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Scenari 2007

Per l’Europa un percorso ad ostacoli

3 Gen 2007 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Il 2006 si è chiuso con le pessimistiche previsioni di papa Benedetto XVI sul destino dell’Europa che “sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla storia”. L’affermazione di papa Ratzinger di fronte al clero romano si riferiva in particolare al declino delle nascite e allo sgretolamento delle famiglie, ma si può facilmente trasferire ai processi politici del Vecchio Continente.

Questa stanchezza, quasi psicologica, è palese. Il lungo periodo di stasi economica dall’inizio del nuovo secolo, cui è seguito il timore del progressivo ridimensionamento dello Stato sociale, è andato a impattare negativamente sulla politica di allargamento rendendola, per la prima volta nella storia dell’Unione, indigesta all’opinione pubblica. A loro volta questi segni di sfiducia e di incertezza hanno contribuito a minare le basi di razionalità del nuovo Trattato Costituzionale. Crisi istituzionale, allargamento e difficoltà economiche sono quindi un tutt’uno e dovranno in futuro essere risolte nella sequenza con cui si sono manifestate.

La forza dell’euro
Sul piano economico la ripresa è già nelle cifre (si veda l’articolo di Paolo Guerrieri), anche se i tassi di crescita sono modesti. Ma ciò che importa è che i trend di sviluppo siano solidi e che l’inflazione rimanga sotto controllo. Contemporaneamente si stanno faticosamente concludendo le politiche di limitata riforma dello Stato sociale, in parte sostenute anche dal nuovo dinamismo dell’economia. L’euro si afferma come punto di riferimento delle politiche fiscali nazionali, ma soprattutto sta espandendo il suo ruolo di moneta di riserva internazionale sia per motivi politici che di percepita solidità e affidabilità.

E’ questa una straordinaria notizia positiva per i dodici dell’euro (diventati tredici dal 1° gennaio con l’adesione della Slovenia) e un incoraggiamento ad affrontare il vecchio e irrisolto problema del governo economico del gruppo dell’euro, senza di cui alla lunga la moneta farà fatica a resistere alle divaricazioni interne e alle crisi finanziarie internazionali. Qualche meccanismo di governo, come la presidenza di due anni e mezzo (e non di soli sei mesi) già esiste, ma mancano ancora delle vere e proprie politiche economiche e fiscali comuni.

Una pausa per l’allargamento
Sul piano dell’allargamento, l’Unione ormai a 27 dovrà concedersi una pausa di riflessione, anche se dall’agenda non dovranno essere depennati i nomi della repubbliche balcaniche e della Turchia: i confini futuri dell’Unione dovranno includerli per il semplice motivo che la logica politica dell’inclusione rimarrà per i prossimi anni l’unica vera politica di sicurezza e di stabilità dell’Unione europea. I negoziati saranno lunghi, con alti e bassi, ma dovranno essere condotti con grande chiarezza e senza le consuete ambiguità, unico modo per favorirne “l’assorbimento” psicologico da parte dell’opinione pubblica europea.

Sulle questioni istituzionali si è detto e si è scritto molto in questi ultimi tempi. Ma al di là dell’attesa dei risultati elettorali francesi di maggio, la questione rimane “strutturale”: quale modello istituzionale potrà permettere all’Unione di allargarsi e al tempo stesso di rafforzarsi. Il dibattito sul salvataggio delle principali innovazioni del nuovo Trattato Costituzionale, come sostenuto da Germania e Italia, o sulla sua drastica semplificazione alla Sarkozy è certamente importante, ma non dà una risposta adeguata sul modello istituzionale del futuro.

Illudersi che in 27 o più si possa progredire tutti alla stessa velocità è impensabile. Una grande e sempre più larga Unione dovrà continuare a esistere, ma al suo interno dovranno nascere forme di cooperazione rafforzata. Il modello esiste già ed è quello dell’euro, un autentico successo di integrazione superiore, con regole e meccanismi più vincolanti, all’interno dello stesso Trattato.

Cooperazione inevitabile
Non esistono alternative a questo modello di “cooperazione strutturata”, per riprendere l’espressione coniata nel nuovo Trattato Costituzionale: i gruppi, monetari, degli affari interni o della difesa, potranno anche non coincidere fra di loro, ma mentre essi dovranno essere sempre accessibili agli altri Stati membri inizialmente esclusi (opting in), nessuno avrà la facoltà di recedere (opting out). Infine, per arrivare ad approvare un nuovo Trattato (fondamentale o costituzionale che sia), l’Unione dovrà far passare la norma che la ratifica di 2/3 degli Stati membri in rappresentanza della maggioranza dei cittadini sarà sufficiente a farlo entrare in vigore.

Semplice da dire, ma difficilissimo da ottenere. Servirà quindi all’Unione un soprassalto di capacità politica, nuovi leader in sostituzione delle numerose “anatre zoppe”, da Tony Blair a Jacques Chirac, che obbligano a rinviare le grandi decisioni. La riunione straordinaria di gennaio dei 18 paesi che hanno ratificato il Trattato Costituzionale potrà essere l’occasione per dare un forte segnale di volontà politica e di rinnovata responsabilità a rimettere sul tavolo il dossier istituzionale e per lanciare l’allarme sul reale rischio di “congedo dalla storia” lanciato da papa Benedetto XVI.