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Scenari 2007

Ancora un anno di instabilità politica internazionale

3 Gen 2007 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Il 2007 sarà un anno importante, che definirà le grandi tendenze del futuro sistema globale. Verranno al pettine i nodi delle principali crisi internazionali in atto.

In Iraq scopriremo se il Presidente Bush avrà il coraggio e l’immaginazione necessari per abbracciare un deciso cambio di strategia o se continuerà a seguire la strada già intrapresa, magari preparandosi a gestire un ritiro più o meno affrettato e disastroso. In ambedue i casi le sue scelte condizioneranno profondamente il futuro del Medio Oriente.

Qualcosa del genere si delinea per l’Afghanistan. Anche in questo caso è necessario affrontare il problema della scarsa credibilità del governo centrale e la sotterranea politica di destabilizzazione condotta da quel preoccupante vicino che è il Pakistan. In Afghanistan si gioca la credibilità stessa della Nato, e questo dovrebbe preoccupare seriamente noi europei, per il futuro del nostro attuale sistema di sicurezza.

In Somalia, come in Sudan, in Nigeria e in numerosi altri paesi africani si giocano partite spietate per il controllo di territori sterminati e di importanti risorse energetiche e minerarie. Gli interventi della comunità internazionale sono stati sinora sporadici e limitati. In alcuni casi (vedi Somalia) hanno persino peggiorato la situazione. In altri (vedi Darfur e l’insieme delle crisi centro africane) sembrano attendere che si sviluppi un disastro transnazionale di proporzioni epiche, che potrebbe mettere in crisi contemporaneamente più governi e più paesi, rimettendo in discussione persino le stesse frontiere ex-coloniali.

La frammentazione protezionista che si delinea nel mercato energetico si aggiunge a queste crisi complicandole e approfondendole. Così anche le tendenze alla proliferazione nucleare, certamente rafforzate dal comportamento contraddittorio degli Stati Uniti (vedi l’accordo con l’India sulla tecnologia nucleare civile e il comportamento più che accomodante nei confronti del Pakistan) e dall’apparente incapacità della comunità internazionale di gestire efficacemente le crisi dell’Iran e della Corea del nord.

La tentazione di un disimpegno
Tutto farebbe pensare alla necessità di un impegno molto più incisivo e coerente nella gestione delle crisi da parte dei maggiori paesi. Ma gli Stati Uniti e le altre maggiori potenze hanno in questi anni subito gravi perdite e temono di restare impantanate in situazioni incontrollabili. Il rischio maggiore, dunque, è che, nel corso del 2007, si vada affermando un crescente isolazionismo delle maggiori potenze, disposte forse a sponsorizzare missioni del tipo “mordi e fuggi”, per tamponare un rischio immediato, o risolvere una minaccia precisa nei confronti della loro sicurezza, ma sempre meno disponibili a impegnarsi in lunghe, costose e incerte operazioni peace-making e state-building (magari bilanciando politicamente questo ritorno al “sacro egoismo” con un incremento delle politiche di aiuto umanitario di emergenza).

Qualcosa del genere sembra delinearsi in queste ore in Somalia, dove la guerra contro le Corti Islamiche è stata delegata all’esercito etiope e ai suoi alleati somali, senza dimostrare grandi preoccupazioni sul futuro degli equilibri locali e regionali. In passato, un atteggiamento simile portò all’occupazione siriana del Libano: premessa per gravissimi futuri sconquassi politici e di sicurezza (basti pensare agli Hezbollah e ad Hamas).

Aumenta la minaccia fondamentalista
Il terrorismo internazionale di stampo fondamentalista islamico ha subito dure sconfitte, specie quando si è esposto in campo aperto (come in Afghanistan e in Somalia), ma si è adattato e trasformato, trovando nuove strutture e alleati: è probabile che abbia perso di potenza, ma in compenso ha guadagnato in estensione, diffondendosi non solo in Medio Oriente e in Asia, ma anche in Africa e in Europa. La strategia militare imposta dagli Stati Uniti si è dimostrata incapace di bloccare questa trasformazione e di conseguire risultati decisivi. Un nuovo approccio si impone, ma deve ancora fare i conti con la frammentazione delle strategie seguite nei vari paesi.

Molto potrebbe dipendere dagli sviluppi dell’Ue. Questa nuova gigantesca realtà economica e politica è minacciata direttamente ai suoi confini dalle crisi in atto, subisce la crescita del nuovo terrorismo fondamentalista ed è fortemente esposta alle crisi del mercato energetico: il suo stesso tradizionale quadro di sicurezza, garantito dall’Alleanza Atlantica, è oggi sempre meno credibile e utile per affrontare le nuove minacce. Esso non sembra neanche in grado di fornire un efficace quadro di riferimento nei confronti delle evoluzioni in atto in Russia.

Governi deboli ed equilibri politici interni instabili hanno spinto i paesi europei ad abbracciare politiche di temporeggiamento e rinvio. Il 2007 difficilmente concederà ancora a lungo un simile lusso.