello Spazio

Prove generali di occupazione

23 Gen 2007 - Mario Arpino - Mario Arpino

Subito dopo il lancio del primo Sputnik, la disputa sullo Spazio extra-atmosferico (“res nullius” o “res comunis omnium”?) si era provvisoriamente composta con l’accettazione del concetto di Spazio come bene comune. Ciò, tuttavia, ha lasciato carattere di precarietà al prosieguo della disputa, quello sulla “qualità e tipo” di utilizzazione dello “Spazio esterno”, oggi ancora considerato ufficialmente “vietato all’uso per finalità militari”. Malvolentieri veniva tuttavia accettato, anche dai più pavidi, il concetto che qualcuno prima o poi avrebbe almeno in parte realizzato uno scudo difensivo, capace di intercettare e distruggere le testate dei missili balistici nella fase di transizione extra-atmosferica, mentre nessuno muoveva più obiezioni alla realizzazione di satelliti militari o destinati alle comunicazioni militari.

Ultimamente, il discorso di Bush sulla “necessità di negare ai potenziali avversari l’utilizzo di capacità spaziali ostili agli interessi degli Stati Uniti” e il recentissimo esperimento condotto dai cinesi con il lancio di un satellite killer di altri satelliti, hanno rimesso in discussione l’intera questione.

Gli Usa e lo Spazio
Negli Stati Uniti, anche al di là dei progetti strettamente militari, un certo grado di controllo sulle attività spaziali da parte del DoD (Department of Defense) c’è sempre stato e oggi, ovviamente, si va fortemente accentuando. I personaggi chiave solitamente provengono dall’Aeronautica e spesso sono ex-astronauti, comunque provenienti dalle Forze Armate. I comandanti di ogni missione spaziale hanno tutti, rigorosamente, precedenti come piloti collaudatori sperimentatori dell’Usaf, della Navy o dell’Usmc (Marines).

La stessa dottrina aerospaziale statunitense va modificando le proprie priorità, tanto che, secondo gli esperti, non lontano nel secolo appena iniziato lo Spazio comincerà ad occupare un ruolo preminente nel contesto del concetto americano di Air Power. Ritengo indicativo che a capo della Nasa sia stato chiamato quale Amministratore titolare Michael D. Griffin, capo del Dipartimento Spazio della John Hopkins, riconfermando come Vice il pilota-astronauta dell’Usaf Fred Gregory.

Griffin è un fisico che conosce bene l’industria aerospaziale statunitense, ma che ha una grande familiarità anche con il mondo aerospaziale militare e le sue ambizioni, essendo stato a suo tempo vicedirettore per le tecnologie nell’ambito dell’Organizzazione dell’Iniziativa Strategica di Difesa (Sdi), più nota allora come lo “Scudo Stellare”. Ma, nelle attività spaziali americane, la Nasa non è tutto, e il suo assetto è tutt’altro che definitivo. Alcune semplici osservazioni ci possono forse aiutare a capire qualcosa di più.

Circa tre anni or sono c’era già stato ampio dibattito sulla nuova visione statunitense. L’intendimento di mantenere l’America all’avanguardia nell’esplorazione dell’Universo certo è un “sogno americano” ben coerente con le “grandi idee” dei neoconservatori, e, comunque, gradito sia ai repubblicani che ai democratici. D’altra parte, come si è visto, la questione spaziale è ancora ben salda nelle mani dell’Esecutivo, il cui vicepresidente, Cheney, è anche presidente del Comitato di dieci saggi che regola la politica spaziale degli Stati Uniti.

È quindi assai improbabile che questo Comitato, specie dopo l’esperimento cinese, prenda le distanze dal datato “Rapporto Rumsfeld sullo Spazio” di qualche anno fa, dove si parlava esplicitamente di capacità routinaria di distruggere in orbita satelliti altrui e si raccomandava di intraprendere quanto prima sperimentazioni in materia, inclusi “live fire tests in Space”. È infatti noto che già da tempo l’Usaf ha attivato su Shriver Afb due gruppi speciali dedicati allo Space Control, uno per studiare tattiche e mezzi di contrasto e, l’altro, per sperimentare modelli e prototipi per la guerra nello Spazio.

Lo Spazio e l’Europa
In Europa, pur se nella sua virginale timidezza in materia di Sicurezza e Difesa l’Unione arrossisce alla sola pronuncia dell’aggettivo “militare” quando riferito allo Spazio, qualcosa si sta comunque muovendo. Le attività spaziali rientrano in genere in ambito Esa (Agenzia Spaziale Europea), il cui preambolo statutario ne definisce la missione come destinata a “peaceful purposes”. Viene però in soccorso l’uso “non aggressivo” delle tecnologie, concetto di base per una più profonda integrazione dell’Esa nel contesto della politica di sicurezza europea.

Nulla di rivoluzionario, ma oggi si accetta di parlare apertamente anche in ambito Ue di tecnologie “duali”, utili anche all’uso militare, come dicono i civili, o utili anche all’uso civile, come dicono i militari. Il tutto, ovviamente, dentro il perimetro ben delimitato dell’Osservazione della Terra e Telerilevamento, della Meteorologia, delle Comunicazioni civili e militari e della Navigazione satellitare precisa.

Un ulteriore piccolo passo verso una futura capacità autonoma satellitare europea è stato ottenuto nell’ambito di una conferenza specialistica periodica istituita nell’ambito degli Stati Maggiori dei Paesi con maggior esperienza nel settore, Italia inclusa, dove è stato predisposto un documento sulle esigenze operativa comuni e si è molto pragmaticamente deciso di far colloquiare i segmenti terrestri dei futuri sistemi nazionali e multinazionali per ottenere entro la prima decade del secolo una visibilità pari all’orizzonte dei sistemi in sviluppo.

Va anche precisato che, per quanto riguarda l’intelligence, il Regno Unito gode di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e ha sempre e comunque ciò che serve. Per quanto riguarda il particolare rapporto tra Esa e Unione Europea, le attività sono in lento, ma continuo sviluppo. Anche l’Italia si era guadagnata nel tempo un’ottima reputazione, con particolare riferimento al settore manifatturiero, civile-applicativo e dei segmenti terrestri, partecipando a tutti i maggiori programmi europei e internazionali. Siamo anche noi dotati di un Piano Spaziale Nazionale (Psn) elaborato dall’Asi (Agenzia Spaziale Italiana), ma, diversamente da quanto accade negli Usa, in UK e in Francia, le esigenze spaziali militari non fanno parte del Psn, che si limita a citare l’esistenza di un piano Spaziale della Difesa (Psd) e ad auspicare alcune sinergie.

Esiste poi una Commissione Interministeriale per le attività spaziali, istituita nel quadro e nello spirito dell’art. 7 della legge n. 186/88, nel cui ambito dovrebbe, tra l’altro, essere valutata la coerenza delle attività spaziali nazionali con la nostra politica estera, cui quella di sicurezza e difesa è strettamente connessa. In ogni caso, da sola o in compagnia, la nostra Amministrazione della Difesa è presente nello Spazio in modo attivo, con astronauti-cosmonauti e importanti programmi satellitari per osservazione, telerilevamento, meteorologia e comunicazioni.

Una visione globale
Volendo esprimere una situazione di sintesi globale del settore MilSpace, si può dire che la politica spaziale statunitense sembra assumere oggi contorni assai nitidi, nel senso che appare evidente una suddivisione strategica di responsabilità tra la comunità scientifica che fa capo alla Nasa e quella di carattere più marcatamente militare, che fa capo al DoD e all’intelligence. I due perimetri andranno meglio delineandosi nei prossimi dieci anni, con l’esaurimento naturale di quei programmi che al momento sono in comune alle due aree.

La proposizione, per il futuro, potrebbe essere del tipo: “ampio mandato alla Nasa per riguadagnare la leadership mondiale nel campo dell’esplorazione scientifica dello Spazio lontano, e pieno controllo del DoD e della comunità intelligence per l’accesso, l’utilizzazione e la popolazione dello Spazio vicino, in questo comprendendo le orbite terrestri basse, medie e geostazionarie”.

Ci sarebbe, ovviamente, un periodo intermedio di una decina d’anni in cui la “saldatura” delle due anime della politica spaziale statunitense si otterrebbe con un forte controllo della Nasa da parte di personale proveniente dal DoD/Usaf. Nel frattempo il DoD, attraverso un ruolo preminente dell’Agenzia militare Darpa, completerebbe l’assunzione in proprio del controllo delle attività scientifiche relative al trasporto spaziale (Rlv, Reusable Launch Vehicle), alle tecnologie orbitali ed alle costellazioni satellitari per le telecomunicazioni avanzate (Transformational Satellites, TS) e per la sorveglianza radar dello Spazio (Space Based Radar. Sbr).

Il vantaggio di questa “doppia strategia” per lo Spazio vicino e lontano avrebbe anche lo scopo di incanalare le cosiddette BRIC Nations (Brasile, Russia, India e Cina, oltre che la Ue) verso costosi sforzi di collaborazione con la Nasa per l’esplorazione scientifica lontana, lasciando così libero il campo agli Usa per i problemi di Sicurezza e Difesa. Il recente esperimento cinese sembra, tuttavia, porsi come un “incidente di percorso” di questa politica.

In Europa, l’Esa dispone di tutta l’esperienza necessaria per condurre programmi spaziali di qualsiasi tipo. Sinora, la sua capacità di condurre programmi significativi nel quadro del sistema di Sicurezza e Difesa della Ue ha trovato un limite nel riferimento agli “esclusivi compiti di pace” stabiliti nello Statuto, ma silenziosamente ha raggiunto una capacità autonoma di “accesso allo Spazio” e ha anche saputo conseguire risultati non marginali nell’intelligence dall’orbita. Considerato, tuttavia, che il concetto di Spazio Militare Europeo è ancora abbastanza vago e che solo ora sta movendo i primi passi, sembrerebbe essere ancora troppo presto per capire se e in quale misura l’Esa potrà davvero divenire Agenzia Spaziale unica per tutti i 27 Paesi dell’Unione.

In Italia, abbiamo recuperato con iniziative isolate il tempo perduto per l’inerzia del sistema e oggi, in Europa, non siamo gli ultimi della classe. C’è però da auspicare che in futuro il Piano Spaziale Nazionale si sviluppi in modo più coordinato, secondo direttive politiche chiare, comprendendo in un tutto armonico anche le esigenze generali prospettate dal Piano Spaziale della Difesa. Se vogliamo crescere, è necessario abbandonare, in Italia come in Europa, almeno parte dei nostri pur comprensibili pudori.

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