IAI
La guerra in Iraq

La tecnologia non basta

16 Gen 2007 - Lucia Marta - Lucia Marta

La crisi che percorre l’Iraq, riportata ogni giorno dai mass-media, ha imposto all’amministrazione americana una riflessione sulla sua strategia e le elezioni di metà mandato, perse dai repubblicani, l’hanno resa improrogabile. Alcuni analisti sostengono da tempo che l’Iraq non possa essere controllato da una forza eterogenea di 130.000 uomini (dove ce ne vorrebbero almeno 650.000, secondo un articolo apparso sull’Economist) tra forze alleate e forze irachene di dubbia preparazione e lealtà. Il Presidente Bush sembra essersene convinto e l’aumento delle forze americane sul terreno, perno di questa nuova strategia, può essere letto come il tentativo di affidare la gestione del territorio un po’ più all’uomo in quanto tale, e un po’ meno al vantaggio tecnologico che gli Usa hanno sul nemico.

La domanda che sorge, infatti, è: perché l’esercito più potente al mondo non ha trovato fino ad oggi una via di uscita ? Forse la superiorità tecnologica e militare in questi nuovi scenari non basta ? I vantaggi apportati dalla Rivoluzione degli Affari Militari (RMA) sono ancora vincenti nel pantano iracheno?

Forze interconnesse
A inizi anni ’90 la RMA ha proposto un cambiamento di grande portata basato sul dominio dell’informazione e sulla connessione in rete delle forze. Esse diventano leggere, agili e interconnesse tra loro attraverso un flusso di informazione continuo e globale che percorre l’intera catena di comando e controllo, partendo dagli Stati Maggiori a Washington fino al singolo soldato nelle strade di Baghdad. Il corollario che ne segue è la riduzione della presenza e quindi delle perdite umane in teatro, secondo la ferma convinzione che le guerre del XXI secolo si possano vincere, per così dire, con pochi soldati e tanta tecnologia.

Nonostante ciò, l’Iraq non ha dato i risultati sperati. Il nemico di oggi sa che sul campo tecnologico-militare non ha speranza di vittoria: lo scarto di potenza e superiorità è talmente grande che sarebbe suicida adottare una strategia di confronto diretto secondo quelle regole del gioco. Il nemico di oggi, dunque, individua un rivisitato metodo di confronto, nuovi scenari e nuovi campi di battaglia, colpendo proprio il tallone di Achille di una democrazia occidentale. Impregnata di tecnologia, e forse proprio per questo più sensibile che mai alla perdita di vite umane, l’opinione pubblica occidentale si nutre di quelle immagini, giunte in tempo reale, che i registi del dramma iracheno sanno sfruttare con un timing (anche pre-elettorale) perfetto. La guerriglia di strada funziona in Iraq: assicura quel centinaio di vittime irachene al giorno tale da permettere di etichettare il paese con parole di impatto mediatico e politico quali “guerra civile”, “democrazia vuota”, “sicurezza zero”. L’Iraq assicura altresì quel minimo di vittime occidentali sufficienti a superare la soglia di sopportazione di nazioni che pensavano, con la RMA, di essersi lasciate alle spalle questo atroce conto.

L’obiettivo strategico oggi in Iraq è il controllo del territorio, il controllo degli abitanti e il controllo di ciò che esce, ma soprattutto entra nel paese. E se è vero che sistemi di sorveglianza a lunga distanza e computerizzati permettono di individuare esplosivi lungo la strada, essi tuttavia non sono serviti a impedire a Baghdad la quotidiana costruzione artigianale di ordigni esplosivi, il loro trasporto, l’approvvigionamento di materiali e un minimo di coordinamento organizzativo della guerriglia. La supremazia tecnologica non è tanto meno riuscita a evitare una propaganda che parla da sola attraverso immagini quotidiane di sangue e che condannano le forze alleate all’odio locale.

Cambio di strategia
Di fronte a questa situazione e ai risultati delle elezioni di novembre, il Presidente Bush ha dunque deciso di cambiare strategia, voltando velocemente le spalle a Rumsfeld, difensore della RMA e contrario a un aumento di uomini sul terreno. Il Congresso ha già autorizzato un aumento temporaneo di 30.000 unità dell’esercito, mentre altri 21.500 soldati sono pronti a partire tra gennaio e maggio, per un costo aggiuntivo di 6,8 miliardi di dollari nel 2007.

Purtroppo questa decisione arriva tardi e oggi, dopo quasi quattro anni dall’invasione in Iraq, reperire e sostenere finanziariamente questo aumento di forze non sarà facile. Anche nelle più povere periferie americane è ormai corsa la voce che i soldi in gioco per partire sì son tanti, la fedina penale torna sì candida e splendente, ma anche che la sopravvivenza in quella terra è una lotteria. Il bisogno di effettivi spinge allora verso il modello “légion étrangère”, dove la domanda si incontra con l’offerta di quelli che, se non possono entrare in America dalla porta (murata), possono farlo attraverso la finestra, con una deviazione di percorso che passa da Baghdad o da Kabul. A oggi, sono già 30.000 i soldati che aspettano la cittadinanza americana.

I soldati in partenza verranno addestrati secondo un recente manuale dal titolo “FM 3-24 Counterinsurgency” che li preparerà al loro nuovo incarico. Questo manuale interforze conferma dunque un cambiamento di approccio nell’amministrazione americana, che non è più soltanto net-centrico, ma anche, usando un gioco di parole, man-centrico. Esso infatti non si concentra sul ”high-tech fire power”, ma su tecniche “umane” di gestione di un territorio sul quale l’imperativo, oggi, è di massimizzare l’appoggio della popolazione locale. Accompagnati da un consigliere culturale (oltre che da uno legale e politico), le forze sul terreno devono imparare ad adattarsi al contesto, devono essere nation-builders oltre che guerrieri, operatori sociali oltre che occupanti. Gli uomini migliori dovrebbero essere assegnati ai reparti di sorveglianza e intelligence ma, soprattutto, è indispensabile la presenza un gruppo corposo di uomini dedicato alla controguerriglia e alla sorveglianza che quasi porta a porta stani nascondigli, attività di “artigianato esplosivo” e che controlli di fatto le porose frontiere.

In Afghanistan, dove la situazione è senz’altro diversa e più sotto controllo, gli attacchi terroristici suicidi sono apparsi con forza, richiedendo quindi gli stessi sforzi. Bert Koender, parlamentare laburista olandese, in un incontro della Nato-PA ha chiesto agli alleati uno sforzo per conquistare “cuori e menti” locali, con progetti in aree di priorità quali l’irrigazione, le infrastrutture, la fornitura di energia.

Il peso finanziario
La grave crisi che, secondo alcuni (Valsania, Jaffe – Stewart), attraversa il miglior esercito del mondo, colpisce essenzialmente l’Army, ossia il cuore delle truppe da combattimento e la principale protagonista di una strategia di sorveglianza e controllo del territorio. La spirale di crisi riguarda, come è stato detto, il personale, ma è anche finanziaria. Gli equipaggiamenti (anche quelli di base di un soldato), gli armamenti, l’addestramento e i salari sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni. La spartizione delle risorse, per quanto siano esse elevate, dovrà trovare quindi un saggio equilibrio tra uomo e macchina e tra le varie componenti delle forze armate.

La RMA e la superiorità tecnologico-militare americana sono servite a sbaragliare in brevissimo tempo il regime talebano e la tirannia di Saddam Hussein, dimostrandosi adatte e anzi preziose in situazioni di conflitto classico fra eserciti in campo aperto. Ma l’Iraq e l’Afghanistan post-invasione escono da questa classicità e risulta evidente che per la stabilizzazione dei due paesi essa non basta. Oggi finalmente si riconosce la necessità di quel ritorno all’uomo che non aveva trovato spazio nella strategia di Rumsfeld. È giunto dunque il momento per gli Usa di adattarsi al nemico, al suo livello e alla sua strategia di combattimento, e ricordare all’opinione pubblica che, comunque sia, in nessuna guerra la perdita di vite umane sta da un lato solo dello steccato.