IAI
Afghanistan

Se il Talebano rialza la testa

13 Dic 2006 - Livio Caputo - Livio Caputo

C’è un punto su cui maggioranza e opposizione – nelle persone del ministro degli Esteri Massimo D’Alema e dell’ex ministro della Difesa Antonio Martino – si trovano d’accordo: la missione della Nato in Afghanistan, che attualmente comprende quasi quarantamila uomini di una ventina di nazioni, tra cui quasi duemila italiani, durerà “molti anni”. Il suo compito è di stabilizzare il governo del presidente Karzai e di respingere la nuova offensiva dei Talebani nelle province sudorientali, che ha ripreso inaspettato vigore nel corso del 2006. Né D’Alema, né Martino si sono peraltro pronunciati su quale dovrebbe essere l’obiettivo finale della spedizione, la prima dell’Alleanza atlantica fuori dai suoi tradizionali confini e la prima in cui le sue truppe sono seriamente impegnate sul terreno, con uno stillicidio quasi quotidiano di perdite. La situazione, infatti, è così grave e le possibili complicazioni sono talmente numerose, che tutti preferiscono evitare prese di posizione troppo nette.

Ripresa fondamentalista
In Afghanistan bisogna restare per impedire che Al Qaeda torni a impadronirsene e che ne facciano di nuovo una palestra per l’addestramento dei terroristi di tutto il mondo, ma prevedere quando questo pericolo verrà meno è praticamente impossibile.

Karzai è stato meno prudente: a una recente riunione di governatori locali, ambasciatori occidentali e militari atlantici a Kandahar ha dichiarato che “un fallimento nel pacificare l’Afghanistan distruggerebbe l’intera regione” e ha accusato il vicino Pakistan di essere il principale responsabile della ripresa della minaccia fondamentalista. “Qui noi combattiamo” ha aggiunto “i sintomi del terrorismo, non le sue radici, che si trovano oltre frontiera”.

La requisitoria del presidente afgano coincide con un reportage esclusivo del New York Times, che rivela la nascita di un vero e proprio mini-Stato talebano, colpevolmente tollerato dalle autorità pachistane, nella regione di frontiera del Nord Waziristan dove si presume che siano nascosti anche Osama Bin Laden e il suo numero due, il medico egiziano Al Zawahiri. In questa montagnosa enclave, in cui i Talebani hanno sottomesso anche i potenti capi tribali, Al Qaeda sta riproducendo, su scala più ridotta, le attività che svolgeva in Afghanistan prima del 2001: indottrinamento di nuove reclute e addestramento di terroristi e di attentatori suicidi da inviare poi in giro per il mondo.

Secondo fonti pachistane vicine agli Stati Uniti, ai Talebani si sarebbero già uniti dai 1.500 ai 2.000 combattenti stranieri provenienti da tutto il mondo islamico e l’afflusso sarebbe in continuo aumento. È a loro che bisogna attribuire la proliferazione dei kamikaze in Afghanistan, dove questa pratica, così diffusa in Iraq e in Palestina era, fino a poco tempo fa, del tutto sconosciuta. Secondo gli analisti, nel mini-Stato talebano si sarebbero concentrati un certo numero di comandanti talebani – Jalajuddin Haqqani, Beitullah Mesud, Saddiq Noor, Mullah Dadullah e altri – i quali starebbero in questo momento preparando una massiccia offensiva di primavera che potrebbe mettere in serie difficoltà una Nato divisa e dotata per ora di mezzi insufficienti.

Il recente vertice di Riga non ha infatti centrato i due obiettivi che il segretario generale De Hoop Scheffer si era proposto: primo, ottenere l’invio di consistenti rinforzi per fare fronte a compiti sempre più onerosi; secondo, convincere Italia, Germania, Francia e Spagna, che hanno avuto la fortuna di essere assegnate alle province meno turbolente, a consentire all’impiego delle loro truppe anche sul fronte sud-orientale, dove inglesi, americani, olandesi e canadesi sono invece impegnati in una vera e propria guerra.

I nostri potranno andare in aiuto degli alleati solo in circostanze estreme, entro 72 ore, e dopo esplicita autorizzazione del Governo. Questo ha non solo causato una vistosa spaccatura nell’alleanza, ma mandato anche un segnale sbagliato ai Talebani, inducendo Ahmed Rashid, uno dei massimi esperti della Jihad, a scrivere sull’International Herald Tribune: ”Nella storia della diffusione dell’estremismo islamico e di Al Qaeda nel mondo, il vertice della Nato sarà annoverato come lo spartiacque negativo, come il momento in cui l’Occidente ha rinunciato a impegnarsi a fondo per impedire ai Talebani di prendersi la rivincita del 2001”.

Equilibri interni
La vera ragione per cui Prodi, Chirac, la Merkel e Zapatero hanno rifiutato un impegno supplementare è che non sarebbe stato politicamente sostenibile sul piano interno. Formalmente, tuttavia, hanno preferito trincerarsi dietro l’argomento che la forza, da sola, non è in grado di risolvere nulla e che è necessario intensificare la cooperazione allo sviluppo e ricercare una soluzione politica. Di qui l’idea italiana di una conferenza regionale e quella francese (accettata in linea di massima) della creazione di un “gruppo di contatto” con il coinvolgimento di tutte le parti in causa, compresi i confinanti Pakistan ed Iran.

Che cosa queste iniziative diplomatiche possano risolvere, è tutt’altro che chiaro, visto che il Pakistan, pur formalmente alleato degli Stati Uniti, è in realtà la principale base dei Talebani, e l’Iran, che già li starebbe aiutando sottobanco, non ha alcun interesse a che la Nato riesca a consolidare il governo Karzai. Ma si tratta di iniziative che si vendono bene all’opinione pubblica e servono a far guadagnare tempo.

L’amara verità è che, nonostante alcuni sviluppi positivi – elezioni democratiche e qualche progresso economico – la situazione dell’Afghanistan rimane estremamente precaria e né qualche migliaio di soldati occidentali in più, né il coinvolgimento di vicini che hanno tutto da guadagnare dal caos possono imprimerle una svolta decisiva. Con 30 o 40 mila uomini non si controlla un Paese montagnoso e privo di strade, grande il doppio dell’Italia, dove i “signori della guerra” sono tuttora i padroni delle province e non esistono un esercito, una polizia e una burocrazia affidabili.

La produzione dell’oppio, che costituisce più di un terzo del Pil è in continuo aumento, fino a costituire, con 6.100 tonnellate nel 2005, il 90 per cento del totale mondiale, e con i suoi proventi alimenta non solo la guerriglia, ma anche un’illecita economia parallela che corrode il Paese come un cancro. Tutti gli sforzi per sradicare questa piaga sono finora naufragati, anche perché, se si distruggessero le piantagioni senza fornire un’alternativa, si condannerebbero milioni di contadini a morire di fame.

Perché, allora, rimanere in Afghanistan “per molti anni”? Con i mezzi disponibili, si può puntare solo a un’opera di contenimento, ed evitare di perdere una battaglia cruciale in quella che il generale Abizaid, comandante delle forze americane in Medio Oriente, ha chiamato la Terza guerra mondiale.