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Medio Oriente

Processo di pace: gli errori che non si rifaranno

22 Gen 2007 - Mattia Toaldo - Mattia Toaldo

Se veramente Abu Mazen e Olmert si incontreranno sotto gli auspici di Condoleezza Rice, vorrà dire che in Medio Oriente qualcuno una volta tanto ha imparato dagli errori del passato. Il processo di pace tra Israele e i palestinesi, iniziato a Oslo nei primi anni Novanta e conclusosi a Taba nel gennaio del 2001, aveva lasciato alcune “lessons learned”: l’inutilità degli accordi temporanei, la necessità di un coinvolgimento americano e il collegamento tra accordo di pace e sopravvivenza delle elite moderate di entrambi i paesi.

Basta accordi temporanei
Non è un caso che Abu Mazen abbia ripetuto anche a Condoleezza Rice che si siederà al tavolo delle trattative solo per firmare un accordo definitivo. Il processo di Oslo ha dimostrato che gli accordi temporanei danno fiato agli estremisti delle due parti e rendono il negoziato finale più difficile. Una lezione ribadita anche dalla sorte della Road Map, gradualista per definizione e rimasta quasi del tutto inattuata.

L’illusione degli anni Novanta è stata che una serie di accordi “interinali” avrebbe costituito la base di fiducia sulla quale poi si sarebbe potuto costruire un accordo complessivo sulle questioni più spinose. Ma la fase transitoria si reggeva su alcune ambiguità di fondo da una parte e dall’altra. In Israele metà dello spettro politico non voleva uno Stato palestinese. Proprio nel 1996, anno in cui sarebbero dovuti iniziare i colloqui sullo status finale, gli israeliani scelsero come primo ministro Benjamin Netanyahu, un uomo che nel suo libro “A Place Among Nations” di qualche anno prima scriveva di un unico Stato (ebraico) dal Mediterraneo al Giordano in cui i palestinesi avrebbero potuto chiedere col tempo la cittadinanza.

Anche dall’altra parte della linea verde c’erano dei “malintesi”. Gli stessi israeliani che negoziarono a Camp David nel 2000 raccontano che tra i palestinesi c’era la convinzione che, già durante il periodo degli accordi interinali, avrebbero ricevuto l’equivalente di oltre il 90% dei territori occupati. Tuttavia, al momento di iniziare le trattative sullo status finale, l’Anp esercitava direttamente la sua sovranità solo sul 13,5% della Cisgiordania e sul 70% della striscia di Gaza mentre gli abitanti delle colonie ebraiche erano raddoppiati negli anni successivi agli accordi di Oslo.

Ma queste ambiguità di fondo, probabilmente, non sarebbero bastate da sole a far fallire gli accordi. La struttura graduale del processo di Oslo, dava spazio agli attentati di Hamas e al movimento dei coloni: due forze che si aiutavano vicendevolmente nel diminuire il grado di fiducia tra le due popolazioni.

I sostenitori del processo di pace, Fatah e i laburisti israeliani, arrivarono al 2000 politicamente stremati dagli estremisti. Barak partì per Camp David privo di una maggioranza parlamentare in grado di approvare qualsiasi accordo egli avesse raggiunto. Arafat e Fatah, contestati dalla giovane guardia convinta che oramai solo le armi potessero risolvere la situazione, avevano bisogno di “vincere la pace” se non volevano la fine del loro gruppo dirigente.

Senza gli Usa non si può stare
Tuttavia la dannosità degli accordi temporanei non è l’unica lezione del processo di Oslo. Le trattative sullo status finale possono essere suddivise in 3 dossier: confini del nuovo Stato palestinese, sorte di Gerusalemme, profughi. Su tutte e 3 le “linee rosse” di entrambe le parti non coincidono: basti pensare che c’è una legge costituzionale del 2000 che vieta al premier israeliano di cedere anche parti del territorio di Gerusalemme ad altri Stati, mentre i palestinesi non considereranno mai il loro Stato “definitivo” se non avrà come capitale la parte orientale della città.

A Camp David mancò qualcuno in grado di colmare questa distanza tra le parti, costringendole a firmare la pace. Quando il presidente Clinton fece la sua proposta a dicembre del 2000, la seconda intifada era già cominciata, il suo mandato era in scadenza, le elezioni israeliane distanti solo un mese. Tre anni dopo, i reduci di quella stagione scrissero insieme il piano di Ginevra: un accordo di pace complessivo e realistico, ma che senza l’appoggio americano finì presto nel dimenticatoio.

Bush, memore dei fallimenti di Clinton, da presidente non ha mai visitato né Israele né i Territori Palestinesi. Ora però, come nota il giornale palestinese al-Hayat al-Jadida, si è reso conto che se vuole avere il sostegno degli arabi moderati deve mostrarsi attivo anche su questo fronte. Se la seconda lezione è quindi che serve un ruolo degli Stati Uniti, non si può non sperare che il nuovo coinvolgimento americano nella persona del Segretario di Stato porti buoni frutti.

Senza negoziato i moderati muoiono
A dare maggiore speranza è però la terza lezione che sia Fatah che le “colombe” israeliane hanno imparato dopo il 2001: entrambi i gruppi dirigenti non possono sopravvivere senza un accordo, solo Hamas e il Likud possono fare a meno di un interlocutore dall’altra parte.

Fatah ha vissuto dal 2001 una lunga agonia, culminata con la sconfitta elettorale dell’anno scorso: dopo gli accordi di Oslo si era strutturato sempre di più sul modello dei partiti-stato presenti in altri paesi arabi, in grado di costruire consenso attraverso la gestione della spesa pubblica e la garanzia della stabilità per i propri cittadini. Con il fallimento delle trattative del 2000-2001, Fatah è rimasto un partito-stato senza Stato.

Dall’altro lato della barricata, i laburisti israeliani hanno vissuto una crisi di consensi molto profonda, culminata con la scissione verso Kadima guidata dall’anziano leader Shimon Peres. Ehud Barak era uscito da Camp David dicendo che tra i palestinesi non c’era un soggetto credibile con cui trattare. Il suo successore Ariel Sharon aveva fatto dell’assenza di interlocutori il suo cavallo di battaglia e dell’unilateralismo la stella polare della sua politica: sia nella costruzione del muro, sia nel ritiro da Gaza (entrambe idee nate in campo laburista) il principio-guida era che Israele avrebbe fatto la pace da sola.

Anche quell’idea si è rivelata poco solida nello spazio della scorsa estate. Con il fallimento della via unilaterale alla pace anche Kadima rischia di estinguersi: secondo un sondaggio del quotidiano israeliano Ha’aretz se si votasse oggi il partito fondato da Sharon perderebbe l’80% dei suoi elettori, prendendo solo 12 dei 120 seggi della Knesset. Non è un caso che da fine novembre Olmert sia alla ricerca di un accordo, questa volta bilaterale.

Sia lui che Abu Mazen sono ciò che è sopravvissuto alla fine del processo di Oslo, se vogliono continuare ad esistere politicamente devono tornare al tavolo delle trattative. Ancora non sappiamo se hanno intenzione di fare sul serio o se pensano che basti recitare la parte di chi è disponibile a negoziare per poter sopravvivere ancora un altro po’.