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Scenari 2007

È in mano alla Russia il futuro energetico dell’Europa

4 Gen 2007 - Alberto Clò - Alberto Clò

La scena politico/energetica internazionale di fine 2006/inizio 2007 si è dipanata secondo il medesimo copione che vivemmo amaramente un anno fa: con esiti meno eclatanti ma di non minore, ancorché inavvertita, rilevanza. Esiti di cui, prima o poi, l’Europa pagherà costi salati.

Russia spregiudicata
Esattamente un anno fa, si ricorderà, assistemmo alla capitolazione dell’Ucraina al ricatto di Mosca sulle forniture di metano. Quest’anno, la Bieolorussia ha ceduto alla sola minaccia di rivivere la stessa sorte. Il 1° gennaio 2006 la Russia di Valdimir Putin non esitò, infatti, mentre imperversava un freddo polare, a tagliare le forniture di metano a Kiev – e quindi ai paesi europei che da quelle forniture dipendono per 1/3 dei consumi – per costringerla ad accettare l’aumento dei “prezzi politici” applicati sin dai tempi dell’ex-Urss, ma, ancor prima, per altre due ragioni di natura squisitamente politica. In primo luogo, per ricondurre a ubbidienza il Governo (allora) filo-occidentale di Kiev e dare una severa lezione anche per ammonire gli altri recalcitranti paesi ex-satelliti, in primis Bielorussia e Georgia. In secondo luogo, per fiaccare le resistenze dei paesi europei verso l’entrata del monopolista Gazprom – “le bras armè du Kremlin” secondo Le Monde del 5 luglio 2006 – nei loro mercati finali. Un’armata, a sottolinearne la forza, che controlla un 30% delle riserve mondiali di gas, 1/5 della sua produzione mondiale, 300 mila addetti, 270 miliardi di dollari di capitalizzazione, pari all’8% del Pil russo.

Su entrambi i fronti la Russia ha stravinto. Su quello ucraino, il cui Governo fu costretto, dopo debole resistenza, ad accettare il diktat di Mosca di un raddoppio dei prezzi, per essere poi di lì a poco destituito e dover subire lo stop alla sua entrata nella Nato e nella World Trade Organization. Non minore successo sul fronte europeo. I tre mercati più importanti, Germania, Italia, Francia, hanno sottoscritto accordi bilaterali che prevedono l’entrata di Gazprom nei loro mercati di consumo – così rafforzandone la posizione dominante – pur di vedersi garantite forniture di metano nel lungo termine a prezzi, peraltro, maggiorati, non potendone fare a meno per la mancanza di consistenti alternative.

Europa senza difesa
La vittoria di Putin è la sconfitta dell’Europa. Una Europa pronta a far la voce grossa con i paesi membri quando si tratti del Patto di Stabilità, ma silenziosa e pusillanime quando si debba affrontare la più delicata e spinosa questione della “sicurezza energetica”. A cui sono sì legati i nostri futuri destini. La lunga marcia di Mosca va ottenendo, battaglia dopo battaglia, vittorie forse insperate allo stesso Putin. Per coglierne appieno il senso è utile tornare a un documento strategico del Cremlino del 2003 in cui si affermava che “petrolio e metano sono i principali strumenti della politica interna e internazionale della Russia e che dal ruolo che essa saprà guadagnare sui mercati energetici mondiali dipenderà la sua influenza geopolitica”.

In queste parole è condensata la “dottrina energetica” e l’offensiva della Russia lanciata nei confronti dell’Europa, forte del rialzo dei prezzi di petrolio e metano (di 3-4 volte dal 2002) che le ha consentito di recuperare una piena indipendenza finanziaria: con l’anticipato (e passato sotto silenzio) rimborso al mondo occidentale (il 21 agosto 2006) di 22,5 miliardi di dollari cash di debiti contratti dall’Unione Sovietica con i 17 paesi riuniti nel “Club di Parigi”. Un’offensiva che si è andata sviluppando su un duplice fronte: il mercato interno europeo (e degli ex-paesi satelliti) e il mercato internazionale da cui l’Europa sempre più dipende.

Duplice l’obiettivo. In primo luogo, controllare l’intera catena del valore del gas metano – dall’estrazione al consumatore finale – così da accrescere potere di mercato, profitti, certezza della domanda. Se poi intenderà sfruttare questo potere per conseguire obiettivi d’altra natura, come ha dimostrato di poter fare con Ucraina e Bielorussia, è l’interrogativo che ci si dovrebbe porre. In secondo luogo, “accerchiare” il mercato europeo con un “patto di ferro” siglato nell’agosto scorso con l’Algeria, con cui assicura il 70% delle importazioni e il 50% del consumo europeo.

Forniture insostituibili
L’insostituibilità (verso altri fornitori e verso altre fonti energetiche) delle forniture russe e algerine (se non nel lunghissimo periodo) conferisce a questi paesi un potere oggi difficilmente contrastabile. Lo si doveva e lo si poteva fare in modo lungimirante molto tempo addietro: evitando che i bilanci energetici europei, specie le centrali elettriche (con massimi nel nostro paese), andassero letteralmente “a tutto gas”. Una volta che la riconversione è avvenuta, l’impiego del metano è obbligato e insostituibile.

Sono le nostre scelte, dunque, ad avere rafforzato il potere negoziale della Russia. A questa prioritaria ragione se ne aggiungono altre tre. Primo: l’assoluta latitanza dell’Unione Europea, impossibilitata a conseguire una qualsiasi comune linea di politica estera in campo energetico e incapace di una qualsiasi azione interna volta a rafforzare la sicurezza dei rifornimenti. Non una sola iniziativa è stata adottata dai Governi e dalle burocrazie di Bruxelles dopo l’allarmante crisi del metano di inizio 2006. Molti documenti, un qualche (del tutto inutile) vertice, ma nessuna decisione sulla messa in comune delle scorte strategiche di metano, sull’adozione di meccanismi di mutuo soccorso (come già avviene col petrolio), sul rafforzamento delle capacità di stoccaggio. Semplicemente e amaramente: nulla!

Secondo: forte disomogeneità degli interessi (in mancanza di una comune politica) tra gli stessi paesi europei, abilmente sfruttata dalla Russia: con la conclusione di accordi bilaterali che di fatto ne rafforzano il potere negoziale. I concreti timori di una futura scarsità dell’offerta di metano – con la previsione di un raddoppio delle sue importazioni entro il 2020 a oltre 670 miliardi di metri cubi, circa il 90% dei consumi – hanno innescato una costosa competizione (l’unica di cui vi sia traccia nel mercato europeo) tra i paesi europei per garantirsi “rapporti preferenziali” con la Russia, senza alcuna considerazione degli effetti che ne sarebbero potuti derivare sugli altri paesi europei (o ex-satelliti).

Terzo. l’asimmetria degli assetti istituzionali del sistema energetico europeo rispetto a quello russo: col primo ampiamente liberalizzato e privatizzato, e quindi contendibile sul piano sia del mercato che della proprietà delle imprese, e il secondo chiuso in un impenetrabile monopolio, ribadito in una legge approvata dalla Duma nel 2006, sotto un sempre più stretto controllo politico/proprietario del Cremlino.

Emblematico il netto rifiuto di Mosca a ratificare il Trattato sulla “Carta dell’Energia” del 1991, che fissava regole per la reciproca apertura dei mercati, per il transito del metano, per la tutela degli investitori. Un’asimmetria che finisce per rafforzare la Russia sui mercati europei attraverso quello che, lo scorso 30 settembre, l’International Herald Tribune ha definito il “cavallo di Troia” di Gazprom. La vittoria di questi giorni sulla Bieolorussia rafforza ulteriormente la posizione di Mosca che ha ottenuto non solo, e non tanto, il raddoppio nel 2007 dei prezzi delle sue forniture, ma soprattutto di acquisire il 50% della impresa energetica locale Beltransgaz (per 2,5 miliardi di dollari) così guadagnando uno stretto controllo dei sistemi di gasdotti che veicolano il gas verso la Polonia e la Germania.

Il disarmante commento della Commissione di Bruxelles, secondo cui gli importanti stoccaggi di metano accumulati quest’anno – non certo per particolare lungimiranza, ma soprattutto per l’insperato buon clima di questo inverno – mettevano l’Europa al riparo dagli effetti di una nuova “emergenza gas”, o il compiaciuto commento di un responsabile politico di primo piano che sottolineava come l’impatto di una nuova eventuale crisi metanifera sulle nostre forniture sarebbe stato marginale “visto che il nostro import è interessato solo parzialmente dalle infrastrutture di trasporto bielorusse” conferma una volta di più l’inconsapevolezza nella classe politica europea dei rischi che all’intera Europa possono derivare dalla dipendenza estera delle forniture di metano. Un’inconsapevolezza cui corrisponde una ancor più colpevole irresponsabilità sui modi con cui farvi concretamente fronte.