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Unione europea

Il Mediterraneo prossima frontiera

22 Gen 2007 - Matteo Calabresi - Matteo Calabresi

Il tentativo di pensare al Mediterraneo come a un elemento di unione piuttosto che ad un ostacolo alla continuità territoriale non passa solamente per la cooperazione economica e finanziaria finalizzata alla realizzazione di una zona di libero scambio. Contempla, al contrario, anche una profonda riforma delle istituzioni e delle società civili. Con la Dichiarazione di Barcellona, infatti, i paesi della sponda sud del Mediterraneo si sono impegnati a rendere i propri sistemi istituzionali più democratici e partecipativi: “liberi” nel senso più ampio del termine.

Tale libertà non va intesa solamente come fruizione dei diritti civili e politici, già presenti almeno sulla carta in tutti gli Stati della regione, bensì, cosa assai più difficile, come “liberazione dell’individuo da tutti quei fattori che sono in contrasto con la dignità umana come la fame, le malattie, l’ignoranza, la povertà o la paura”. Resta comunque il fatto che questi paesi si sono riservati la facoltà di salvaguardare le proprie specificità, mantenendo il diritto a sviluppare liberamente la propria struttura politica, economico-giudiziaria e socio culturale.

Forti criticità
A dodici anni dalla firma della Dichiarazione di Barcellona molte ancora sono le perplessità e molti non esitano a definire l’intero processo un fallimento. I maggiori ostacoli all’attuazione del programma si possono riassumere con tre criticità: (i) l’effettiva capacità e volontà delle società civili di adeguarsi alle riforme richieste e indotte dal Partenariato Euro-Mediterraneo (PEM); (ii) l’adeguamento delle “nuove” istituzioni alle realtà locali: vi è il rischio cioè che, nel tentativo di riforma, vengano introdotti modelli istituzionali di stampo occidentale, che non necessariamente si rivelino “tagliati” per sistemi governativi come quelli arabi; (iii) il pericolo di un rapporto troppo “sbilanciato” tra i paesi firmatari la Dichiarazione anche alla luce dell’allargamento ad est dell’Unione Europea.

Quest’ultimo punto merita un approfondimento. Si è molto parlato degli strumenti finanziari adottati dalla Ue per agevolare il processo di transizione dei paesi dell’Area; ebbene, questi aiuti potrebbero divenire un forte strumento di pressione nei confronti dei Governi locali, soprattutto di quelli che hanno difficoltà nel reperire in altro modo le risorse finanziarie necessarie per realizzare il piano di riforme richiesto dal PEM. Di conseguenza, contribuirebbero ad accentuare la normale divisione tra paesi donatori e riceventi, in quanto i primi detentori del “corretto” know-how, e i secondi bisognosi di riforme strutturali.

Il rischio, quindi, si materializzerebbe nella concreta sensazione di un rapporto squilibrato, nel quale la partnership è solamente subita e non anche condivisa, e le riforme politiche, sociali ed economiche, che dovrebbero nascere e svilupparsi in modo autonomo dal tessuto interno del Paese, sono guidate e stimolate più dalla prospettiva di ottenere un flusso consistente di aiuti economici, piuttosto che da un’effettiva consapevolezza della loro necessità. Benché il programma di cooperazione nasca con un approccio paritario, nei fatti si trasforma in una forma di pressione indiretta che pone i paesi della sponda sud davanti alla sostanziale scelta di accettare la cooperazione e le proposte di riforma o cavarsela con i propri mezzi.

Un partenariato ineguale
Il processo in sé ha, infatti, una natura sostanzialmente bilaterale il che permette ad un’Unione Europea compatta di negoziare con ogni stato della sponda sud a livello individuale. Questo fa si che l’Unione Europea metta sul piatto della bilancia una forza economica e un approccio coordinato in fase di negoziazione non paragonabile a quello di nessuno Stato del mediterraneo preso singolarmente. Inoltre tale approccio finisce per impedire agli Stati della sponda sud di aggregarsi in un unico blocco economico regionale che consenta loro di rafforzare il proprio peso negoziale. Infine, il recente allargamento ad est dell’Unione Europea crea nuove fondamentali problematiche per la cooperazione Euro-Mediterranea.

In primo luogo è da notare come le economie dei paesi arabi viaggino su binari simili per quanto riguarda la produzione di beni, sia in termini di composizione che di tecniche manifatturiere, oltre che negli standard qualitativi e dell’uso della tecnologia. Inoltre la base industriale di questi paesi, sul totale dell’economia nazionale, è molto ridotta il che si traduce in una quota molto esigua di merci proiettata sul mercato globale. Questi due fattori rappresentano un ostacolo ad una riforma economica degli stati arabi in vista di un’integrazione in una zona di libero scambio globalizzata quale si prospetta nel 2010.

L’ostacolo dell’allargamento Ue
L’entrata degli Stati dell’Europa orientale nella Ue porterà sicuramente i loro prodotti ad aumentare di valore in concordanza con le varie specifiche qualitative, tecniche, di sicurezza e sanitarie imposte da Bruxelles. Il conseguente allargamento del mercato dei prodotti agricoli provenienti dai nuovi Stati membri porterà la Ue a essere sempre più autosufficiente per quanto riguarda l’approvvigionamento di beni primari. Tali prodotti, inoltre, dovranno necessariamente godere di trattamenti preferenziali a danno di quelli provenienti dai paesi della sponda sud del mediterraneo. Paesi questi ultimi che sono grandi esportatori di frutta e verdura, ora posti in diretta competizione con i neo membri della Ue.

Con un approccio del genere, mentre l’Ue vede nel processo di Barcellona un’opportunità di ulteriore sviluppo economico da raggiungere tramite la ristrutturazione in termini di liberalizzazione dei mercati interni e delle strutture economiche dei paesi della sponda sud, gli Stati arabi vedono l’applicazione della dichiarazione di Barcellona portare molti svantaggi economici alla luce della propria rigida struttura economica. Inoltre il rapporto di partenariato è visto in realtà come una relazione eurocentrica e non come paritaria come il nome suggerirebbe.

La politica delle riforme
Dal punto di vista psicologico inoltre, dopo gli attacchi dell’11 settembre la scelta di campo è diventata ancor più marcata. Non accettare la cooperazione e le direttive per una “corretta” riforma può essere interpretata dall’Occidente come una scelta di campo piuttosto che una normale volontà di cercare una terza via di sviluppo della società nazionale. Le intenzioni della cooperazione Europea e della Dichiarazione di Barcellona di un programma finalizzato alla pace ed alla crescita del Mediterraneo possono facilmente essere fraintese.

Il varo di una serie di riforme comporta quindi un profondo cambiamento dello Stato, della società civile e del settore privato, in modo che il principio di una corretta amministrazione della cosa pubblica possa attecchire a tutti i livelli del sistema di governo.

Senza alcun dubbio, nello scorso decennio i paesi mediterranei hanno fatto un primo importante passo verso gli obiettivi di Barcellona, viste le molte riforme avviate in vari campi di vitale importanza per la rinascita democratica di questi Paesi. Riforme avviate e varate con l’intento di rendere i sistemi di governo il più compatibili possibile con le strutture politico-economico-amministrative dei paesi occidentali. Tuttavia, nella maggioranza dei casi si tratta di riforme che si trovano ancora a uno stadio embrionale, ovvero ancora molto frammentate per risultare pienamente efficaci. Inoltre, la mancanza di un’autorità capace di far applicare le leggi riformate in maniera rapida ed affidabile favorisce comportamenti scorretti ed ostacola la formazione di un ambiente favorevole ad incentivare l’iniziativa privata domestica ed estera.

Riforme dei settori bancario, finanziario e giudiziario non possono che essere propedeutiche per l’obiettivo fissato nel 2010 di una zona di libero scambio. Al momento le riforme in questi settori proseguono a rilento per la difficoltà del sistema paese di assorbirle fino in fondo e per la mancanza delle strutture logistiche e funzionali necessarie ad un’applicazione corretta delle regole che queste riforme comportano. Sullo stesso piano si trovano le riforme del sistema pensionistico e del diritto familiare che trova ostacoli in altri settori delle società dei paesi della sponda sud.