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Scenari 2007 - Editoriale

Grande è il disordine…

3 Gen 2007 - Enrico Sassoon - Enrico Sassoon

Crisi della leadership o crisi di leadership? Le due espressioni sono identiche solo a prima vista. Riformulate, la prima si domanda se sia la figura stessa del leader in crisi nel mondo intero, con la conseguenza di un grado decrescente di governabilità, mentre la seconda si chiede se siamo di fronte solo a una temporanea mancanza di leader efficaci, capaci di porre le tensioni sotto controllo e di avviare a soluzione i problemi complessi che il 2006 ci ha lasciato in eredità.

Nei fatti, il mondo soffre oggi sia di una crisi del concetto stesso di leadership, sia della mancanza di leader credibili in tutte le situazioni più importanti. La conseguenza è che il disordine sotto il cielo aumenta e che le tensioni internazionali, in primo luogo di carattere politico, ma anche nel campo economico e commerciale, si aggravano anziché tendere a soluzione.

Quadro politico complesso
È probabilmente ingiusto attribuire a Bush la responsabilità del fallimento della strategia americana in Iraq, la sostanziale incomprensione del quadro strategico, la mancanza di soluzioni di carattere politico. Nei fatti, la responsabilità dell’insuccesso deve essere ripartita anche sui principali collaboratori, alcuni dei quali hanno già pagato di persona la sconfitta elettorale repubblicana di novembre, e sugli alleati europei, che una volta di più si sono illusi di potere fronteggiare con soluzioni semplici problemi complessi. Dunque, la mancanza di una leadership efficace riguarda oggi l’America, ma anche un’Unione europea ancora alla ricerca di una propria coesione interna in funzione di una presenza internazionale.

Il 2007 ripropone il caos mediorientale con poche varianti. L’influenza americana è in calo e quella europea è solo apparentemente in ascesa. Questioni come il Libano, nonostante la presenza delle truppe di interposizione tra Israele e Hezbollah, o come l’Iran, malgrado alcuni timidi segnali di opposizione interna, non presentano facili appigli. Nell’infinito confronto tra Israele e palestinesi, Olmert rimane un leader debole, ma lo scontro tra Abu Mazen e Hanieh allontana le prospettive di un negoziato. Nella confusione, la Siria di Assad e l’Iran di Ahmadinejad possono continuare a perseguire i propri obiettivi di potenza regionale e i seguaci di Bin Laden hanno buon gioco per gettare olio sul fuoco.

La comunità internazionale, di fronte al lungo elenco di questioni calde e di punti di tensione, guarda talvolta con speranza alle Nazioni Unite. Ma è in realtà chiaro a tutti che nei casi di vera crisi l’Onu ha poco da proporre: lo si è visto nel caso del conflitto israelo-libanese; in quello della proliferazione nucleare posto da Iran e Corea del Nord; o nelle situazioni drammatiche come il Darfur o la recente crisi della Somalia.

La crisi di leadership dell’America, l’inconsistenza dell’Europa, l’attendismo della Russia e l’ambiguità della Cina si compongono, nel quadro globale, con la perdurante debolezza dell’Onu per creare un vuoto di potere nel quale continueranno a inserirsi i paesi o le organizzazioni che puntano, tramite guerre e terrorismo, ad accentuare le tensioni e l’instabilità.

Crescita e ineguaglianze
Dal punto di vista dell’economia le prospettive del 2007 si presentano, invece, molto più rosee, al punto che il decennio in corso potrebbe rivelarsi il più dinamico del dopoguerra, quanto e forse più dei decenni del boom, i mitici anni Cinquanta e Sessanta. Si parla in media di una crescita di oltre il 3% all’anno, ma tra 2006 e 2007 di uno sviluppo superiore al 5 per cento. Il problema che, però, continua a porsi è quello delle disuguaglianze, sia tra paesi, sia all’interno dei diversi paesi.

Occorre, certamente, apprezzare il fatto che dalle aree sviluppate, e cioè da Usa, Giappone ed Europa occidentale, il primato della crescita si stia spostando altrove. Questo sarà un nuovo anno boom di Cina e India, di diversi paesi dell’Europa dell’Est, dell’America Latina e in minor misura dell’Africa. Ma la crescita resta fortemente squilibrata e lo sviluppo reale concentrato su settori limitati della popolazione. La formula del capitalismo di mercato si è affermata, dopo il crollo del socialismo reale, come unica e insostituibile e come molla straordinaria di sviluppo. Ma allo stesso tempo si è dimostrata incapace di attenuare le disuguaglianze e di anticipare le crisi.

Il 2007 si presenta dunque come anno di crescita forte, ma si trascina dietro problemi vecchi e nuovi. Solo a titolo esemplificativo, dobbiamo tenere presente la situazione di squilibrio commerciale degli Usa e la debolezza del dollaro, che mantiene intatto il potenziale di una crisi monetaria devastante; l’instabilità degli equilibri energetici, sia nel mercato petrolifero sia in quello del gas, dove oltre al ruolo dei paesi mediorientali va tenuto presente lo spregiudicato atteggiamento della Russia di Putin; il fallimento dei tentativi di riordino del commercio mondiale nel quadro Wto e le tendenze neo-protezioniste che ne scaturiscono; gli effetti della ipertrofica crescita industriale cinese sulla domanda mondiale di energia ma anche, e forse soprattutto, sulla produzione di gas serra e sui cambiamenti climatici globali.

Il 2007 non sarà, dunque, un anno più facile del trascorso 2006. Per fronteggiare le gravi questioni poste dal quadro geo-politico internazionale e i potenziali rischi insiti in una crescita economica dinamica ma squilibrata occorreranno forte consapevolezza e determinazione, e soprattutto forti dosi di coraggio nelle leadership di tutti i più importanti paesi e delle organizzazioni internazionali. Ma è probabilmente proprio la capacità di leadership la vera risorsa scarsa con la quale dovremo fare i conti nell’anno che viene.